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Las Leonas, la recensione: Se il riscatto è su un campo di calcio femminile

La recensione di Las Leonas, un documentario prodotto da Nanni Moretti: storie di riscatto per sette donne latinoamericane, perlopiù domestiche o badanti al servizio di alcune famiglie romane, accomunate dalla passione per il calcio.

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Las Leonas: una scena del film

Il campo di calcio come spazio di riscatto e ribellione "a quel mondo che mi teneva chiusa, nascosta", una passione nata "quando ancora non capivo chi ero". Per le protagoniste di Las Leonas, il documentario di Isabel Achaval e Chiara Bondi prodotto da Nanni Moretti e presentato alla Giornate degli Autori nella sezione Notti Veneziane durante la Mostra del Cinema di Venezia, correre dietro a una palla è l'occasione per rivendicare un'identità che le definisca oltre le mura domestiche delle famiglie a cui badano come tate o governanti. Il calcio diventa momento di aggregazione e libertà (come potete leggere in questa recensione di Las Leonas, in sala dal 15 settembre) oltre che spunto per riflettere sulla condizione femminile oggi. Quello che ne viene fuori è una femminilità dirompente, variegata e costretta a lottare per conquistare ogni centimetro di campo. Storie di diritti negati, infanzie interrotte e lavoro nero.

La storia: cronaca di un torneo

In un quartiere lontano dal centro di Roma sei squadre (Corazon Latina, Estrellita Juvenil, Peruanas En Roma, Paraguay, Club Colombia, Sud America) si daranno del filo da torcere sul campo di calcio della Vis Aurelia per aggiudicarsi il trofeo Las Leonas, un campionato di calciotto femminile disputato soprattutto da calciatrici latinoamericane, ma in cui c'è spazio anche per moldave, capoverdiane, cinesi e italiane. Un melting pot di tradizioni, culture, paesi che le registe di Las Leonas descrivono con semplicità e leggerezza attraverso la cronaca del torneo: quasi una settimana di allenamenti, interviste, testimonianze che portano lo spettatore dentro la quotidianità delle protagoniste, per la maggior parte badanti, domestiche o tate riprese mentre si fanno coraggio a vicenda negli spogliatoi, studiano strategie d'attacco, corrono, cadono e si rialzano o mentre si prendono cura delle case dei "signori" per cui lavorano.

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Las Leonas: Nanni Moretti in una scena del film

Fuori da facili pietismi il documentario usa il linguaggio dell'umorismo e dell'ironia come strumento privilegiato della narrazione, fa proprio il loro desiderio di libertà e ne esalta il coraggio e la forza necessari a ripercorrere storie familiari spesso fatte di violenza, abusi e dolorose separazioni. Nanni Moretti produce e si ritaglia anche un divertente cameo in due sequenze: quella in cui c'è da scegliere la coppa per la squadra che vincerà ("Però, una bella spesetta!", esclama con il buffo disincanto che gli è proprio) e la scena finale al termine del torneo, in cui consegna il trofeo alle vincitrici. Un piacevole intermezzo che non interrompe il ritmo del racconto.

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Il campo di calcio come metafora dell'esistenza

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Las Leonas: un momento del film

Vania, Melisa, Joan, Bea, Siham, Ana, Elvira: sono loro le leonesse del titolo, fiere lottatrici, combattenti dentro e fuori dal campo. In quei 100 metri di erbetta sintetica alla periferia nord di Roma, ognuna troverà la propria vittoria personale, la ricompensa che nella vita reale tarda ad arrivare: che si tratti di un permesso di soggiorno o di un'identità diversa da quella a cui le ancora il loro percorso di migranti. Hanno gli occhi sorridenti, qualcuna sognava di diventare una professionista e magari di giocare negli Usa, altre non hanno mai giocato in vita loro ma una cosa è certa: il calcio le ha salvate. Soprattutto quando, durante i primi tempi in Italia, le ha aiutate a sopportare la solitudine di vivere in terra straniera, quello stesso paese che pensa "con uno stipendio di poterti comprare per 24 ore". Ciascuna ha una storia alle spalle carica di gioie, inciampi e colori.

