Onore, soddisfazione, sacrifici. Su questo si soffermano le dichiarazioni di Marco Santi nel comunicare la scelta del suo Il Grande Giaffa come apertura dell'edizione numero 41 della Settimana Internazionale della Critica, nell'ambito di Venezia 2026. Il suo esordio in un lungometraggio, dopo i riconoscimenti per il corto Clara premiato al 48 Hour Film Project, è anche il primo passo di una realtà giovane e indipendente come Andromeda Film che produce insieme a 10D Film e in collaborazione con Rai Cinema, che vede premiato un lavoro fatto con passione e soprattutto fiducia nel cinema d'autore.
Perché questo in definitiva è anche Il Grande Giaffa, al netto di una forma capace di parlare anche a un pubblico ampio e la presenza nel cast di nomi noti che possono aiutare a far conoscere il lavoro, da Edoardo Pesce a Barbara Chichiarelli e Carlotta Gamba: un film che ha una sua propria visione non solo del cinema, ma anche di temi preponderanti oggi come quello dell'identità, del bisogno di appartenenza e della necessità di essere riconosciuti.
La nascita del Grande Giaffa
Temi che vengono veicolati attraverso il protagonista Giacomo Falta, un uomo ignorato da tutti, che vive una grande difficoltà nel riuscire a trovare il proprio posto nel mondo. Una sensazione che in qualche modo si amplifica quando entra in contatto con il Grande Giason, artista carismatico che riesce a conquistare il pubblico di ogni età, da quello elitario ai più giovani: assistendo al suo spettacolo da una parte si sente ancor più isolato e inadatto, ma dall'altro si convince che possa bastare indossare un volto diverso per arrivare a essere finalmente visto. Inizia così per lui una lunga notte in cui il confine tra identità e illusione, tra quello che è e quello che sta mettendo in scena, crolla sempre di più.
Tra crisi di identità e i falsi miti di oggi
"Quanto della nostra identità appartiene davvero a noi e quanto invece allo sguardo degli altri?" È questa infatti la domanda da cui è partito Carlo Santi per costruire il suo Il Grande Giaffa, ambientandolo in un paese isolato, quasi fuori dal tempo, per raccontare da una parte il bisogno del protagonisti di sentirsi visto, riconosciuto, accettato, ma anche sul fronte opposto il vuoto che si cela dietro una fama come quella del Grande Giason, che appare costruita sul nulla ma il cui stato viene accolto da tutti senza discussione.
Il plebiscito di entusiasmo che accoglie il Grande Giason è un aspetto che ci ha colpiti, perché parla molto bene e con puntualità del mondo in cui ci muoviamo. Ed è un aspetto che avremmo approfondito ulteriormente senza sfruttarlo soltanto come spinta iniziale per la crisi del protagonista, perché per contrapposizione completa il discorso sul tema dell'identità così importante nell'economia del film.
Edoardo Pesce guida un buon cast
A dar vita al protagonista Giacomo, giornalista timido e in qualche modo invisibile, è un bravo Edoardo Pesce che restituisce una prova differente da quelle a cui ci ha abituato. L'incredulità, la crisi e poi la trasformazione del suo Giacomo ne il grande Giaffa funziona e lascia spunti di riflessione, mentre attorno a lui fanno il loro dovere anche Barbara Chichiarelli, Carlotta Gamba e gli altri comprimari, al netto di ruoli che hanno meno spazio e devono faticare per farsi notare.
In definitiva un esordio che ci ha convinti e che ci lascia con la curiosità di vedere cosa ci riserverà in futuro il cammino artistico di Marco Santi, dopo questo primo passo nel contesto della Mostra di Venezia.
Conclusioni
Il Grande Giaffa si rivela un esordio riuscito e visivamente consapevole, capace di maneggiare con misura un tema scivoloso e profondo come la crisi identitaria nell'era della visibilità a tutti i costi. Pur con qualche incertezza nello sviluppo del contesto che circonda il protagonista e un cast di supporto che avrebbe meritato più respiro, l'opera prima di Marco Santi conferma il talento del suo regista e regala a Edoardo Pesce un personaggio fragile e sfaccettato. Un'apertura indovinata per la Settimana della Critica di Venezia 2026, che lascia la chiara sensazione di aver scoperto una nuova voce del cinema indipendente italiano da seguire con estrema attenzione.
Perché ci piace
- Una prova intensa e sfaccettata per Edoardo Pesce, lontana dai suoi ruoli abituali, che sostiene con efficacia il peso emotivo del film.
- Una riflessione attuale e mai banale sulla ricerca d'identità, la percezione altrui e il bisogno di validazione.
- Marco Santi dimostra una visione d'autore nitida, capace di bilanciare ambizione d'autore e fruibilità per il grande pubblico.
Cosa non va
- La satira sulla fama "vuota" del Grande Giason rimane in superficie, usata più come espediente che come macro-tema esplorato fino in fondo.
- Talent come Barbara Chichiarelli e Carlotta Gamba dispongono di poco spazio per incidere davvero nella narrazione.