Recensione Il primo giorno d'inverno (2008)

L'opera prima del regista Mirko Locatelli ha l'enorme pregio di fotografare una monotonia che appartiene effettivamente al nostro quotidiano riconsegnando allo spettatore un universo fatto di piccoli gesti apparentemente privi di senso, lunghi tragitti in motorino, noiose lezioni tra i banchi di scuola, scaramucce tra ragazzi e pomeriggi dediti allo sport con l'intento di scavare a fondo nell'irrequietudine e nell'incapacità di relazionarsi col prossimo che molti hanno sperimentato nel corso dell'adolescenza.

Il gelo nel cuore

Il primo giorno d'inverno è quello in cui la notte più lunga divora il sole dando inizio alla stagione fredda. Il primo giorno d'inverno è quello in cui il gelo, ormai padrone supremo, soffoca il cuore e paralizza la mente di chi tenta timidamente un primo goffo passo verso quella serenità e quell'accettazione che forse non è dato avere. Il primo giorno d'inverno è quello in cui si consuma il dolore più grande, quello che spacca il cuore nel petto segnando il momento il cui si diventa tristemente consapevoli che nulla sarà mai più come prima. Tra tante pellicole italiane che rappresentano un'adolescenza fasulla modellata ad uso e consumo degli incassi al box office scimmiottando le serie tv americane, ipotizzando derive improbabili dei classici elisabettiani o ancor più improbabili relazioni con ultraquarantenni pruriginosi, l'opera prima del regista Mirko Locatelli ha l'enorme pregio di fotografare una monotonia che appartiene effettivamente al nostro quotidiano riconsegnando allo spettatore un universo fatto di piccoli gesti apparentemente privi di senso, lunghi tragitti in motorino, noiose lezioni tra i banchi di scuola, scaramucce tra ragazzi e pomeriggi dediti allo sport con l'intento di scavare a fondo nell'irrequietudine e nell'incapacità di relazionarsi col prossimo che molti hanno sperimentato nel corso dell'adolescenza.

Valerio, il protagonista, è un ragazzo come molti altri con pochi soldi, tanti evidenti problemi e qualche responsabilità di troppo. Le sue reazioni violente e apparentemente incomprensibili nascondono, in realtà, un disperato desiderio di comunicare, di relazionarsi con i propri coetanei, di toccarli, spingerli e anche picchiarli se serve perché solo attraverso l'esperienza dei suoi simili il ragazzo può arrivare a conoscere realmente se stesso. Il contesto in cui Valerio è calato non è particolarmente coinvolgente: una casa buia e piccola, la presenza di un solo genitore, una scuola come tante, campi brulli tipici della periferia di una grande città e una luminosa piscina che rappresenta l'unica via di fuga 'possibile', oltre a configurarsi come principale valvola di sfogo per le frustrazioni, purtroppo mal sfruttata. La presenza del mondo adulto all'interno di questo contesto cupo e problematico è sporadica e decisamente superficiale. Né la madre, troppo indaffarata a tirare avanti la famiglia per osservare con attenzione il disagio manifesto nei comportamenti del figlio, né il coach della piscina, interpretato dal convincente Giuseppe Cederna, riescono a far breccia nel muro di silenzio e disagio eretto da Valerio e nel suo esplodere in comportamenti violenti che nascondono solo una dolorosa richiesta d'aiuto a cui nessuno sembra voler o poter rispondere.
Nonostante l'impegno e la serietà profuse in questo esordio, Il primo giorno d'inverno non è una pellicola riuscita. Il film soffre di numerose pecche dovute principalmente all'inesperienza e alla mancanza di mezzi, ma anche a una certa fragilità nella struttura narrativa. La cupezza che domina per la stragrande totalità del film, imputabile principalmente a una fotografia che vira in tutte le declinazioni possibili e immaginabili del grigio, pesa come un macigno su una pellicola che non trova mai lo spazio per respirare, incapace di sollevare la testa dalla mera rappresentazione delle meschinità del quotidiano e dalla piattezza del plot affossato da un montaggio decisamente non all'altezza. Alle mancanze stilistiche e tecniche va aggiunta la scelta, non sempre felicissima, del cast i cui giovani attori sono quasi tutti alla prima esperienza. Rigido e legnoso il protagonista Mattia De Gasperis, inquietante quanto basta nelle scene in cui sostiene lo sguardo implacabile della macchina da presa nella più completa solitudine, molto meno credibile negli scontri con i compagni che ha preso di mira a causa delle loro tendenze sessuali soprattutto per l'uso della voce assai poco convincente (unito a dialoghi che non sono proprio il punto forte del film). I numerosi difetti di fattura rischiano di offuscare il rigore originario della pellicola, che evita orgogliosamente di cedere alla tentazione delle facili soluzioni, lasciando per lo più nel sottotesto l'abusato tema dell'omosessualità (sia quella più esplicita che quella latente) che qui, in effetti, ha ben poco a che vedere col vero fulcro della narrazione, ma non cancellano del tutto i meriti di un lavoro che, in un mercato cinematografico per lo più omologato sul modello del campione di facili incassi, tenta una via alternativa e coraggiosa. Ci auguriamo che questo esperimento non si riveli una semplice eccezione, ma che ad esso seguano lavori più strutturati, ma ugualmente sinceri.

Movieplayer.it

2.0/5