L'estranea, recensione: la maturità di Paolo Strippoli per un film che morde e inquieta

Il regista, ormai consapevole dei propri mezzi, disseziona la società del controllo e dell'apparenza in un'opera di grande estro. Protagonista, una splendida Jasmine Trinca. In concorso a Venezia 83.

L'estranea, i protagonisti

"Si dice che ad ogni rinuncia corrisponda una contropartita considerevole, ma l'eccezione alla regola insidia la norma". Le parole di Carmen Consoli sembrano in qualche modo traslare e dare corpo al senso più stretto de L'estranea di Paolo Strippoli. Uno di quei film capaci, senza artifizi o scorciatoie, di tenerti incollato alla poltrona. Occhi sgranati, orecchie aperte. Immagini, suoni, rumori. Grande lavoro di reparti: la fotografia di Cristiano Di Nicola, la musica originale di Rob (che si alterna con una soundtrack di alto livello), il sonoro di Marc Bastien e Quentin Collette. La sostanza di una messa in scena che parte dalla sceneggiatura, e non viceversa. Encomiabile, e pure raro in un cinema di genere spesso egoriferito.

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Jasmine Trinca, Adriano Giannini e il giovane Andrea Rossini

E lo diciamo subito: alla sua terza opera solista (non consideriamo A Classic Horror Story, esordio co-diretto insieme a Roberto De Feo) Paolo Strippoli è diventato un autore maturo. Consapevole dei propri mezzi e del proprio background. Gli indizi naturalmente c'erano tutti, eppure L'estranea, ammantato da una voluta tossicità poetica, sembra essere la definitiva anticipazione di quella che sarà la sua (già) eccellente carriera.

L'estranea: la storia tragica di una famiglia

Di sorprese, L'estranea, ne è pieno. Un lungometraggio che gioca con i colori, le sensazioni, i luoghi. Due luoghi, tempi diversi, due contrasti. C'è la profonda percezione che qualcosa sia sbagliato e irrequieto, in un perturbante vortice che, facendo il giro largo, tornano puntualmente a chiedere il conto. Un film di segreti, di verità, di menzogne. La storia di chi pensava di avere tutto e, alla fine, non ha avuto più nulla.

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Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi

Senza svelare eccessivamente, tutto inizia in un giorno di pioggia, a San Lorenzo, Roma. La protagonista è Anna (Jasmine Trinca) che, all'improvviso, piomba a casa della figlia Alice (Romana Maggiora Vergano). Il tempo stringe, è il momento di raccontare perché ventisette anni prima la loro famiglia si è irrimediabilmente spezzata.

Un film di grandi suggestioni, contrasti e malvagità endemica

Gli schiaffi, i mozzichi, i corpi. La carne, il sangue, l'acqua (elemento naturale di Strippoli). I vestiti bianchi, un cane che abbaia, gli occhi di uno squalo. Quelli di Jasmine Trinca che, ormai, non sbaglia più un ruolo, inanellando una sequela di interpretazioni che spiegano al meglio il valore naturale di un'attrice. Emblematico il profilo della "sua" Anna; una figura su cui il film gira e indugia nonostante sia diviso in quattro atti: la figlia, il figlio, il padre (altra splendida presenza quella di Adriano Giannini), la madre. In mezzo agli estremi, tra Bari e Roma, quella girandola di citazioni dirette e indirette, volontarie e involontarie (Get Out, la spirale di True Detective, Pietà di Kim Ki-duk) che fanno de L'estranea uno splendido oggetto pop che, lucidamente, riesce a rinnovarsi di scena in scena.

Una tragedia aristotelica

Quasi hitchcockiano nel liberarsi dagli archetipi orrorifici per generare un terrore suggerito e, quindi, ancora più inquietante, L'estranea si trasforma in un film che, tra un capitolo e l'altro, analizza quel male che sembra artigliare l'ideologia contemporanea, sociale e politica: mostrare e mantenere, costi quel che costi, un effimero status. La dimensione, il lustro, l'arrivo, la prestanza, la perfezione da custodire gelosamente. Quella perfezione scambiata per amore (materno), e mentre su Roma piove tutta l'acqua del mondo, ecco che l'ossessione si trasforma in una specie di veleno: l'induzione perversa pronta ai più terribili compromessi per chiudere (o aprire?) il prezioso cerchio dell'apparenza senza considerare la "spaventosa casualità dell'esperienza umana".

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Romana Maggiora Vergano in scena

Spunti di marcata attualità che confluiscono in un solido dramma che fa del racconto thrilling il suo vertice migliore. Secondo Strippoli, una "tragedia aristotelica". Strato su strato: quello che vediamo e quello che non vediamo. Per il regista, classe 1993, tutto è orientato verso un fulcro centrale che, alla fine, diventerà la palindroma e circolare lettura di un epilogo tutto da interpretare (un filo troppo allungato). Eppure, continua il film, l'estranea da cui il titolo diventa l'eccezione alla regola, la scorciatoia, la meschinità. Rinunce e contropartite, scambi e suggestioni si alternano e si mescolano in quasi due ore.

C'è tutta la fallibilità umana ne L'estranea, e c'è tutta la follia di un mondo disposto a tradire se stesso pur di ottenere ciò che vuole. Ma non basta, non può bastare: chiedere e poi ottenere diventa una catena viziosa da cui è impossibile uscire. Un male endemico, frutto di un egoismo ormai legittimato e santificato. Una lucida riflessione che il bravo Strippoli modella secondo un cinema che ci era tanto mancato.

Conclusioni

Paolo Strippoli è ormai un regista maturo e consapevole dei propri mezzi. Lo dimostra L'estranea, un film nerissimo che, calcando l'atmosfera inquieta di una tragedia aristotelica, esamina con divertita lucidità la società del controllo e dell'apparenza. Una società capace di generare mostri, di confondere le emozioni. Una materia viva, che Strippoli spacca a metà. Contraddizioni, ossessioni, status quo. Protagonista, un'inquietante Jasmine Trinca. Con lei Adriano Giannini e Romana Maggiora Vergano.

Movieplayer.it
4.0/5
Voto medio
N/D

Perché ci piace

  • La sceneggiatura.
  • Il cast, grande prova.
  • Le citazioni e l'idea filmica di Strippoli.
  • Perturbante e inquietante.

Cosa non va

  • Forse il finale è un po' troppo allungato.
  • La durata, un problema endemico del cinema.
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