Selma: in marcia verso il cambiamento con Martin Luther King

Tra biopic e period drama, il film di Ava DuVernay illumina una personalità e un periodo chiave per la storia dell'America del secolo scorso; trovando il suo miglior pregio nel vigore della messa in scena, e nella capacità di trasmettere le contraddizioni e le speranze di un'epoca.

Negli ultimi anni, l'America obamiana, sempre più in crisi di identità e consensi, è sembrata tendere spesso a riflettere sulla sua storia, e sui suoi lati oscuri, attraverso il cinema. La contraddizione di fondo di un paese nato su un crogiolo di razze e culture diverse, dalla natura apparentemente inclusiva, e tuttavia da sempre incapace di garantire uguaglianza di condizioni e rispetto delle minoranze, ha da sempre appassionato il cinema: i passaggi chiave dell'abolizione della schiavitù, delle proteste e delle marce per i diritti civili degli anni '60, degli assassinii di personaggi legati, in modi diversi, a questi temi (quali Abraham Lincoln, John F. Kennedy, Martin Luther King Jr. e Malcolm X) hanno dato vita ad alcune delle pellicole entrate di diritto nella storia del cinema statunitense.

Selma - La strada per la libertà: una suggestiva scena del film drammatico
Selma - La strada per la libertà: una suggestiva scena del film drammatico

Le ultime stagioni, tuttavia, sembrano aver visto un rinnovato interesse, da parte dei cineasti americani, per i temi legati alla discriminazione razziale; specie dopo che la storica elezione di un afroamericano alla Casa Bianca (e la sua successiva conferma) non sono riuscite a dare la risposta attesa alle tante speranze che avevano generato. La recente, drammatica recrudescenza delle tensioni razziali, gli omicidi e i pestaggi di cittadini di colore da parte delle forze dell'ordine, mostrano che l'amministrazione Obama ha in realtà solo scalfito un problema che resta endemico nel corpo sociale americano.

Un nuovo tassello di un percorso storico e cinematografico

Selma - La strada per la libertà: David Oyelowo nei panni di Martin Luther King in una scena del film
Selma - La strada per la libertà: David Oyelowo nei panni di Martin Luther King in una scena del film

Il cinema, da sempre termometro della società, ha intercettato la rinnovata sensibilità a questi temi, rimettendoli al centro del suo interesse: ecco, così, il biopic Lincoln e la rappresentazione a tinte fosche della storia americana, sotto forma di action movie, di Django Unchained; ecco la terribile epopea di un cittadino di colore in 12 anni schiavo, e il racconto di un afroamericano venuto a contatto coi palazzi del potere in The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca. A queste opere, si aggiunge ora questo Selma - La strada per la libertà, che illumina un evento-chiave dell'America degli anni '60: le marce di protesta guidate da Martin Luther King e dirette da Selma, città dell'Alabama, fino alla capitale Montgomery, con l'obiettivo di rendere effettivo il diritto di voto per i cittadini di colore. Marce che incontrarono una brutale repressione poliziesca, con l'uccisione di un manifestante, ma anche un montante movimento di solidarietà nel paese; solidarietà che alla fine convinse l'amministrazione Johnson a varare un provvedimento che andasse nella direzione delle richieste dei manifestanti.

Selma - La strada per la libertà: la regista Ava DuVernay sul set con David Oyelowo
Selma - La strada per la libertà: la regista Ava DuVernay sul set con David Oyelowo

Il film di Ava DuVernay si colloca a metà tra il biopic dedicato alla figura di King (inevitabilmente al centro della scena, colto tra l'ingombrante dimensione pubblica e gli squarci di vita privata) e la cronaca dei giorni, drammatici, tesi ma anche pieni di speranza, che avrebbero preceduto l'ultima delle tre marce partite dal comune dell'Alabama; quella che infine riuscì a raggiungere la capitale, segnando una delle più significative vittorie del movimento per i diritti civili.

