L'era dei video generati dall'Intelligenza Artificiale in cui i volti si deformano e le mani hanno sette dita è ormai alle nostre spalle. Oggi, il dibattito sui film creati con intelligenza artificiale non riguarda più il "se" la tecnologia funzionerà, ma il "come" cambierà il linguaggio cinematografico e "quando" diventerà pratica comune, al netto delle prese di posizione radicali di molti artisti contro l'utilizzo di questi strumenti. L'IA può davvero creare vero cinema o è destinata a produrre solo un flusso infinito di contenuti senz'anima?
Come per quasi tutto, la risposta non risiede nello strumento, ma in chi lo usa, in chi si siede in cabina di regia. Per capirlo, abbiamo approfittato di un argomento che è tornato d'attualità negli ultimi giorni, ovvero Odysseus: The Fall di Ash Koosha, ma spostando l'attenzione sul confronto tra esso e un altro progetto che consideriamo invece maggiormente a fuoco, Nightborne di Neill Blomkamp. Si tratta di due approcci diametralmente opposti per due titoli resi pubblici più o meno nello stesso periodo, intorno alla metà di luglio: il cortometraggio di Blomkamp, al netto di alcuni limiti ancora evidenti, rappresenta un passo avanti e trasmette una visione autoriale, mentre il lungometraggio di Koosha è un esperimento ambizioso, anche nell'eccessiva durata di oltre due ore, ma che rischia di affogare nello "slop" generativo.
Il cinema generativo alla prova del nove
Prima è però necessario un minimo di contesto sullo stato dell'arte, su quello che nel mondo IA sta succedendo in quanto a intrecci sempre più frequenti con il nostro mondo dell'audivisivo. Fino a poco tempo fa, infatti, il cinema e l'intelligenza artificiale si incrociavano solo in brevi demo tecniche o in sigle di serie TV (come, per esempio, le polemiche scatenate da Secret Invasion). Oggi, l'accesso a modelli text-to-video e image-to-video altamente sofisticati, come possono essere Seedance, Kling o Sora, ha abbattuto i costi di produzione visiva.
Tuttavia, si sta confermando una lezione fondamentale, quella che tanti registi come Guillermo del Toro evidenziano nel parlare di un'incapacità della macchina di produrre arte: generare belle immagini non equivale a raccontare una storia e la transizione da esperimento tecnico a media narrativo sta spaccando l'industria. Da un lato c'è chi vede nell'IA un nuovo pennello a disposizione di artisti visionari; dall'altro c'è il timore di una saturazione di contenuti estetizzanti ma privi di spessore drammatico, montati senza rispettare le regole base della grammatica visiva.
Il caso positivo: Nightborne e la visione registica
Se c'è un regista che ha sempre saputo fondere effetti visivi rivoluzionari e critica sociale, quello è Neill Blomkamp. Con Nightborne, un cortometraggio di 13 minuti, Blomkamp dimostra come l'IA (nello specifico il modello Seedance 2.0) possa essere piegata al volere dell'autore. Il segreto di Nightborne risiede nel non essere un'opera "fatta dal computer", ma un'opera "potenziata" da esso. Il regista ha utilizzato concept art realizzati da artisti umani come base di partenza e ha coinvolto 32 persone in carne ed ossa, pagandole e acquisendo i diritti per utilizzare i loro volti e le loro voci.
Il risultato è un incubo sci-fi/body-horror dove l'inevitabile effetto "Uncanny Valley" dell'IA non è un difetto tecnico, ma uno strumento stilistico per generare inquietudine. In 13 minuti, Blomkamp costruisce un world-building coerente, dimostrando che il controllo del ritmo e della luce restano prerogative strettamente umane. Qualche inevitabile imperfezione resta e tante critiche sono piovute addosso al regista per aver sfruttato l'IA ed essersi dedicato a questo esperimento, ma resta la prova di un utilizzo sensato e consapevole del mezzo tecnico, di una strada percorribile, seppur ancora problematica.
Il caso critico: Odysseus: The Fall e la tentazione della quantità
All'estremo opposto troviamo Odysseus: The Fall, progetto guidato da Ash Koosha e dallo Studio Fountain 0, che aveva già fatto parlare di sé con il titolo precedente, passato anche al Tribeca. Cavalcando l'onda dell'interesse per l'opera di Omero per l'uscita del film di Christopher Nolan, l'esperimento ha tentato l'impossibile: realizzare un vero e proprio lungometraggio di 135 minuti interamente generato tramite intelligenza artificiale. Purtroppo, Odysseus rappresenta perfettamente i limiti attuali della generazione automatica non supervisionata e conferma tutti i dubbi e le critiche nei confronti dell'IA usata a questo scopo che in tanti evidenziano. Se il singolo frame può apparire suggestivo, la visione prolungata fa emergere tutte le criticità e mette alla prova lo spettatore. Non in senso positivo.
Tanti i problemi, figli di un minutaglia eccessivo e una mancanza di visione artistica: i volti dei personaggi mancano di coerenza da un'inquadratura all'altra, specialmente nei campi lunghi, ma il vero crollo avviene sul piano della grammatica cinematografica: mancano i raccordi di sguardo, le inquadrature sono piatte o statiche e i dialoghi non risultano credibili e realistici, nonostante lo script sia l'elemento più propriamente umano del progetto. È la prova che la quantità generata da un algoritmo non può sopperire all'assenza di un vero linguaggio cinematografico, di un progetto creativo da tradurre attraverso lo strumento.
Cosa distingue un'opera d'arte da un AI "slop"?
La risposta è quindi ancora, almeno per adesso, nell'umanità dietro il lavoro, che ci fa capire concretamente perché due progetti basati su tecnologie simili restituiscano risultati così distanti. Da una parte abbiamo Nightborne, che si basa su un controllo creativo elevato, sia in quanto a flusso di lavoro basato su prompt guidati, concept art umani e attori con licenza, sia in quanto a gestione dell'illuminazione e fase di montaggio; dall'altra Odysseus, operazione che spinge sulla generazione automatica e sfrutta il mondo, l'uscita del film di Nolan, per farsi notare e far parlare di sé.
Approcci diversi e risultati opposti anche sul fronte dell'etica relativa all'utilizzo degli strumenti, ma interessanti da guardare proprio per questa distanza di resa generale, perché ci permettono di seguire un'evoluzione costante e inevitabile e capire a che punto siamo nell'uso di queste tecnologie per realizzare un prodotto completo ma soprattutto compiuto. Sullo sfondo delle ovvie discussioni, tra chi si dice contrario, come Curry Barker di Obsession o Vince Gilligan, e quelli come George Lucas e, sorprendentemente, Martin Scorsese che sono aperti al dialogo.