Il gigante di ferro: l'assurdo flop di un capolavoro

Uscito nell'estate del 1999, Il gigante di ferro si rivelò un flop al botteghino, salvo poi conquistare l'amore di milioni di persone grazie allo scorrere del tempo.

APPROFONDIMENTO di 26/06/2021
La locandina di Il gigante di ferro
La locandina di Il gigante di ferro

Una grande domanda a cui è stata data una grande risposta. Anzi, gigantesca. Potremmo riassumere così l'essenza de Il gigante di ferro. Un colosso animato nato da un dilemma esistenziale: "E se un'arma avesse un'anima?". Un quesito dietro il quale si nascondono due lutti, un dubbio nel quale la vita interroga la morte. Il tutto raccontato da uno dei film animati più belli della storia del cinema. Eppure, prima di sorridere, il nostro Gigante di ferro aveva uno sguardo spento e malinconico, la faccia triste di chi non era stato compreso. Sì, perché per quanto possa sembrare assurdo, lo splendido film di Brad Bird all'epoca della sua uscita fu un cocente flop al botteghino. Arrivato in sala nell'agosto del 1999 e costato 80 milioni di dollari, il film ne incassò soltanto 30. Un mistero che ha delle spiegazioni ben precise. Motivi che vi racconteremo nel nuovo episodio di Incompresi, la nostra rubrica di mini-documentari dedicata ai film più sfortunati della settima arte. E allora, mentre ci prepariamo tutti a essere chi scegliamo di essere, mettiamoci comodi sulla spalla del gigante per guardare dall'alto tutta la bellezza de Il gigante di ferro.

Elaborare il dolore

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Ted Huges e Silvia Plath

Dicono che il dolore sia un'ottima fonte d'ispirazione. Una dimensione intima in cui molti artisti trovano la spinta per lenire le proprie ferite, sublimare il lutto e rispondere alla morte dando vita a cose belle. È quello che è successo due volte con la storia de Il gigante di ferro. Andiamo con ordine. È il 1968 quando lo scrittore Ted Hughes dà alla luce il romanzo L'uomo di ferro. Si tratta di un racconto di fantascienza per ragazzi, dedicato a un misterioso Uomo di ferro che piomba dal nulla in una località agricola. Qui, grazie a un ragazzino di nome Hogarth si integrerà nella comunità tanto da allearsi con gli umani contro una minaccia aliena. Hughes ha da poco perso sua moglie, la poetessa Silvia Plath, e decide di dedicare il libro ai suoi tre figli per confortali dopo la morte della loro mamma. L'autore, poi, ammetterà che la stesura del romanzo ha aiutato in primis lui stesso a superare quella perdita. Anni più tardi una copia de L'uomo di ferro arriva tra le mani di Brad Bird.

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Brad Bird e il suo "gigante" di ferro

Tra le pagine di quel racconto, il futuro regista de Gli incredibili e di Ratatouille avverte qualcosa: una connessione con la sua vita, con la sua esperienza, con il suo dolore. Pochi anni prima di leggere quel libro, sua sorella Susan Bird era stata uccisa da un colpo d'arma da fuoco sparato dal marito. Anni dopo Brad Bird ammise di essere rimasto affascinato dall'aspetto curativo della storia. "Mi attraeva perché non ero ancora riuscito a scendere a patti con la morte di mia sorella", disse anni dopo. E da lì la fatidica domanda alla base de Il gigante di ferro: "E se un'arma avesse un'anima?". E ovviamente dare forma a una risposta così complessa non poteva essere certo una passeggiata.

