La diseducazione di Cameron Post

2018, Drammatico

La diseducazione di Cameron Post, la regista: “Essere gay non è un peccato”

Intervista a Desiree Akhavan, al secondo film da regista con La diseducazione di Cameron Post, con protagonista Chloë Grace Moretz.

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Tratto dall'omonimo romanzo di Emily M. Danforth, dopo aver vinto il Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival ed essere passato alla Festa del Cinema di Roma, arriva nelle sale italiane La diseducazione di Cameron Post, opera seconda di Desiree Akhavan, con protagonista Chloë Grace Moretz nel ruolo di un'adolescente che viene mandata dalla zia in un campo di rieducazione sessuale perché scoperta a baciarsi con una ragazza.

Ambientato negli anni '90, il film - di cui abbiamo parlato nella nostra recensione de La diseducazione di Cameron Post - ci mette di fronte al pregiudizio delle persone che, allora come oggi, guardano con sospetto l'omosessualità, definita una malattia. Ne abbiamo parlato con la Desiree Akhavan a Roma: "Credo che le persone amino etichettare tutto ciò che non rientra nella norma a cui sono abituati come sbagliato o malato. Credo che sia legato all'educazione, alla mancanza di contatto con altre culture, religioni e mondi. Dipende da molti fattori. L'economia e la mancanza di opportunità hanno molto a che fare con i pregiudizi delle persone" ci ha detto. Nel film essere gay è paragonato al cannibalismo: perché non riusciamo ad accettare il fatto che amare persone dello stesso sesso non sia conseguenza di un trauma ma è come essere alti, bassi o avere i capelli biondi? "Non so perché non riusciamo ad accettare il fatto che essere gay non sia un peccato" ha spiegato Akhavan, proseguendo: "Credo che le persone abbiano paura di tutto ciò che è al di fuori della norma, ha molto a che fare con la paura e con il non voler offendere il potere religioso o la famiglia tradizionale."

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La musica, gli anni '90 e non avere rimpianti

L'uso della musica nel film è perfetto: non importa chi tu sia o dove tu sia, una canzone può renderti libero. Abbiamo chiesto alla regista se ha usato le musiche con questo intento: "Certo. Volevo che la musica non fosse semplicemente nostalgica verso gli anni '90, ma che esprimesse anche la solitudine di questa ragazza nel campo. È stato un ballo tra la musica in presa diretta, che era in scena e si può comprare, e la colonna sonora, che il compositore ha creato appositamente per il film. Di solito non uso colonna sonora, per me è stata la prima esperienza e credo che definisca bene il tono del film in vari momenti, esprime il concetto di solitudine, è cupa e si riallaccia bene agli anni '90."

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All'inizio di La diseducazione di Cameron Post alla protagonista viene detto che gli adulti passano le loro vite cercando di rimediare a quello che hanno fatto da adolescenti: è davvero così o invece è più frequente che a 30-40 anni ci si domandi perché non si è fatto qualcosa da giovani? "Il sermone rivolto ai ragazzi all'inizio del film l'ho sentito veramente: sono rimasta sconvolta dalla sua stupidità, mi ha così colpito che è finito nella sceneggiatura. Cerchiamo di controllare gli altri, adolescenti e adulti, attraverso la paura, spingendoli a mescolarsi agli altri ed essere come loro, senza farsi domande su nulla. Quando sei piccolo, se ti dicono che rimpiangerai qualcosa per il resto della tua vita, non hai l'esperienza necessaria per capire. Facendo questo film mi sono resa conto di essere esattamente la stessa persona di quando avevo 15 anni: l'unica differenza è che ora ho la sicurezza di una donna che ha esperienza. Ho fallito e avuto successo e queste esperienze mi hanno fatto bene. A quell'età invece segui ciecamente ciò che ti dicono di fare gli adulti: quando ti dicono che rimpiangerai queste scelte fino alla tua morte perché, e lo dico per esperienza, non dovresti credergli se a dirlo sono i tuoi genitori o il tuo pastore? Non credo sia vero: mi ritengo molto fortunata, non rimpiango nulla, mi sono resa molto ridicola, mi sono assunta sempre i rischi, non è andata sempre bene, ma non ho rimpianti."

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Combattere quel mostro che si chiama paura: il segreto è votare

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Come IT, il mostro che si nutre di paura creato da Stephen King, la paura per chi è diverso inghiotte tutto: oggi la paura è una costante, non solo per i gay, ma anche per le donne, gli immigrati, per chi soffre di una malattia. Come si può combattere la paura senza però essere violenti come chi vuole farcela provare? Secondo la regista: "Con l'istruzione, con il comunicare: molto è dovuto all'ignoranza. È difficile, perché ognuno cerca di proteggere i propri diritti e si sente attaccato: credo sia vero per il movimento #MeToo, per il razzismo, la xenofobia, tutti pensano che gli altri minaccino i loro diritti. Se non fossimo così insicuri dei nostri diritti credo non ci sarebbe tutta questa paura: credo sia una questione di diritti umani di base, di sentirsi sicuri. È anche responsabilità dei nostri leader: dovrebbero essere persone completamente differenti. Questo non so come controllarlo. Le persone dovrebbero votare. La sostanza è che la gente dovrebbe votare."

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La nostra intervista a Desiree Akhavan

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