"Scusa il ritardo, ma ero impegnato con un provino", dice Stefano Lodovichi non appena si collega su Zoom per la nostra intervista. Sempre gentile, preparato e mai banale (no, non è scontato) ritroviamo il regista a tre anni da Christian - serie tv finita troppo presto -, tornato con Il Falsario, film Netflix che racconta la storia - a metà tra verità e finzione - di Antonio "Toni" Chichiarelli, indefinibile figura (e per questo efficace) che ha (ri)scritto, sotto traccia, eventi epocali nella Roma a degli anni Settanta e Ottanta. Dal caso Moro alla Banda della Magliana. Nei panni di Chichiarelli, un baffuto Pietro Castellitto.
Se Il Falsario, com'era prevedibile, ha presto scalato la top 10 dei film più visti su Netflix, con Stefano Lodovichi parliamo di Roma, del cinema "pop" professato dai "grandi autori", di imitazioni e "copiature", e di quanto il cuore faccia sempre la differenza. In un film. E pure in cucina.
Il Falsario: dietro le quinte del film con Stefano Lodovichi
Stefano, Toni Chichiarelli è praticamente un fantasma. Esiste e non esiste. Perché siamo così attratti da certi misteri?
"Ciò che è ignoto è qualcosa che ci ha sempre alimentato. Pensa alla forza e alla fortuna del cinema horror: il genere horror vive dell'inspiegabile e di ciò che si può costruire nel buio. Abbiamo paura del buio fin da bambini; esiste un mondo che costruiamo nel non conosciuto o in ciò che immaginiamo possa esserci sotto il letto. Dove non ci siamo noi, c'è qualcosa e, tendenzialmente, è sempre qualcosa che ci fa paura".
Il Falsario in questo senso pone delle domande al pubblico senza prevedere delle necessarie risposte.
"Fa parte della curiosità, è umana. Il thriller, il mystery, i gialli, tutte quelle narrazioni che prevedono una condivisione con il pubblico, secondo me, sono sempre molto efficaci. Il pubblico vuole sentirsi parte della storia, vuole poter risolvere un giallo, vuole essere portato dentro un'avventura incredibile. Per quanto riguarda il mio approccio a Il falsario, quando mi sono messo a studiare il personaggio di Toni Chichierelli mi sono chiesto che tipo di verosimiglianza, anche solo estetica, dovessimo riportare e che tipo di lavoro dovessimo fare anche con Pietro Castellitto".
Tra l'altro ci sono pochissime foto di Toni.
"Sì, in termini di somiglianza, ricostruzione e fedeltà al personaggio è stato difficilissimo. Esistono tre o quattro immagini che non sono mai realmente esemplari. Sono foto rubate da lontano. Ci sono immagini che raccontano momenti differenti della vita del personaggio, ma allo stesso tempo il mistero che circonda Tony resta tale".
Un mistero che si lega a fatti storici importanti.
"È questo mistero a creare una fascinazione incredibile: la fascinazione per chi si muove nell'ombra, per chi lavora dietro le quinte e che, in qualche modo, diventa un personaggio molto più presente, più ingombrante e più attivo, anche nei grandi eventi storici - come in questo caso il sequestro e l'uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse - di quanto normalmente si pensi".
Roma, tra il cinema e gli abbracci
Roma è una protagonista del film. Che rapporto ha con la città?
"Devo fare una premessa: Roma è una città che non ho ancora del tutto capito. Non sono romano, vengo dalla provincia, sono maremmano doc. È una città incredibile, che inizialmente ho odiato e poi ho imparato ad apprezzare. Non ho avuto l'imprinting della mamma Roma che ti cresce fin da bambino con l'accento, che ti cresce con due squadre, tra Roma e Lazio, che ti cresce all'interno di quartieri meravigliosi dove alcuni palazzi sono lì così fermi dal 1500 e nessuno ci ha più messo le mani, oppure passi in motorino e c'è accanto il Colosseo. Mi sento ancora un po' alieno. Per me le persone si dividono tra chi ti abbraccia e chi non ti abbraccia, i romani ti abbracciano. Ed è una cosa che non ho mai sopportato fino a che a un certo punto ho iniziato ad apprezzarla".
Ci sono dei riferimenti ispirati da altri film romani?
"Come riferimenti, in realtà c'è tutto un po' la Roma di Alberto Sordi, come Un americano a Roma. Forse, tutto quello che mi piace di questa città è filtrato dallo sguardo di chi per un motivo o per l'altro non la sente casa. Vuoi perché sei un romano che vorrebbe essere americano, o vuoi perché sei uno che arriva dalla provincia e vuole diventare il più grande pittore degli anni '70".
Voce del verbo copiare: un mondo di imitatori?
Al centro del film c'è il concetto del copiare. Siamo cresciuti con l'idea che copiare fosse qualcosa di cui vergognarsi. Eppure, copiare spesso porta a grandi opere. Pensiamo a Tarantino.
