La città dei vivi e la rivelazione Gaia Merlonghi: “Io non mi arrendo”

Un viaggio iniziato per caso (o forse no?), i palazzi di Roma, la sensibilità e un ricordo speciale: mezz'ora di intervista con un'attrice incredibile. E dice: "Per ma la vita è un'altra cosa".

Gaia Merlonghi. Foto di Alberto Chiariglione

"Spero di aver risposto bene alle domande", dice Gaia Merlonghi dall'altra parte del telefono, alla fine di una chiacchierata lunga più di mezz'ora. Non glielo abbiamo detto subito, e quindi lo scriviamo adesso: se non ci sono mai risposte esatte, la conversazione con l'attrice è stata di quelle capaci di smuovere un certo tipo d'emozione. Parole e pensieri mai banali, che nascono da una sensibilità che si lega al migliore dei talenti.

Una bravura, quella di Gaia, che va ben oltre le sovrastrutture. È qualcosa che ha a che fare con l'istinto, con la naturalezza, con la consapevolezza. "Io sono così, punto su quello che provo", confida al telefono, sciogliendosi parola dopo parola mentre la intervistiamo in occasione dell'uscita de La città dei vivi. Il film diretto da Edoardo Gabbriellini attraverso la tenerezza racconta la storia di Luca Varani (Emanuele Maria Di Stefano), prima che la sua vita fosse spezzata da un delitto brutale e insensato.

Gaia Merlonghi
Gaia Merlonghi a Venezia 83. Foto di Soqquadro - Studio Creativo

Merlonghi, classe 2006, interpreta la co-protagonista, Marta, la fidanzata di Luca. Un esordio quasi casuale (e se invece fosse predestinata?), che ha letteralmente sconquassato la vita di un'attrice che sì, sarà pure agli esordi, ma ha sfoderato una bravura da far invidia. Il red carpet alla Mostra del Cinema di Venezia, l'aspettativa, il meritato premio Nuovo IMAIE che, come da tradizione, viene assegnato ai giovani promettenti del nostro cinema. Un mix di cose arrivate dopo "tante altre", spiega, per un viaggio forse "inaspettato" ma, una volta tanto, decisamente meritato.

La città dei vivi: intervista a Gaia Merlonghi

Gaia, cosa ti ha chiesto Gabbriellini? Ha saputo maneggiare con cura materiale impegnativo.
"Di sicuro mi ha chiesto di essere il più spontanea possibile, e di capire se mi ritrovavo in quello che stavo facendo, se lo sentivo".

Sul set hai lavorato con Emanuele Maria Di Stefano, si è avvertita una forte complicità, anche a Venezia. Com'è andata?
"È stato molto bello e anche divertente. Emanuele è una persona molto diversa da me: io viaggiavo con la fantasia, mentre lui mi spingeva a restare con i piedi per terra. Rispetto a me ha molta più esperienza. Ti racconto una cosa: prima di confrontarci con Edoardo parlavamo tra noi, volevamo capire se un'idea potesse funzionare o no. È stato un riferimento per me e non mi ha mai fatto sentire sotto pressione".

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Gaia Merlonghi ne La Città dei Vivi. Foto di Paolo Ciriello

Dietro a questo tuo primo ruolo c'è una storia incredibile, giusto?
"Dopo tre anni di bocciature era arrivato il periodo della mia vita in cui stavo rimettendo a posto le cose. Mi ero iscritta a pallavolo, ero tornata di nuovo a scuola e andavo anche abbastanza bene. Abitavo a Corviale e sotto i lotti mettevano annunci e avvisi. Un giorno mia madre mi manda la foto di un annuncio per un provino e mi dice: 'Vai'. Ero indecisa. Il giorno del provino ero dalla parrucchiera, mi richiama mamma e le dico che se mi avanzano dieci minuti magari un salto ce lo faccio. Lo dicevo non per superficialità, ma perché non mi ci vedevo a fare l'attrice. Eppure..."

