Il male puzza. Un tanfo acre, che toglie il respiro. Un odore che ti resta addosso, come un'ombra che sembra seguirti anche di giorno, sotto il cielo di una città piena di luce. Che contraddizione. Eppure no, sotto sotto, s'aggira quatto quatto quel male che sa di sudore, piscio, sperma, alcol. Il male esiste, certo, e può manifestarsi in molti e inaspettati modi.
Soprattutto - per usare forse una frase fatta - il male peggiore è quello banale, così vuoto ma pure così pieno. Quello che non puoi spiegare, né accettare. Come un bicchiere riempito a metà destinato a rompersi perché, si sa, "i bicchieri si rompono". Sarebbe inutile nonché pretestuoso argomentare troppo su La città dei vivi di Edoardo Gabbriellini, in quanto ciò che ruota attorno a certi eventi risulterebbe accessorio, superfluo.
La città dei vivi è un film sulla tenerezza
Cavolo, come si potrebbe inseguire la violenza scenica? E come si potrebbe anche solo pensare che questo film, tratto dal romanzo di Nicola Lagioia, possa spiegare e analizzare la violenza, nemmeno fosse l'ennesimo scadente true-crime messo lì a ingozzare l'attenzione di uno spettatore distratto? Allora, seguendo una pulizia "asciutta e insieme lirica", La città dei vivi è un film sulla tenerezza.
La tenerezza di un padre (Valerio Mastandrea, splendido, umano, lacerato) che fissa la porta, tanto Luca (Emanuele Maria Di Stefano, che fenomeno) adesso torna a casa. Si sa, "lui è strano, è fatto così". La tenerezza di una madre (Simona Senzacqua, che sottrae e quindi potenzia le emozioni) che, nonostante sia sul fondo dell'abisso, è lì a piegare le magliette di quel figlio che non vedrà mai più. E poi c'è la tenerezza struggente e al contempo vivissima di una ragazza innamorata (Gaia Merlonghi, che scoperta), rimasta da sola con un peso troppo grosso, indicibile, insensato.
L'unico modo per raccontare un fatto atroce
Del resto non poteva andare altrimenti: il bravo Gabbriellini porta in scena nell'unico modo possibile un racconto di formazione "interrotto" di un ragazzo ingoiato da un'umanità cattiva, deplorevole, inquietante. Mai eccessivo, mai pletorico, mai assuefatto. In mezzo, silenzi, gesti, dettagli. Il punto d'osservazione un passo indietro all'azione, e la tecnica cinematografica al servizio della storia.
Il montaggio in adagio di Jacopo Ramella Pajrin, la fotografia di Amine Messadi che toglie i colori romani, la discreta colonna sonora (di repertorio). Modi di intendere una narrazione che si ispira senza voler per forza ricalcare i contorni. Sarebbe inutile. Conta altro, in un certo linguaggio. Una sigaretta fumata a metà, una pizza margherita, le caramelle gommose di quel papà fiero e semplice, a cui è stato strappato il cuore.
Una poetica sacrale e pudica
Gabbriellini sfoca lo sfondo mettendo al centro gli esseri umani. Il regista elimina la prurigine, gratta via la superficie, ma si cala (e ci cala) in una grotta senza fondo che vibra e fermenta dietro le tapparelle chiuse di un appartamento senza nome. È lì, dove nessuno può guardare e sentire, che il male prende forma, pianificando la propria determinata follia per costruire un crimine dissociato e alienante. La città dei vivi diventa quella dei morti. Sia le parole di Lagioia sia le immagini di Gabbriellini rivedono i Ragazzi di vita di Pasolini per azzerarne il disgraziato romanticismo: entrambi guardano in faccia Roma, spolpandola poco a poco, come se fosse una prugna succosa ma piena di vermi.
Così, lo spunto di uno dei più orrorifici casi di cronaca nera viene allungato in un percorso che poggia le basi su due strade, una "giusta" e una "sbagliata". Luca, controvento, irrequieto, con i sogni troppo frettolosi, è la vittima perfetta. Il delitto, quindi, non è il centro del film, né vuole essere specchio sociale: se "suggerire è più forte che mostrare", La città dei vivi si riappropria di un linguaggio cinematografico che Gabbriellini, intelligentemente, definisce "pudico" e, aggiungiamo noi, sacrale. Ed è vero: forse per resistere ed esistere, davanti a tanta puzza, bisogna restare insieme, andando avanti, mano nella mano, giorno dopo giorno. Tutto riparte e tutto vive.
Conclusioni
Non poteva e non doveva essere un film semplice La città dei vivi. Così, rileggendo le pagine di Nicola Lagioia (e quelle di Pasolini de Ragazzi di vita), Edoardo Gabbriellini sfoca l'orrore - restando però presente, fluttuando nell'aria - per avvicinarsi allo sguardo dei protagonisti, capaci di raccontare una storia fatta di tenerezza e dolcezza. Una metrica lucida e sacrale, che non sbaglia un colpo ed enfatizza il senso d'unione. Ottimo cast, a cominciare dalle giovani rivelazioni: Emanuele Maria Di Stefano e Gaia Merlonghi.
Perché ci piace
- Il cast.
- La poetica scelta.
- La tenerezza come protagonista.
- La musica.
Cosa non va
- Niente da dover rimarcare.