Vigore divulgativo

Selma - La strada per la libertà: Tessa Thompson in una scena insieme a Common
Selma - La strada per la libertà: Tessa Thompson in una scena insieme a Common

Il film della DuVernay (regista che, dopo gli indipendenti I Will Follow e Middle of Nowhere, fa qui il "grande salto" nel cinema mainstream) ha innanzitutto il pregio di saper cogliere al meglio, con le immagini, il clima che caratterizzava l'America del periodo; un paese preda di laceranti contraddizioni, diviso tra una borghesia progressista pronta a catturare (e a tramutare in azione politica) la montante richiesta di rinnovamento nata dalle università, e destinata a sfociare nel '68, e una classe medio-bassa degli stati del Sud impermeabile a qualsiasi cambiamento, sclerotizzata in schemi valoriali indotti, risalenti al secolo precedente. Per le strade di Selma, in mezzo alle sue vie polverose e assolate, tra i suoi cittadini che cambiano sguardo non appena si imbattono in un uomo di colore, si respira tutto il peso della discriminazione, di una meschinità frutto di decenni di menzogne, della condanna inflitta agli afroamericani ad essere stranieri a casa propria. Lo stesso clima di tensione, di perenne paura, è reso quasi fisicamente nelle sequenze dei cortei, e in quelle in cui vediamo i pestaggi da parte della polizia sui manifestanti inermi: la regista, con un piglio nervoso e realistico, mette in scena al meglio queste sequenze, massimizzandone l'impatto emotivo. Impressionante si rivela, poi, la sequenza del prologo, in cui assistiamo alla morte di due bambine di colore all'interno di una chiesa, fatta saltare in aria da una bomba: l'esplosione colpisce in modo violento e inaspettato, preparando lo spettatore a quello che sarà il clima del film. Nella forza di alcune, singole sequenze, e nel loro valore intrinsecamente divulgativo, Selma trova in effetti il suo maggior pregio.

Lo sguardo sul potere

Selma - La strada per la libertà: Oprah Winfrey in una drammatica scena del film
Selma - La strada per la libertà: Oprah Winfrey in una drammatica scena del film

A una messa in scena che non manca, quindi, di vigore, e a una narrazione vivace e capace di ricostruire al meglio la realtà sociale del periodo, Selma cerca di affiancare una riflessione sull'uomo Martin Luther King, e sulla realtà politica in cui si trovò ad operare. Qui, in questo doppio binario tra biopic ed esplorazione dei meccanismi del potere (quel potere con cui il leader nero si trovò a confrontarsi, e inevitabilmente a trattare) il film gioca le sue carte più rischiose, ma mostra anche alcuni limiti evidenti. Laddove molte sequenze sono introdotte, infatti, dai messaggi dattiloscritti dell'FBI, a rivelare il sempre presente occhio della polizia federale americana, ci si sarebbe aspettati uno sguardo più attento, e approfondito, sui modi in cui i palazzi del potere cercavano di neutralizzare le spinte all'integrazione, e a una democrazia più autenticamente inclusiva, che venivano dai movimenti per i diritti civili. La stessa figura del presidente Lyndon B. Johnson, interpretato da Tom Wilkinson, resta incerta nella resa, per uscirne comunque, nel finale, in una luce sostanzialmente positiva. Sarebbe stato interessante, inoltre, cogliere meglio il rapporto (qui appena accennato) tra King e l'ala "dura" del movimento, rappresentata da Malcolm X: quest'ultimo appare, nel film, in una singola sequenza, ma la sua presenza sembra soddisfare più esigenze di ricostruzione storica che reali necessità narrative.

Il personale e il politico

Selma: una scena con David Oyelowo e Carmen Ejogo
Selma: una scena con David Oyelowo e Carmen Ejogo

Resta infine sullo sfondo (ma sembra più una debolezza narrativa che una scelta di sceneggiatura) tutta la componente privata della vita dell'uomo, la sua dimensione più intima; soprattutto, sono solo intuibili quelle ricadute dell'attività politica sulla vita familiare, quel costante senso di instabilità e paura (sintetizzato dal "sentore di morte" a cui il protagonista fa cenno) che qui vengono affidati, senza molta convinzione, alle occasionali sequenze col personaggio della moglie, interpretata da Carmen Ejogo. Così, il personaggio (pur ben "letto", e approcciato, da un David Oyelowo che non mostra timori reverenziali) resta un po' schiacciato tra una preponderante dimensione da icona, e una complessità di carattere (ivi compresa la sua fede religiosa) che fa fatica a prendere forma.
Non del tutto convincente, dunque, nei suoi tentativi di essere un biopic, ma anche poco incisivo (e coraggioso) nell'esplorazione dei meccanismi di un potere che non temeva di mostrare il suo volto più truce, Selma - La strada per la libertà funziona invece (e bene) come spaccato sociologico del periodo: una rappresentazione, efficace e intensa, di una svolta cruciale in una battaglia più che decennale, portata avanti con senso dello spettacolo e del coinvolgimento emotivo. Un risultato che, comunque, mostra un'urgenza cinematografica innegabile.

Movieplayer.it

3.0/5