La città dei vivi, recensione: l'ipotesi della tenerezza secondo lo splendido film di Edoardo Gabbriellini La città dei vivi, recensione: l'ipotesi della tenerezza secondo lo splendido film di Edoardo Gabbriellini

Eppure quella foto ti ha cambiato la vita.
"Sì, pensa che ho fatto un album che ripercorre tutto questo viaggio. C'è quella foto e ci sono i messaggi di mia madre che mi spronava ad andare".

Storia meravigliosa. Ti hanno presa subito?
"No, dopo tre mesi. È successo circa un anno fa. Poi ho conosciuto Edoardo, ho letto le prime scene. Mi hanno richiamata per provarle e verso febbraio abbiamo fatto un laboratorio con Alejandro Bonn, il mio coach, che ho adorato. Una persona stupenda. Dopo due settimane mi hanno fatto l'ultimo provino e mi hanno presa".

"Voglio raccontarmi per quello che sono"

Te l'aspettavi tutta questa roba qui? Venezia, il red carpet...
"Diciamo che sono una persona che si dissocia molto. Tendo a non soffermarmi su cosa accade al momento, ci ragiono dopo. Ad essere onesta: non ci stavo capendo nulla. Non ci sto capendo nulla nemmeno adesso, in realtà. E non sto minimizzando. Mentre andavamo al Lido sulla lancia, partendo dalla stazione di Venezia, mi sono ritrovata in un baleno nel mezzo di tutto. Quando Valerio (Mastandrea, ndr) mi ha detto 'siamo arrivati', non sapevo che fare".

Ecco, Valerio è un attore meraviglioso e ha fatto una parte straordinaria, ma lui è effettivamente uno che sta a disagio durante certe situazioni formali. Cosa ti ha detto?
"Di stare tranquilla. Era tipo: 'Ma va, 'nnamo, famo...'. È stato carino, anche in sala, con il pubblico, mi ha presa per mano. Mi sono sentita a mio agio, me stessa".

Ovvero?
"Come dire, volevo trasmettere quello che sono. Non volevo crearmi un personaggio. Ammetto sia stato un pensiero che ho fatto prima di andare a Venezia: la gente avrà un'idea di me, e ne ho parlato con le mie amiche. Cosa dovrei trasmettere? Cosa ho in mano? Io sono così, e questo do. Di che stiamo parlando? Prendo tutto per come sono. Ed è stato importante, ho accettato tutto quello che mi passava per la testa".

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Emanuele Maria Di Stefano e Gaia Merlonghi in scena. Foto di Paolo Ciriello

Non hai alle spalle una scuola di recitazione o un'accademia. Pensi di volerle frequentare?
"Non lo so ancora, ne sto parlando con la mia agente, che ho da poco e che adoro, Giulia Capogna. Vediamo cosa arriva. Alcuni mi dicono di non farlo, altri invece dicono che una base di recitazione farebbe bene, che è logico. Magari non subito l'Accademia, ma un corso di teatro più piccolo, per capire l'approccio. Tra l'altro c'è un episodio avvenuto sul set che mi ha fatto pensare".

Ossia?
"C'è una scena in cui parlo al telefono di ciò che è accaduto. Avevo un'ansia terribile prima di girare. Capirai, io ho sempre ansia. Finita la scena mi stavo fumando una sigaretta, arriva il microfonista, Alessandro Molaioli, e mi dice una cosa bellissima. Mi guarda e fa: 'C'hai una bestia dentro. Non ti costruire, ascolta la bestia che hai in te'. È stato incredibile, mi stavo per mettere a piangere; sono un'emotiva, io. Anche se dovessi frequentare una scuola continuerò ad ascoltare ciò che ho dentro. È giusto imparare, ma prima d'ora non avevo mai recitato".

Del resto, il talento è talento.
"Questa cosa che avrei talento mi fa uscire di testa, per me è incredibile".

