L'agenzia dei bugiardi

2019, Commedia

L’agenzia dei bugiardi, la recensione: risate politicamente scorrette

La recensione de L'agenzia dei bugiardi, una commedia degli equivoci di Volfango De Biasi, con protagonisti una banda di bugiardi di professione.

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Alle origini c'è la commedia francese Alibi.com di Philippe Lacheau, nel mezzo una scalmanata combriccola di attori, al timone un regista italiano, Volfango De Biasi, che con questo remake che si intitola L'agenzia dei bugiardi, dopo la breve incursione nel dramma romantico di Nessuno come noi, torna alla comicità degli equivoci, cara ai suoi film natalizi (Natale a Londra, Natale col boss, Un Natale stupefacente). Il motore del film? Le bugie, un tabù che il linguaggio cinematografico riesce a trasformare in elemento comico, perché da un palcoscenico o su uno schermo la bugia fa ridere, crea siparietti surreali e innesca intrecci divertenti, rendendo accettabile ciò che nel reale risulterebbe inesorabilmente tragico.

Il film, in uscita il 17 gennaio e di cui ci accingiamo a parlare in questa recensione de L'agenzia dei bugiardi, eredita dall'originale la struttura della pochade, dove intrighi amorosi, corna e colpi di scena offrono al regista e allo sceneggiatore Fabio Bonifacci, materiale a sufficienza per scatenarsi nella costruzione di un congegno comico che funziona con precisione matematica, seppur con qualche sbavatura o fiacchezza di troppo. Insieme rimaneggiano, migliorandolo, il plot di Alibi.com e lo adattano ad una sensibilità prettamente italica, modulandone personaggi e situazioni.

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Bugie e tradimenti nella trama del film

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Dopo Natale a Londra e Natale col boss, Volfango De Biasi ritrova Paolo Ruffini, che qui interpreta l'apprendista narcolettico finito a lavorare in un'agenzia speciale, capitanata da Fred (Giampaolo Morelli) e dal nerd Diego (Herbert Ballerina). Il loro motto è "meglio una bella bugia che una brutta verità", la loro missione è fornire degli alibi perfetti ai propri clienti, traditori incalliti che rischiano di essere scoperti dalle rispettive compagne.

Fin qui la storia de L'agenzia dei bugiardi procede senza grossi inciampi, i problemi iniziano quando Fred si innamora di Clio (Alessandra Mastronardi), impavida giurista e paladina della verità, figlia di Alberto (Massimo Ghini), che proprio a quell'agenzia si è rivolto per nascondere alla moglie Irene (Carla Signoris) un weekend romantico con la giovane amante Cinzia (Diana Del Bufalo). Il cortocircuito avverrà quando tutti si ritroveranno in vacanza nello stesso hotel.

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La trama prende in prestito i meccanismi tipici della farsa, senza dimenticare il filone romantico, i modelli del nonsense e gli stilemi dell'assurdo.
Il film ha ritmo, modella il passo sui tempi del cartoon e dello slapstick, fa del gioco continuo tra bugia e verità lo spunto per una riflessione metacinematografica che diventa palese nel finale, si avventura in rocamboleschi inseguimenti e usa il classico pattern di scambi e equivoci senza scadere nella mediocrità a cui ci ha abituati una commedia avvezza all'uso rozzo di certe dinamiche.

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Personaggi nonsense e surreali

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La scrittura salva L'agenzia dei bugiardi dalla banalità, complice una galleria di personaggi portati in scena da un cast di interpreti in sintonia. Giampaolo Morelli si dimostra ormai scaltro nell'uso del proprio lato più brillante, Massimo Ghini in divisa da marinaretto ha l'arte necessaria a evitare la caricatura, Alessandra Mastronardi si lascia guidare con naturalezza dall'assolutismo dell'irreprensibile Clio.
I toni più surreali poggiano invece sull'ironia demenziale di un fumettistico Herbert Ballerina, che insieme alla verve comica di Paolo Ruffini regala al pubblico gli sketch più esilaranti, mentre l'eccentrica Diana Del Bufalo, nei panni di una cantante svampita che aspira a diventare la nuova Baby K, fa il resto: è lei la rivelazione del film.

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Non hanno bisogno di endorsement Carla Signoris e Paolo Calabresi, che si confermano due maestri del panorama comico italiano. Menzione a parte i camei di Piero Pelù nel ruolo di se stesso e del Raiz, in quello del fin troppo stereotipato del capo di un accampamento rom. Si ride, ma spesso senza il coraggio sufficiente a essere davvero politicamente scorretti, e il racconto si sviluppa a volte indugiando su lungaggini evitabili, altre chiudendo frettolosamente situazioni che avrebbero offerto altri cattivissimi e spietati spunti comici.

L’agenzia dei bugiardi, la recensione: risate...
Elisabetta Bartucca
Redattore
3.0 3.0
Cinecittà World
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