Riecco Stephen Graham e Anson Boon, interpreti di Chris e Tommy nel thriller psicologico Good Boy, diretto da Jan Komasa, che già si era fatto notare con Corpus Christy.
Avevamo intervistato Anson Boon via Zoom in occasione della serie MobLand di Guy Ritchie, in cui si trovava al centro di un cast stellare e interpretava l'ultimo erede di una famiglia criminale, decisamente un cattivo ragazzo. A fine chiacchierata ci eravamo salutati sperando che l'incontro successivo sarebbe stato dal vivo, ed è successo davvero alla Festa del Cinema di Roma, dove l'attore ha ricevuto il Premio Marcello Mastroianni per l'interpretazione nel film di Komasa.
Durante l'intervista, inoltre, ci siamo dovuti interrompere per via di alcune campane che annunciavano la messa: l'intoppo si è tramutato nella perfetta occasione per congratularci con Graham per l'Emmy vinto grazie alla serie Adolescence che tratta un tema simile a quello della pellicola. Proprio da lì siamo partiti nel proseguire la nostra chiacchierata.
Stephen Graham: "I giovani vanno ispirati, non rimproverati"
Al centro della storia, il primo in lingua inglese per il regista polacco, c'è il rapporto disturbante tra una famiglia e un adolescente problematico, "catturato" dalla stessa e tenuto in cattività per essere "rieducato" a diventare un giovane adulto migliore. Una situazione estrema che diventa lo specchio di un disagio generazionale più ampio.
Per l'attore britannico si tratta di una riflessione che parte da un'esperienza personale: "Anch'io sono stato un ragazzo e ho cercato guida e ispirazione. La domanda che mi pongo è: 'Cosa c'è di veramente disponibile per i giovani oggi? In quegli anni si costruisce la persona che saremo per tutta la vita".
Secondo Stephen Graham, la società tende troppo spesso a giudicare le nuove generazioni senza interrogarsi sulle proprie responsabilità: "Le persone sono velocissime a rimproverare i ragazzi, ma non credo sia la strada giusta. Bisogna cercare di ispirarli. Dobbiamo ascoltarli, capire cosa vogliono e di cosa hanno bisogno".
L'attore sottolinea anche l'importanza degli spazi sociali e culturali, come centri giovanili e luoghi di aggregazione: "Se dai a un ragazzo la possibilità di essere parte della sua comunità, allora diventerà responsabile per essa. Ma questo percorso deve iniziare nelle scuole, nelle famiglie e anche nelle politiche pubbliche".
Anson Boon: "Tommy è sia vittima che carnefice"
Per Anson Boon, interprete del giovane Tommy, il film è stato soprattutto un esercizio attoriale complesso: il personaggio attraversa infatti una trasformazione profonda. "All'inizio e alla fine è una persona completamente diversa. La mia responsabilità era rendere credibile quel viaggio, senza far sembrare che a metà della storia diventasse improvvisamente un altro individuo, dal giorno alla notte".
Il giovane attore ci racconta come la sfida fosse mantenere costante la tensione tra luci e ombre: "Ci sono momenti in cui Tommy sembra davvero integrarsi nella famiglia e partecipare alle loro attività. Poi improvvisamente si ferma e pensa: 'Aspetta, questo non è normale'. Volevo che quella ambiguità fosse sempre presente".
La scena chiave del film: il picnic che cambia tutto
Tra le sequenze più significative di Good Boy, Graham cita un momento apparentemente semplice ma carico di significato: il picnic organizzato per Tommy. "È uno dei miei momenti preferiti. Lui gioca con il bambino più piccolo e per un attimo sembra davvero un fratello maggiore. È un momento autentico, pur non essendo un'esperienza che lui ha mai vissuto prima".
Ma proprio quando quella normalità sembra possibile, la scena prende una piega inquietante: "Alla fine dice: 'Colpiscimi con il cloroformio'. È come se tornasse improvvisamente alla realtà. Un colpo di genio che però è un pugno nello stomaco per lo spettatore. È una scena esteticamente bellissima, girata quasi come un dipinto". A noi infatti ha ricordato Una domenica pomeriggio sull'isola della Grande-Jatte di Georges Seurat.
Thriller, family drama o horror: a quale genere appartiene Good Boy?
Una delle caratteristiche più interessanti del film è la sua natura ibrida: attraversa diversi generi, creando un'esperienza difficile da incasellare. Boon spiega che durante le riprese gli attori erano concentrati sulla verità emotiva delle scene, senza percepire eventuali sfumature ironiche.
"Quando stai recitando con una catena al collo e affronti certi dialoghi in una cantina, non c'è nulla di divertente. Poi però, quando lo vedi insieme al pubblico, emerge un umorismo assurdo. È un progetto che attraversa davvero tanti livelli e sfaccettature, e forse è proprio questa la sua forza disturbante".
Per Graham, l'etichetta di film horror non è del tutto fuori luogo: "Forse non ha i canoni classici del genere, ma oggi quel confine si è spostato. L'orrore può essere anche una riflessione psicologica sulla condizione umana".
Il messaggio finale del film: quale (ri)educazione per i giovani (adulti)?
Alla fine, la domanda morale che attraversa la pellicola di Jan Komasa riguarda il metodo estremo usato dalla famiglia per "correggere" Tommy. È giusto ricorrere alla violenza per educare, se oggi gli adolescenti sembrano non avere più rispetto per l'autorità?
Per Stephen Graham, la risposta è chiara: "Non penso che la violenza o la punizione corporale siano mai la strada giusta. Io credo nella comunicazione. Penso che il cuore possa essere raggiunto molto più facilmente dalle parole che dai pugni".
L'attore conclude la chiacchierata con una riflessione sul rapporto tra generazioni: "Spesso diciamo che i giovani stanno perdendo la strada. Ma forse è anche responsabilità della generazione precedente. Siamo molto veloci a puntare il dito e molto meno disposti ad incoraggiare quelli che saranno gli adulti di domani".