Eppure...
"Hai presente il San Callisto, il bar a Trastevere? Ho iniziato a lavorare lì quando avevo 17 anni. La prima volta che mi hanno bocciata partivo da Albano Laziale per venire a Roma. Mi svegliavo ogni mattina alle 4:30 e andavo a scuola. Dopodiché, io ero sola con mia madre, afflitta dal morbo di Crohn. Ho iniziato a lavorare, ero l'unica ragazza che lavorava al bancone. Lavoravo di sera, tornavo a casa di notte. Quell'anno mi hanno bocciata di nuovo al Classico. Eppure era quello che volevo fare, mica volevo cambiare. La vita era un'altra cosa per me. Vivevo nelle case popolari ma andavo a scuola al centro, con tutti i radical chic del caso. Un binomio incomprensibile. E questa opportunità arrivata con La città dei vivi ancora non mi sembra vera".

Non sei più a Corviale, giusto?
"No, ora vivo con la mia migliore amica, Anita".

E la scuola? Finita?
"Non ancora, sto facendo due anni in uno adesso. Fortunatamente non ho l'obbligo di frequenza".

Roma, la pressione e la sensibilità

A proposito, un'altra protagonista del film è proprio Roma. Quella popolare, periferica. Che rapporto hai con la città?
"Amore e odio. Ma che le vuoi dire a Roma? Sono nata che stavo a Massimina, parecchio lontano. Fino ai primi anni delle medie io non sapevo dove fosse Largo Argentina, non sapevo come arrivare al Colosseo, non sapevo nulla. Al Liceo mi sono iscritta al Virgilio, a via Giulia. Lì ho conosciuto un'altra parte di Roma. Tipo Trastevere, che non avevo mai visto. Mi sono innamorata. Ma ogni giorno dovevo affrontare un lungo viaggio, ripercorrendola all'indietro. Da piccola sono stata pure a Centocelle. Ho sempre girato molto. Tra l'altro c'è un episodio particolare ma... non è che sto parlando troppo?"

Assolutamente no.
"Ok, allora: non l'ho ancora detta questa cosa, e la dico ora. Il punto di forza per questo film è stato mio nonno, che è venuto a mancare quando ero alle medie. È stata la mia figura paterna. Vivevo con i miei nonni. Ho sotterrato per molto tempo le emozioni, tirandole fuori adesso. Dopo quello di mio nonno non sono più andata a un funerale, e ci sono tornata - diciamo per finta - sul set del film, quando abbiamo girato la scena della funzione. Il giorno in cui sono andata a fare l'ultimo provino ho pregato mio nonno di starmi vicino. Ci sono state un sacco di coincidenze".

Del tipo?
"Sono nata nel 2006, l'omicidio di Luca è avvenuto nel 2016 e dieci anni dopo abbiamo fatto il film. Io sono nata il 5 marzo e quando sono andata a leggermi la storia ho scoperto che è avvenuto proprio nella notte tra il 4 e il 5. Alcune scene le abbiamo girate a Massimina, dove c'era il campo base, nel preciso punto in cui con i miei nonni lasciavamo il camper. Come ti dicevo, ho realizzato un album di ricordi per questo film e c'è la foto a un libro, che non mi ricordo qual è, con una frase che dice: 'Son qui perché se mi arrendo questa volta mi arrenderò tutta la vita'. Rappresenta tutto: non mi sarei mai vista a fare un film, però ho detto: 'Cavolo, perché non ci provo? Chi mi dice che non posso farlo? Chi mi dice che devo ascoltare la mia ansia e le mie paure? Usciamo un po' dalla nostra comfort zone. Proviamo'. E quindi di sicuro proverò tante altre cose nella mia vita, senza ascoltare le mie paure".

Senti, ma tua mamma l'ha visto il film? Che ti ha detto?
"Piangeva, piangeva tutto il tempo. È stata molto felice. Ho un rapporto particolare con lei, lo ammetto. Ora non la sto sentendo molto, però è sempre mia mamma e so che il film le è piaciuto tanto".

Sei figlia unica?
"Ho un fratello più grande".

