La prima cosa che chiediamo a Gabriele Muccino, quando lo incontriamo a margine della presentazione stampa del suo Le cose non dette, riguarda un dettaglio tutt'altro che banale. Prima, e velocemente, il contesto: il film - tratto da Siracusa di Delia Ephron - parla di due coppie sull'orlo dell'infelicità (Stefano Accorsi e Miriam Leone da una parte, Claudio Santamaria e Carolina Crescentini dall'altra) che provano a rinsaldarsi partendo per Tangeri.
In mezzo, l'arrivo di Blu (Beatrice Savignani), l'amante giovane e spregiudicata di Carlo, interpretato da Accorsi. Proprio il blu, che sia il nome di un personaggio, il colore di una camicia o lo spettro cromatico delle scena, sembra tornare più volte.
Gabriele Muccino e Le cose non dette: il blu del Marocco
Il blu, oltre a essere una semplice tonalità, è una suggestione che attraversa Le cose non dette. "È stato casuale", spiega Gabriele Muccino a Movieplayer.it. "Io ho chiamato il personaggio Blu quando ancora non sapevo che avrei girato a Tangeri". Il Marocco, tra l'altro, è stata una scelta casuale, arrivata mentre il regista stava scrivendo il film a Tarifa, in Spagna: "Con un traghetto siamo andati per alcune ore a Tangeri e ho scoperto un'energia molto interessante, molto cinematografica. Tornando a Tarifa ho subito pensato di trasferire lì il film".
Una scelta che dà al racconto una precisa identità, secondo Muccino: "Le cose non dette potrebbe essere ambientato ovunque, ma Tangeri gli dà una connotazione molto forte, perché senti di essere lontano dall'Occidente. È un luogo che ti vende l'illusione di poter cambiare tutto, di sentirti libero". Un'illusione, appunto. "Il passato poi viene a bussare alla porta, le cose che non si sono detti diventano dei tuoni impetuosi e tutto si fa fragoroso, tumultuoso, caotico e anche romantico, nel senso ottocentesco del termine. Diventa quasi un'opera di Verdi, La Traviata, dove l'amore è protagonista ma l'espressione è sempre estrema".
Un'estetica ben sottolineata dal regista, anche dal punto di vista narrativo. Non è un mistero, e lo abbiamo anche scritto nella nostra recensione, quanto Le cose non dette rispecchi al massimo il suo ideale filmico: "È tutto molto intenso, non minimalista ma massimalista. Io amo il cinema massimalista: Oliver Stone, Kubrick, Fellini. Otto e mezzo è uno dei film più caleidoscopici mai realizzati. Amo il cinema ipnotico, così grande da aver bisogno di essere visto due o tre volte".
Perché il talento fa paura?
Altro spunto, il concetto di talento. Il prof Carlo di Stefano Corsi, all'occorrenza anche scrittore in crisi, riflette ossessivamente sul talento. Un tema che tocca da vicino anche il regista: "Il talento fa paura perché non è definibile. È mutevole, volatile. Se non lo eserciti puoi cadere in una pigrizia intellettuale e perdere l'ispirazione. Questa paura io ce l'ho ancora oggi". Muccino racconta di fasi alterne: "Ho avuto momenti in cui pensavo di aver perso l'ispirazione, poi l'ho ritrovata, perché basta un'idea. Ci sono momenti in cui pensi di non avere più nulla da raccontare e altri in cui hai troppe idee. Va di pari passo con la vita. Paradossalmente le fasi più caotiche sono le più produttive artisticamente, mentre quelle più serene sono spesso le più povere di storie".
Una delicata sequenza che (forse) farà discutere: Muccino spiega la scelta
Senza rivelare troppo, tra le sequenze più delicate del film, c'è una scena che coinvolge la tredicenne Vittoria, interpretata da Margherita Pantaleo. Una sequenza che ha richiesto particolare attenzione. "Io non ho mai avuto dubbi se inserirla nel montaggio", chiarisce Muccino. "Sono consapevole del graffio, ma penso che l'arte debba graffiare. Le scene graffianti, se hanno una motivazione forte, sono necessarie". E prosegue: "Penso a Qualcuno volò sul nido del cuculo, a Arancia meccanica, a C'era una volta in America. Scene scomode, ma fondamentali. Ora, la scena non ha nulla a che fare con questi esempi, sia chiaro".
Nel caso di Le cose non dette, la chiave è stata la sensibilità sul set: "C'è stata l'intelligenza assoluta di Margherita, che interpreta Vittoria, e dei suoi genitori, che hanno collaborato in modo straordinario. È un momento scomodo, ma importante, perché ti fa capire che c'è qualcosa di profondo che non è stato detto e che giustifica tutto ciò che accadrà dopo".