Gunda, la recensione: quando il cinema si fa poesia del reale

La recensione di Gunda, documentario di Victor Kossakovsky in bianco e nero, che osserva gli animali di una fattoria senza l'ausilio di commento.

RECENSIONE di 13/05/2021
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Gunda: una sequenza del film

Non è facile iniziare la recensione di Gunda perché parlare del film di Victor Kossakovsky significa provare a mettere nero su bianco, attraverso la scrittura, ciò che è tipicamente e perfettamente cinematografico. Descrivere le immagini di cui è composto questo documentario in bianco e nero che osserva alcuni animali, tra cui una scrofa, in una fattoria, senza l'ausilio di un commento descrittivo, significherebbe depotenziare l'incredibile lavoro del regista. Non è un film facile e non è un film adatto a ogni spettatore, eppure è davvero uno degli esempi più alti di cosa intendiamo quando definiamo il cinema come arte. Simbolo di un documentario puro, senza compromessi, Gunda riuscirà a toccare le corde più profonde del proprio pubblico disposto ad accogliere i ritmi della vita vera, elevando a poesia ciò che racconta. Il film esce al cinema il 13 maggio e sarà disponibile anche sul canale di Prime Video IWONDERFULL dal 27 maggio.

Una storia di animali

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Gunda: una scena del film

Lasciamo stare le parole. Lasciamo che le immagini raccontino e mostrino tutto ciò che è necessario sapere. È la vita stessa, con i suoi suoni e i suoi ritmi, la vera protagonista di Gunda. Sin dalla prima inquadratura che ben descrive come sarà l'ora e mezza successiva, il documentario gioca a carte scoperte. Ecco allora che Gunda non è solo una storia della scrofa protagonista (a cui verrà riservato il maggior minutaggio) e dei suoi piccoli maialini, ma anche di un gallo senza una zampa e di alcune mucche. La fattoria diventa un microcosmo in cui lasciarsi abbandonare seguendo il flusso della vita evitando di andare alla ricerca di una storia narrativa forte. In questo non possiamo che spendere le migliori parole per lo sguardo utilizzato da Kossakovsky nel catturare sullo schermo questi animali. Aiutato da un bianco e nero ben contrastato, molto definito, che non fa sentire la mancanza del colore, lo sguardo della macchina da presa vuole estetizzare queste cartoline di vita cercando di arrivare al sublime. Attraverso inquadrature audaci e ben distanti dalla semplice spettacolarità di molti dei documentari sugli animali, Gunda predilige procedere attraverso l'occhio delle emozioni, della raffinatezza e dell'intimità. Poco importa, quindi, se a volte si ha l'impressione di avere di fronte un prodotto fin troppo perfetto e mancante di un certo grado di sporcizia: il tentativo è quello di elevare la realtà, renderla più magica, come solo il cinema sa fare.

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Una storia di umani

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Gunda: un'immagine del film

Se il cinema è l'arte legata alla visione e all'importanza dell'occhio, Gunda non solo invita l'uomo a guardare gli animali, ma, in un gioco di sguardi, fa in modo che lo spettatore stesso si guardi al suo interno. C'è un momento veramente straziante e durissimo che non lascia indifferenti. Dove spesso si assiste a una certa violenza attraverso le immagini, con uno shock voluto, qui il tutto è relegato al comportamento e ai versi dell'animale. Ancora una volta è proprio la raffinatezza visiva e lo svolgimento stesso della vita che trasforma lo sguardo dello spettatore. Impossibile non rimanere colpiti da quanto vediamo, proprio in virtù del fatto di assistere a qualcosa di così naturale e così puro, lontano da una costruzione cinematografica artificiale che, anche se inevitabilmente presente, appare inesistente. Ed è anche il pregio maggiore di un film dove la figura umana non è praticamente presente: Gunda non punta il dito, non porta avanti un discorso preciso, ma lascia che il tutto nasca naturalmente. È un cinema che alla fine ci riguarda e che, se non vuole cambiarci, almeno ci fa ragionare su un diverso punto di vista. È quello che deve fare l'arte: provocarci, disturbarci, migliorarci.

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Conclusioni

Alla fine della nostra recensione di Gunda non possiamo che promuovere questo documentario in bianco e nero e senza voce narrante. Non è adatto a ogni spettatore a causa dei tempi molto dilatati, ma l'intenzione del regista è lasciar svolgere la vita davanti alla macchina da presa. Alle immagini incredibili si sposa una cura sul sonoro che rende partecipe lo spettatore che non potrà fare a meno di sentirsi in un ruolo ancora più attivo in alcune sequenze molto forti da un punto di vista emotivo. Un esempio di cinema che raggiunge il sublime, di narrazione che si tramuta in poesia. Un esempio di cinema forte e memorabile.

Movieplayer.it

4.5/5

Voto medio

N/D

Perché ci piace

  • La cura delle immagini e del sonoro rendono partecipe lo spettatore.
  • Il documentario vuole catturare lo svolgersi della vita, tramutandola in poesia.
  • Impossibile non emozionarsi in determinate scene.

Cosa non va

  • Il ritmo dilatato del reale potrebbe risultare sofferente per alcuni spettatori.