Pensavo fossi figlia unica da come parli.
"Eh sì, sì, è vero. In qualche modo non l'ho incluso, ma nessuno me lo può toccare. Cioè, mio fratello è mio fratello. Sono super gelosa. Non siamo cresciuti raccontandoci le cose o dicendoci le nostre paure, o dicendoci 'io sono qui per te, ti voglio bene'. Mio fratello, essendo più grande di me, ha vissuto altre cose della nostra particolare famiglia. È cresciuto chiudendosi a riccio, io ero troppo piccola per potergli stare vicino e farmi dire le cose. Se mi scrive gli rispondo, se gli scrivo mi risponde. Però non ci scriviamo".

Se è tutto nato per caso, con che film sei cresciuta?
"Ti stupirò: io sono un'ignorante in materia di altissimi livelli. Ma forse è arrivato il momento per me di recuperare più cose possibili".

Non è così importante. A proposito: hai già ricevuto proposte di lavoro?
"Ammetto la verità, non troppe. Ho fatto il mio primo self-tape un paio di settimane fa e dovevo mandarne uno oggi, ma non sono riuscita a farlo in tempo, quindi spero di poterlo mandare in ritardo".

Tra l'altro, La città dei vivi parla di quanto la società spinga i giovani alla fretta. Riesci a opporti?
"Sincera, mi sono sentita appesantita in questi anni nel vedere i miei amici andare avanti e io che restavo indietro. Venivano a bere al bar dove lavoravo e in qualche modo mi sentivo una fallita. Però non era vero: stavo facendo qualcosa di importante, lavoravo perché dovevo. La fretta di dover fare cose concrete l'ho sentita, ma non potevo permettermi di farmi schiacciare. Ho capito che l'importante è dare qualcosa a me stessa. In qualsiasi cosa io faccia, senza dimostrare nulla, senza raggiungere il target in determinati tempi voluti dagli altri. La vita non offre lo stesso percorso a tutti e dovevo prendere quello che avevo al momento. Di certo non era il tempo. C'è sempre da rischiare in qualsiasi cosa fai, bella o brutta che sia. L'importante è avere consapevolezza di ciò che si fa. Il rapporto che abbiamo con noi stessi è fondamentale".

"Il premio IMAIE? Una carezza"

Dopo tutto, questo primo lavoro così importante è una specie di rivincita?
"Ti dirò, ho lasciato il premio IMAIE sul tavolo del salotto. Una mattina la mia amica si sveglia e mi trova a contemplarlo mentre bevo il caffè. Le ho detto che rappresenta la prima cosa concreta della vita, che posso toccarla, che è mia, che sta lì. Non accetto bene ciò che mi succede di positivo, però non la chiamo rivincita. Ho vissuto cose che mi hanno aiutato ad arrivare dove sono e mi permetteranno di arrivare da qualche altra parte ancora. È una carezza, una coccola".

Gaia Merlonghi Attrice
Gaia Merlonghi a Venezia 83. Foto di Soqquadro - Studio Creativo

E invece, come resisti agli orrori di oggi?
"Non siamo più sensibili. A tavola, dove si dovrebbe parlare tra noi, siamo travolti da notizie assurde. Poi Instagram: scrollo e scrollo, mi svuota e mi rende impotente. Mi fa rabbia questa cosa. E ciò che vedi ti resta inconsciamente dentro, roba che ti cambia l'umore".

Ti sto tenendo al telefono da più di mezz'ora. Ultima cosa: ripenso al San Callisto, oggi l'hanno pure ristrutturato. Ci torni spesso?
"No, ci torno a bere solo ogni tanto, a salutare i vecchi colleghi. È un ambiente tosto, a diciassette anni poi ancora di più. Vivevo da sola in un appartamento; non è andata sempre bene lì, ma i rapporti sono rimasti cordiali. Dopodiché ho fatto altri lavoretti, dovevo tornare a scuola e ora spero di trovare un'indipendenza economica".

Materia preferita?
"Beh, senza dubbio storia dell'arte".

foto in cover di Alberto Chiariglione

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