L'abbiamo scritto un po' tutti, Gabriele Muccio all'ennesima potenza. Il Muccino più assurdo, focale, infuocato. Due ore scarse che diventano - nel bene e nel male - lo specchio della sua poetica, tra le poche a essere davvero riconoscibili e, forse, a essere intellettualmente oneste verso il pubblico. Le cose non dette, tratto dal romanzo Siracusa di Delia Ephron (sì, è la sorella di Nora), è un film urlato (anzi, esasperato) di relazioni portate all'estremo, richiamate nell'impetuosa e armonica colonna sonora di Paolo Bonvino, che si appoggia - per tono e umore - alle "opere Ottocentesche" (Muccino docet, non è farina del nostro sacco).
L'imperfezione dell'amore, quindi, che si lega alle strane conseguenze delle "parole taciute", spiega Muccino. Storture ed esplosioni che diventano allora lo spunto che indaga - esagerando, ovviamente, e a volte pure troppo - l'operetta umana in cui i personaggi fuori scala "non conoscono mezze misure".
Le cose non dette: tutti in Marocco, appassionatamente
Al centro quattro coppie che, in un modo o nell'altro, provano a non rassegnarsi all'infelicità. Carlo ed Elisa (Stefano Accorsi e Miriam Leone), lui professore e scrittore in crisi (la riflessione sul talento, o sulla mancanza, è funzionale alla storia), lei giornalista di punta per una rinomata rivista, più volte citata e anzi pure mostrata. Piccola digressione obbligata: un product placement particolarmente smaccato. Sempre a proposito di product placement ce n'è un altro ancora più palese (e inutilmente ripetuto) che cita un ottimo locale di un simpatico ristoratore romano: perché? Sarebbe bastato smussare un po', rendendo il pacchetto meno fastidioso.
Dicevamo. Oltre a Carlo ed Elisa, ecco i loro amici di sempre, Anna e Paolo (Carolina Crescentini e Claudio Santamaria), insieme alla loro figlia tredicenne, Vittoria (Margherita Pantaleo, fenomenale). Tutti e cinque, sfuggendo alle loro giganti dinamiche irrisolte, partono in vacanza per Tangeri. A sconquassare la situazione, l'arrivo (più o meno a sorpresa) di Blu (Beatrice Savignani, altra bella scoperta), giovanissima studentessa nonché amante di Carlo.
Muccino e il suo cinema da "kamikaze"
Essenzialmente, Le cose non dette è il manuale cine-sentimentale di Gabriele Muccino, che enfatizza la chimica tra gli attori - un attore funziona se funziona anche l'altro - grazie a "personaggi opposti e speculari", avvolgendoli da quel tipico dinamismo di innegabile efficacia, d'accordo con una Tangeri che, da personaggio quale dovrebbe essere, appare però una sotto-esposta cornice in cui far muove fanti, cavalli e re. Una storia compressa e poi allungata, che vuole "traslare gli assi" portando(ci) a giudicare e poi a capire. Capire cosa? Il punto è questo: imbambolando le sue studentesse, il prof Carlo spiega che bisogna vivere in avanti, convivendo con il dubbio, cogliendo l'ispirazione che vive all'interno delle nevrosi.
Come distruggere il maschio spostando lo sguardo
E appunto: se i dialoghi di Muccino, film dopo film, sono diventati l'esempio massimo di un storytelling che vola alto senza mai risultare certamente credibile, ogni parola diventa la diretta estensione di figure archetipiche, modellate dal regista secondo la sua marmorea chiave narrativa: andare avanti (già), senza mai fermarsi, correre, sudare, strillare, odiare, amare, scopare, tradire, piangere e, in fine, vivere.
In mezzo, però, il barlume di una lucidità che riprende il controllo, screditando la figura dell'uomo scemotto e fragile - ridicolizzando l'impreparazione maschile alla vita - e, come suggerisce Miriam Leone nel film (crocifissa per ingenuità, succede alle ragazze perbene cit.), spostando lo sguardo per cercare il vero punto di vista, facendo sì che siano quelli femminili a indirizzare il flusso (in particolar modo quello della piccola Vittoria). Letteralmente, uno sturm und drang da prendere per quello che è: un romance mucciniano che urla, sbraita, graffia. Boccone carico, da azzannare senza pensarci troppo.
Conclusioni
Le cose non dette è il film più mucciniano di Gabriele Muccino. Nevrotico e articolato rispetto a quattro (più due) personaggi contrapposti eppure inscindibili, diventa l'altro lato del dramma romantico fatto e servito, scuotendo – in un modo o nell'altro – il pubblico. Respirando a pieni polmoni un assolutismo narrativo, il regista punta all in sulla sua metrica narrativa cercando nei dialoghi e nelle scene quell'intrattenimento al servizio dello spettatore, avvolto da un romance tanto caricato da risultare, alla fine, leggerissimo.
Perché ci piace
- Le giovani Beatrice Savignani e Margherita Pantaleo.
- Il plot di base.
- Il personaggio di Miriam Leone, un barlume di umanità.
- Muccino sa innegabilmente girare un film.
Cosa non va
- Urlatissimo e fuori scala.
- Le cose non dette vengono dette: il finale era prevedibile.
- Fastidiosi e ripetitivi product placement.