Recensione Solaris (2002)

Soderbergh si cimenta con uno dei classici del cinema di fantascienza: il Solaris di Tarkovsky, capolavoro arrivato al suo trentesimo anniversario.

In orbita intorno alla memoria.

Solaris è tratto da un racconto di Stanislaw Lem, ma quello che più conta è la sua diretta discendenza dall'omonimo film sovietico, diretto da Andrei Tarkovsky nel 1972, trent'anni prima di questo remake americano.
Il compito di Steven Soderbergh non è stato dei più facili: l'originale film russo a cui si rifà, è considerato uno dei capolavori della fantascienza mondiale, un ottimo film, molto profondo, da molti definito la risposta sovietica al 2001 di Stanley Kubrick. Il rischio di far inorridire cinefili, trasformando un classico del cinema in un blockbuster senza spessore era grande, ma Soderbergh ha preso una strada diversa, forse meno rischiosa per certi versi: più di ripercorrere passo passo il suo modello di partenza, il regista americano ha deciso di approfondire aspetti solo accennati nel film di Tarkovsky, in modo particolare il rapporto tra il protagonista e la moglie defunta.
Il Kris Kelvin dell'originale, qui Chris Kelvin, è interpretato da George Clooney, che rinuncia alla sua solita ironia per costruire un personaggio piatto, quasi noioso, atipico per i suoi standard, e in definitiva risulta abbastanza credibile e a suo agio nei panni dello psicologo mandato sulla stazione spaziale orbitante intorno a Solaris per indagare su fenomeni anomali che coinvolgono gli ospiti della base. Ospiti appaiono ai residenti della stazione spaziale, concretizzazioni delle loro memorie.
L'apparizione della moglie di Kelvin, Rheya, è lo spunto per analizzare il rapporto tra i due, e soprattutto per analizzare il senso di perdita e la disperata ricerca di una seconda possibilità.
Il rapporto dei due amanti è ricostruito con un intreccio di flashback ben riuscito, in cui, a tratti, passato e presente si sovrappongono, memoria e realtà si confondono e si rispecchiano nel complesso personaggio di Rheya, nella buona interpretazione di Natascha McElhone che rende bene i dubbi e le angosce di un personaggio che è frutto dei ricordi di un altro.
I personaggi di contorno quasi spariscono in quest'ottica, sono quasi fantasmi, apparizioni, al pari delle entità evocate da Solaris.
Il risultato non è certamente il tipico film di fantascienza degli ultimi tempi: pochissime concessioni alla spettacolarità, agli effetti (usati solo per riprodurre la particolare bellezza del pianeta Solaris) e all'azione. Al contrario, il ritmo del film risulta lento, i suoi tempi dilatati, con una regia che spesso indugia su primi piani e dettagli.

Soderbergh ha il merito di essere riuscito a realizzare un film personale, che si discosta dall'originale e segue una sua strada parallela, quasi complementare rispetto al suo predecessore russo.

Movieplayer.it

3.0/5