Taron e la pentola magica: l'incredibile storia del film che ha quasi ucciso la Disney

Una sfida in nome della libertà

Uno dei protagonisti del film Il gigante di ferro
Uno dei protagonisti del film Il gigante di ferro

Per raccontare la storia de Il gigante di ferro bisogna prima soffermarsi sulla storia di Brad Bird. Un regista davvero incredibile, secondo noi mai abbastanza celebrato dal pubblico e dagli addetti ai lavori. Parliamo di una persona con una passione maniacale per il cinema, che inizia a disegnare a 3 anni con una costanza insolita per un bambino così piccolo. Il fatto curioso è uno: quel bimbo prodigio non si limita a fare disegni casuali, ma crea piccoli racconti sequenziali, come se fossero storyboard embrionali. Basti pensare che quando da bambino gli chiesero cosa gli sarebbe piaciuto fare se i film non esistessero, lui rispose: "Allora li invento io". La sua voglia di fare lo farà arrivare in Disney da ragazzo, al fianco di nuove leve talentuose e irrequiete con Tim Burton. Lì lavora a film sfortunati come Red e Toby nemiciamici e si accorge presto che la vecchia guarda limita la meritocrazia e soprattutto la libertà creativa. Allergico a questa rigidità, Bird si lamenta di continuo e così viene licenziato dalla Disney.

Brad Bird sul 'set' di Ratatouille
Brad Bird sul 'set' di Ratatouille

Dopo vari progetti ambiziosi come un film animato tratto dallo splendido fumetto The Spirit, che non vedrà mai la luce, Bird trova libero sfogo in tv, lavorando a otto stagioni de I Simpson. Qui, oltre a prendersi il merito di aver introdotto l'amatissimo personaggio di Krusty il clown, Bird assapora il piacere del lavorare in libertà, senza alcun compromesso. Ed è per questo che per il salto sul grande schermo, lo studio d'animazione non poteva essere né la Disney, né la DreamWorks, ma una realtà minore dove avere totale indipendenza. Quello studio coincide con Warner Animation Group, che nella seconda metà degli anni Novanta era considerato il terzo incomodo schiacciato dai due colossi. Era questo il posto giusto in cui poter costruire bullone dopo bullone il suo gigante di ferro.

La genesi

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Una pagina dell'artbook del film

Il gigante di ferro era già nei progetti della Warner prima che il timone passasse tra le mani di Bird. Nella sua fase embrionale il film sarebbe dovuto essere un musical impreziosito dalle canzoni di Pete Townshend, oltre che una trasposizione piuttosto fedele del libro di Hughes. Quando il progetto passa nella mani di Bird, il regista lo stravolge: niente canzoni, nessun live action, ma un film animato in tecnica mista, con animazione tradizionale e CGI che convivono sullo schermo. Una CGI inserita non per moda, come molti stavano facendo all'epoca per rincorrere il modello vincente Pixar, ma con una precisa visione artistica: il Gigante di ferro era l'elemento straniante del film, la presenza aliena, mostruosa, diversa. E per questo doveva essere diverso anche a livello di tecnica animata. E così fu. Bird capì subito che la base da cui partire era il gigante stesso: ovvero il simbolo dell'opera. Così per lo studio del design del personaggio si affidò a un veterano come Joe Johnston, regista di Jumanji. Il character design de Il gigante di ferro è ancora oggi una perla assoluta di sintesi, proporzioni ed espressività. Johnson partì dall'aspetto fisico di Braccio di ferro, di cui riprese gli avambracci sproporzionati e il mento prominente, per poi stilizzare il tutto. Il risultato, come detto, è un personaggio stupendo: capace di veicolare emozioni quasi senza parlare (e infatti nel film ne proferirà soltanto 53 parole), di esprimersi con le movenze del volto e del corpo che ci raccontano tutto di lui: dall'impaccio iniziale alla meraviglia.

Una sequenza del film d'animazione Il gigante di ferro
Una sequenza del film d'animazione Il gigante di ferro

L'altra idea geniale di Bird fu la scelta dell'ambientazione e del periodo storico. Anche queste fondamentali e significative nell'economia del racconto. L'America di provincia degli anni Cinquanta, anzi del 1957 (l'anno di nascita di Bird), era perfetta per mettere in scena una comunità chiusa, isolata e per questo facile preda della paura e dell'isteria collettiva. La guerra fredda e il deterrente nucleare davano forma alla mentalità paranoica di quegli Stati Uniti d'America, incarnati a meraviglia dall'antagonista Kent Mansley, totalmente fuori di testa e ossessionato dall'esigenza di trovare un nemico da combattere. Tutte splendide premesse che, però, non salvarono Il gigante di ferro da un cocente e inaspettato flop al botteghino.

