La promessa dell'alba

2017, Drammatico

La promessa dell’alba, la recensione: Romain Gary fra vita e romanzo

La promessa dell'alba, la recensione: Pierre Niney e Charlotte Gainsbourg sono i protagonisti della seconda trasposizione del libro autobiografico di Romain Gary.

La Promessa Dellalba Pierre Niney

Per la nostra recensione de La promessa dell'alba è necessario partire da un personaggio diventato una sorta di figura leggendaria della cultura francese: Romain Gary, nome d'arte di Romain Kacew, originario della Lituania ma vissuto in Francia dall'età di tredici anni. Un individuo la cui fama è legata sia alla sua estrema prolificità come scrittore, una prolificità che l'avrebbe portato ad assumere diversi pseudonimi (senza che il pubblico ne fosse a conoscenza), sia per un'esistenza avventurosa e travagliata, alla radice di uno dei suoi libri più famosi, La promessa dell'alba. Pubblicata nel 1960 e già alla radice, nel 1970, del film americano Promessa all'alba di Jules Dassin, con Melina Mercouri, l'opera autobiografica di Romain Gary è stata riportata al cinema nel 2017 dal regista e sceneggiatore Eric Barbier con un film omonimo: una mega-produzione con un budget stimato attorno ai venti milioni di euro, in cui la vicenda di Gary è ricostruita a partire dall'infanzia, passando per il trasferimento in Francia insieme alla madre, Mina Kacew, fino al termine della Seconda Guerra Mondiale.

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Romain Gary: la vita è un romanzo

Il ruolo di Romain Gary da adulto è affidato all'attore ventottenne Pierre Niney, intenso interprete di film come Yves Saint Laurent e Frantz e qui impegnato in una prova in cui si alternano il registro brillante e quello drammatico: un aspetto che riflette la commistione di toni e di stili del film stesso e delle sue diverse anime, dal racconto di formazione alle avventure quasi picaresche della gioventù all'opera bellica, dagli spunti di ironia semi-paradossale alla tragicità dell'ultima parte, ambientata negli anni del conflitto. Un amalgama che né la messa in scena né lo script, firmato da Eric Barbier insieme a Marie Eynard, riescono sempre a gestire nel migliore dei modi, fra cambiamenti troppo repentini e una costante indecisione fra la via del melodramma e quella di un umorismo paradossale nel rievocare un capitolo della storia della prima metà del Novecento.

La Promessa Dellalba Charlotte Gainsbourg Pawel Puchalski

La cornice narrativa ci mostra il futuro autore de La vita davanti a sé (il suo romanzo più importante, attribuito al fantomatico Emile Ajar e alla base del film premio Oscar di Moshé Mizrahi) alla fine degli anni Cinquanta, in un momento di tracollo fisico e psicologico in coincidenza con il completamento del proprio memoriale. La lettura del manoscritto da parte della prima moglie di Gary, Lesley Blanch (Catherine McCormack), diventa così - con un espediente piuttosto convenzionale - il veicolo per rievocare un lunghissimo flashback, corredato da una voce narrante onnipresente che sottolinea ulteriormente i limiti di un adattamento sostanzialmente 'pigro' e privo di qualunque intento davvero originale.

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Un aspirante scrittore all'ombra della madre

La Promessa Dellalba Charlotte Gainsbourg Pierre Niney2

Dotato di una certa efficacia laddove la vicenda offre parentesi più bizzarre ed ironiche, La promessa dell'alba si mostra assai meno convincente nei momenti in cui invece punta a suscitare un maggior pathos. E a sorprendere, purtroppo non in positivo, è soprattutto Charlotte Gainsbourg, qui impegnata in una parte per lei insolita (proposta in origine ad Audrey Tautou): attrice eccellente quando è alle prese con una recitazione più sommessa e interiorizzata, nei panni della signora Kacew la Gainsbourg si produce al contrario in una performance volutamente sopra le righe ma spesso ai limiti dell'isterismo, senza riuscire a trasformare questa donna eccentrica e volitiva in un personaggio del tutto credibile e compiuto.

La Promessa Dellalba Pierre Niney2

L'ingombrante presenza materna nella vita del protagonista finisce inoltre per soffocare quelli che avrebbero potuto essere i temi cardine del film: un film in cui il presunto leitmotiv drammaturgico, l'ossessione di Romain Gary per la scrittura letteraria come strumento di rielaborazione della realtà, non è mai approfondito veramente, riducendosi a un'infantile necessità di compiacere a tutti i costi i desideri materni. È la banalizzazione più spiacevole compiuta da questo kolossal europeo che sembra avere in fondo ben poco da dire e che si accontenta di dirlo nella maniera più blanda.

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Stefano Lo Verme
Redattore
2.0 2.0
Cinecittà World
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