8 febbraio 1977. Tony Kiritsis entra nell'ufficio del presidente della Meridian Mortgage Company, M.L. Hall, e prende in ostaggio il figlio Richard puntandogli alla testa un fucile a canne mozze. Tony ha poche ma decise richiesta in cambio della vita dell'ostaggio: 5 milioni di dollari, immunità e, probabilmente più di ogni altra cosa, delle scuse.
È l'incipit di una storia vera raccontata ne Il filo del ricatto - Dead Man's Wire che si è protratta per 63 ore di trattative che sono state trasmesse in diretta TV e hanno tenuto il pubblico con il fiato sospeso. A dirigere il film, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia e ora in sala, troviamo Gus Van Sant, con il quale abbiamo avuto modo di confrontarci per farci raccontare il suo interesse per la vicenda e le scelte fatte per portarla su schermo.
La rabbia di Tony e la genesi di Dead Man's Wire
Cosa ha intrigato il regista di Elephant e Will Hunting - Genio ribelle e l'ha spinto a raccontare questa storia? "Credo che l'elemento centrale fosse la rabbia che Tony ha covato per così tanto tempo durante il periodo in cui ha rapito questa persona" ci ha detto Gus Van Sant, "e il modo in cui i due hanno imparato a conoscersi durante la prigionia"... come in una cella che in qualche modo "ha forzato questa amicizia naturale ma anche buffa." Una storia peculiare quanto lo era anche la personalità del rapitore Tony Kiritsis, la principale figura coinvolta nella vicenda, "molto originale, quasi ridicola e affascinante."
Andare oltre la somiglianza fisica
Incuriositi dal film di Gus Van Sant, siamo andati subito a controllare online i personaggi coinvolti nella storia vera raccontata da Il filo del ricatto - Dead Man's Wire e ci siamo resi conto che non è stata inseguita la somiglianza a tutti i costi tra le persone reali e i relativi interpreti: cosa ha dettato il lavoro di casting? "Ho scartato l'idea di copiare l'aspetto dei personaggi reali perché avrebbe limitato le scelte" ci ha spiegato subito il regista, "Tony era un uomo basso e Richard era piuttosto alto; nel film abbiamo fatto l'opposto".
E un punto ha sottolineato Gus Van Sant, il fatto che gli è stato fatto notare come Tony, essendo basso, avesse dentro una "rabbia da persona bassa" che potesse essere tra le cause del suo risentimento. "Ho sorvolato su questo scegliendo Bill Skarsgård: sapevo quanto fosse bravo a creare grandi personaggi e ho scelto di privilegiare questo aspetto."
L'ispirazione anni '70, tra crime e i colori di William Eggleston
Quel che colpisce della storia, come raccontato anche nella nostra recensione de Il filo del ricatto, è l'approccio da un certo tipo di poliziesco anni '70, sia nel tono che nel look. Come ci hanno lavorato?: "Avevamo molto materiale di riferimento e abbiamo fatto del nostro meglio per far sì che sembrasse fedele all'epoca. La città in cui eravamo, Louisville nel Kentucky, aveva edifici ancora abbastanza vecchi da passare per gli anni '70" ci ha spiegato, ma in più hanno "affittato vecchie videocamere per emulare i filmati originali che andarono in onda" aggiungendo al lavoro di macchina un tocco quasi documentaristico.
E aveva dei riferimenti specifici in mente per costruire il look del film? "Credo che il film Una squillo per l'ispettore Klute sia stato un punto di riferimento per il mio direttore della fotografia. Mentre dal canto mio, mi piacevano le immagini di William Eggleston, un fotografo dell'area di Memphis, e le ho usate come tavolozza di colori."
Una giustizia incompleta: il messaggio de Il filo del ricatto
Nel raccontare questa storia mossa dal rancore e che nasce in qualche modo come reazione a quanto subito, il film riflette molto anche sul concetto di giustizia, che diventa un ulteriore tema interessante. "Tony sta sicuramente cercando giustizia, quindi è la storia della sua ricerca e di quanto fosse o meno soddisfatto alla fine. In realtà non sembrava mai soddisfatto, anche dopo la conclusione dell'evento continuava a lamentarsi. Ha ottenuto giustizia in qualche modo, ma non completamente."