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Las Leonas: una scena del documentario

Bea ad esempio, è peruviana, ha 36 anni, gioca da quando ne aveva 8 anche se il fratello non voleva, a volte per questo la picchiava; oggi si occupa di una bambina di 9 anni, Vittoria, in una famiglia italiana. Elvira invece ha imparato a giocare a calcio in Ecuador, nel giardino della villa dove sua madre faceva la domestica; ricordare le fa male, aveva appena 5 anni e "dovevo stare rinchiusa in camera dove mia madre mi portava pranzo e cena", perché la signora per cui lavorava lo imponeva, non voleva che qualcuno la vedesse. Nei rari momenti di libertà tirava la palla ai cani, così ha incontrato il calcio. Oggi ha una figlia di 20 anni e macina 300 chilometri a settimana in bici per spostarsi da una casa all'altra tra Testaccio, Torrino, Tiburtina e Balduina dove lavora al servizio di alcune famiglie. Il suo sogno? Tornare nel suo paese appena avrà il permesso di soggiorno, per riabbracciare la madre da cui è scappata.

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Las Leonas: un'immagine del film

Ci sono anche Melissa, che si occupa di un anziano signore di 92 anni e in Perù ha lasciato due figli di 8 e 5 anni, oltre a un bar che ha dovuto chiudere per debiti, quando gioca a calcio si libera dallo stress; Joan, "la recojida", "accolta" da due amiche con le quali condivide una stanza (insieme alla bimba di una di loro), trentaquattrenne peruviana con un'infanzia difficile alle spalle trascorsa tra casa della nonna e la strada dove faceva la venditrice ambulante; e la vulcanica Siham, marocchina in Italia da 17 anni, "una donna libera" che sogna per la figlia un lavoro onesto e un destino meno cattivo del suo. E poi c'è Vania, capoverdiana, giocatrice professionista e una bimba di tre anni, che spera un giorno di raggiungere madre e nonna negli Usa. Anche Ana, moldava, è una professionista, gioca da quando aveva 5 anni, quando è arrivata in Italia ("il periodo più difficile, mi hanno salvata le sudamericane") faceva la donna delle pulizie, oggi lavora come educatrice di bambini con difficoltà; ha grinta da vendere Ana, le sudamericane, dice, le hanno insegnato a "non piangersi addosso", eppure si commuove quando pensa alle compagne di squadra che se ne andranno a breve, perché "torneranno nel loro paese". Il calcio per lei è stato inclusione, come del resto per la maggior parte di queste donne, che Isabel Achaval e Chiara Bondì hanno saputo rappresentare con sguardo sincero e semplicità. Entrare nelle loro vite passate e scavare nel dolore senza svenderlo alla retorica non era impresa facile, loro ci sono riuscite.

Conclusioni

Lo sport come metafora dell’esistenza non è certo nuova al racconto cinematografico. Qualcuno potrebbe trovarla una scelta abusata. Concludiamo la recensione di Las Leonas sulle note del ballo finale, su quello stesso campo dove la fatiche della vita quotidiana ricevono una compensazione. Nello sport le protagoniste trovano infatti un riscatto sociale e il coraggio di sopportare la solitudine di vivere in un paese straniero, che non si mette mai nei loro panni. Tra diritti negati e lavoro nero, la cronaca di un torneo di calcio femminile diventa l’occasione per tratteggiare tra ironia e lucida consapevolezza, un gruppo di donne sudamericane, perlopiù badanti o domestiche, accomunate dalla passione per il calcio. Uno sguardo sincero per il ritratto di una femminilità dirompente e fiera.

Movieplayer.it
3.5/5
Voto medio
5.0/5

Perché ci piace

  • La semplicità e la sincerità dello sguardo con cui le registe hanno saputo portare sullo schermo le storie delle protagoniste, un gruppo di giocatrici di calciotto, soprattutto sudamericane riprese nella loro quotidianità tra gli allenamenti in campo e nelle case delle famiglie per cui lavorano come domestiche.
  • L’uso dell’umorismo e dell’ironia che alleggeriscono i momenti più intimi e dolorosi del racconto.
  • Il divertito intermezzo di Nanni Moretti, che si ritaglia un buffo cameo.
  • La femminilità variegata che ne viene fuori.

Cosa non va

  • L’uso della metafora calcistica per riflettere su immigrazione, diritti negati e riscatto.