Un tonfo gigantesco

sequenza del film Il gigante di ferro
sequenza del film Il gigante di ferro

È il 6 agosto del 1999 quando Il gigante di ferro arriva nelle sale americane. E fin qui niente di strano, visto che tradizionalmente negli Stati Uniti la finestra di uscita estiva è molto amata dal pubblico (a differenza di quello che succede da noi in Italia). Però nessuno poteva immaginare che un bambino che vedeva la gente morta avrebbe rovinato tutto. Il clamoroso successo de Il Sesto Senso, infatti, catalizzò l'attenzione del pubblico, togliendo spazio mediatico al nostro gigante. Questa, però, è solo una delle ragioni dietro il flop del film. E nemmeno la più importante. In realtà il grande problema de Il gigante di ferro è stata la sua promozione. La campagna di marketing fu un disastro su tutta la linea. Scottata dall'insuccesso commerciale de La spada magica - alla ricerca di Camelot, la Warner investì pochi soldi e lì investì male. La campagna promozionale si mosse in ritardo, troppo a ridosso con l'uscita, sfornando poster dal sapore troppo vintage, che spacciavano il film come una vecchia pellicola degli anni Cinquanta senza alcun mordente per il pubblico giovane e trailer stranianti in cui musica heavy metal e battutine comiche non rendevano giustizia al tono del film. Senza dimenticare che all'epoca eravamo ancora dentro in Rinascimento Disney, chiuso proprio da Tarzan nel 1999, per cui per il grande pubblico spesso "film animato" faceva rima solo e soltanto con "Walt Disney". Eppure, sottotraccia, tra recensioni piene di entusiasmo e pochi spettatori ammaliati da Il gigante di ferro, la scintilla d'amore verso questo film si era accesa. E presto avrebbe scatenato un incendio.

Una valanga di amore

Una sequenza del cartone animato Il gigante di ferro
Una sequenza del cartone animato Il gigante di ferro

Il gigante di ferro è il tipico cult che ha solo avuto bisogno di tempo per essere capito, apprezzato e celebrato quale il grande capolavoro che è. E per fortuna oggi il film è amatissimo da tantissime persone. Va detto, però, che se la campagna pre-lancio fu un disastro, la seconda vita de Il gigante di ferro sul piccolo schermo è stata piena di buone intuizioni. In America , infatti, comprando un biglietto per l'attesissimo Pokemon - Il film, gli spettatori ricevevano uno sconto di 2 dollari sull'acquisto di una copia home video de Il gigante di ferro. A questo bisogna aggiungere una marea di passaggi televisivi piazzati in momenti cruciali, come il Natale, il giorno del Ringraziamento e il giorno dell'Indipendenza. In quei giorni il film riuscì ad abbracciare finalmente le famiglie, gli adulti e i bambini che non hanno potuto apprezzarlo in sala. E da lì in avanti è partita una valanga di amore che ancora oggi non vuole proprio saperne di fermarsi. Come dimostrano gli omaggi di Spielberg in Ready Player One e quello imminente di Space Jam - New Legends. In tantissimi infatti ne hanno scoperto il tatto, la morale gentile e lo splendido messaggio di umanità nascosto nell'amicizia tra Hogarth e il gigante. La storia di un bambino curioso, indomito, senza i pregiudizi e gli schemi mentali di un mondo adulto impaurito dal diverso. Un bambino la cui mente era stata aperta anche dalle sue passioni da nerd ante litteram, con i fumetti di Superman a ispirarlo. Senza mai fare la morale, il gigante di ferro è davvero una piccola, grande lezione di empatia e di autodeterminazione. Il commovente racconto di un ragazzino coraggioso che si specchia nella libertà creativa del suo autore. Quel Brad Bird che non voleva farsi imbrigliare da nessuno e voleva ragionare solo con la sua testa e con il suo cuore. È col tempo un gigante lo è diventato davvero.