"Penso che, in generale, l'arte sia tutta interconnessa. Tarantino prende il cinema italiano, il cinema giapponese, i B-movie, e allo stesso tempo riporta alla fama interpreti che erano finiti un po' nel dimenticatoio - penso a Kurt Russell e a tanti altri. C'è la possibilità di giocare con il cinema e allo stesso tempo con l'arte. È tutto connesso. Per me copiare, o meglio ispirarsi, fare riferimento a qualcosa, è lecito ed è giusto. Non solo per rendere omaggio, ma anche per far sentire che le cose non muoiono".
Tra l'altro tutti sono legittimati a copiare, ormai.
"Riguardo al falso, al falsificare, al copiare, è vero: siamo cresciuti con la condanna del copiare. Ed è assurdo, perché allo stesso tempo siamo cresciuti in una scuola dove parte dell'imparare e del costruirsi un'identità passava proprio dal copiare. Riprodurre era il primo step. Imparando a riprodurre, imparavi poi a trovare la tua cifra. Creare dal niente è il secondo step, ma non può che essere figlio dell'imparare a imitare. Oggi l'imitazione è ovunque, soprattutto sui social. Un creator crea un piccolo stile e subito proliferano imitatori che fanno le stesse cose. È una variante del copiare che, purtroppo, spesso finisce per raccontare il nulla".
Copiare o non copiare, l'importante ci sia sentimento. Il cuore è l'elemento più importante in un film?
"Penso che sia molto vero e che valga per tutto. Ti faccio un esempio personale: io non sono un bravo cuoco, ma sono molto bravo a pulire casa. Mia moglie invece è una cuoca bravissima. Quando cucino io perché lei non può, e lo faccio male o senza impegno, lei me lo fa notare e mi dice: "Si sente che non hai cucinato col cuore". Ed è vero. È la stessa cosa che vale per il cinema. Quando ti arriva una storia o un copione, devi trovare il modo di renderlo tuo. Questa è la grande difficoltà e la grande domanda che ci poniamo tutti: come posso voler bene a questa storia? Cosa posso darle in più? Come posso renderla unica? Ogni lavoro che faccio lo affronto come se fosse l'ultimo che potrei fare. Devi sempre affrontarlo in quel modo".
"Gli esordi? Come Boris: ho fatto lo schiavo!"
All'inizio della tua carriera hai lavorato in spot e videoclip. Questo tipo di formazione dà una marcia in più, considerando i tempi molto ridotti di quel linguaggio?
"In realtà non vengo realmente dal mondo degli spot o dei videoclip. Li ho fatti, ma vengo soprattutto dal set cinematografico. Ho studiato Lettere e Storia dell'arte, indirizzo cinema, e poi mi sono buttato completamente sui set, partendo dal basso. Sono figlio del set: citando Boris, facevo lo schiavo. Portavo abiti ai costumisti, facevo lavori assurdi, ho lavorato in produzione, ho fatto video con gli amici, video aziendali, comunioni, battesimi - che sono difficilissimi perché se non soddisfi i genitori si arrabbiano moltissimo. È lì che ho imparato una cosa fondamentale: il rispetto per le persone che ti circondano e per i ruoli. Allo stesso tempo, fare il videomaker mi ha reso indipendente. Se ho bisogno di preparare qualcosa, me la preparo. Se devo disegnare una scena, la immagino prima. Questo mi ha aiutato a ottimizzare e ad avere uno sguardo più consapevole".
Lei ha girato film per il cinema, ha diretto serie, e ora è su Netflix con Il falsario. Qual è la vera differenza? Esiste davvero questo algoritmo?
"Ho fatto quattro film e tre serie con piattaforme ed emittenti differenti. Con Netflix ho trovato interlocutori molto chiari, e questa è una cosa fondamentale. Avere una direzione precisa permette a tutti di lavorare nella stessa direzione. A livello creativo e artistico ho la possibilità di poter concentrare i miei sforzi. Molto spesso, purtroppo, i film che vanno in sala sono un'incognita. Riuscire a trovare i finanziamenti... Siamo in una zona di limbo disastrosa, soprattutto per il cinema indipendente. Detto ciò, l'algoritmo esiste, ma non è un problema. Ti dà una direzione e tu, all'interno di quella, trovi il tuo modo di raccontare la storia. Io non ho mai avuto restrizioni artistiche, né sul cast né sulla visione. Quando lavori con persone sensate e talentuose, l'allineamento viene naturale".
A proposito di standard, i film oggi durano troppo o siamo noi spettatori a essere più distratti?
"È una questione molto personale. Io sono un romantico: se un film mi piace, più dura e più sono felice. Se invece mi annoia, diventa una condanna. Quindi bisognerebbe avere un minimo di visione oggettiva sulle opere, anche quelle che fai, perché molto spesso non ti rendi conto che in realtà ti stai soltanto concentrando su di te, e una certa cosa in realtà non tocca minimamente lo spettatore. Amo anche la serialità, perché crea un legame emotivo fortissimo. Quando una storia finisce - Mad Men, Breaking Bad - stai male. Ed è quello, secondo me, il risultato più alto: raccontare un mondo in cui vorresti vivere".