Frank Miller: la paura di Batman, il buio di Daredevil, il senso della nostalgia

Mai banale, ficcante e con tanta voglia di raccontare, il celebre fumettista americano è arrivato a Napoli per presentare il prequel del suo 300. Noi lo abbiamo incontrato per un'intervista esclusiva. Tra oscurità, malinconia e terrore, ecco cosa ci ha raccontato.

Comicon 2018: un primo piano di Frank Miller all'incontro con il pubblico

Di colpo il sole emette un po' meno luce. All'improvviso sul lungomare di Napoli cala un'ombra densa e nera. Questa volta il meteo non c'entra: è tutta colpa (o merito) di Frank Miller. L'incombere di uno dei più grandi e influenti fumettisti della nona arte si porta dietro un immaginario oscuro, pieno di personaggi afflitti, di città sporche, di storie impregnate di sangue e lacrime. Non può essere altrimenti quando sei stato l'autore di quella impietosa distopia collettiva chiamata Sin City, la mente dietro la mitologia deforme di 300, la mano feroce che ha invecchiato e incupito il Cavaliere Oscuro di Gotham. Ospite d'onore del Comicon 2018, Frank Miller ci sta ormai abituando a visite italiane, visto che nemmeno due anni fa era stato accolto dal Lucca Comics & Games per lasciare l'impronta delle sue mani sulla Walk of Fame toscana. Quelle mani non vogliono proprio saperne di star ferme.

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Per niente sazio, ancora mosso da un indomabile desiderio di raccontare, sconvolgere e ferire il lettore, Miller arriva alla ventesima edizione del Comicon assieme a Xerses, prequel di quel 300 diventato emblema delle sue narrazioni ipertrofiche, esagerate, violente. Icona vivente, il buon Frank si distingue grazie all'immancabile cappello e a quello sguardo tagliente che sembra scrutare in ogni dove. Ecco perché, non lo neghiamo, tra i giornalisti invitati ad una tavola rotonda con il fumettista americano serpeggia una strana miscela di entusiasmo e soggezione, venerazione e rispetto. Miller si presenta sorridente, affabile, disponibile. Indossa una giacca scura sotto la quale spunta una t-shirt di Batman. Si siede, e i nostri venti minuti (destinati a volare) hanno inizio. È giunta l'ora di volare tra i tetti di Gotham City, nei bassifondi di Hell's Kitchen, tra le strade di Sin City, nell'animo inquieto di un grande fumettista.

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Carla Gugino (Lucille) e Mickey Rourke (Marv) in una scena di Sin City

Il vecchio cavaliere e il diavolo cieco

Un primo piano di Bruce Willis con alle spalle Jessica Alba in una scena di Sin City

Una penna così fervida e una matita così potente non possono che ispirarsi ad una mente curiosa e visionaria. E le visioni milleriane sono composte da tanti fattori: parole, disegni, immagini in movimento. Perché al di là del fumetto, l'arte di Miller si è spinta anche nei territori del cinema, sia nei panni di sceneggiatore (RoboCop 2, RoboCop 3) che di regista (Sin City, The Spirit). Ma che differenza c'è tra la settima e la nona arte? Miller dice: "Sono due esperienze molto differenti per un autore. Il cinema richiede la presenza di tante persone e un lavoro di mediazione. E ammetto il fatto che il cinema abbia un linguaggio sicuramente più potente e d'effetto. I fumetti, al contrario, sono qualcosa di più piccolo dove il fattore umano è molto più presente. Per produrre un fumetto servono meno figure professionali ma una maggiora abilità pratica di chi vi lavora".

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Visto il legame ormai indissolubile tra fumetti, cinema e serie tv, accomunati da una passione viscerale per i supereroi, arriva il momento di scomodare due grandi icone, entrambe risollevate dal lavoro di Miller. Da una parte quel Daredevil, spesso considerato come "lo Spider-Man di serie B" in casa Marvel, a cui ha regalato nuovo spessore umano, dall'altra Batman, che con quel capolavoro chiamato Il ritorno del Cavaliere Oscuro è stato ridefinito e risollevato da una storia coraggiosa e anarchica. Oscurità, città simili a personaggi da proteggere, paladini pieni di dubbi morali. Esistono dei punti di contatto tra i due alter ego di Matt Murdock e Bruce Wayne? Miller risponde: "Si tratta di due eroi spaventosi e spettrali. La mia priorità è stata quella di ricordare alla gente quanto entrambi fossero minacciosi.

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Un aspetto che per troppo tempo era stato dimenticato. Per quanto riguarda Daredevil, è stato immediato immaginare che un uomo cieco non dovesse essere particolarmente allegro. Per questo doveva operare sempre e solo di notte, calato dentro un'atmosfera cupa. Il lavoro su Batman è stato completamente diverso, anche perché si trattava di uno dei più grandi personaggi mai creati nella storia del fumetto. Quando sono entrato in contatto con lui ero alla vigilia dei 30 anni, mi sentivo ad un giro di boa della mia vita, ero spaventato dall'idea di invecchiare. Così ho traslato questa mia paura su Bruce Wayne, e l'ho immaginato molto più vecchio, ormai 50enne, preda dei suoi dolori e delle sue pene. Ho cercato di far percepire la vecchiaia in ogni singolo muscolo di Batman". Nel nostro Olimpo contemporaneo, in cui Ercole ha ceduto il passo a Capitan America e Wonder Woman è più celebre di Atena, abbiamo ancora bisogno di supereroi? Miller annuisce: "Certo che sì. Io sono e resterò sempre un grande appassionato di supereroi. Il mio preferito resta Superman, con cui tornerò a lavorare molto presto".

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La nostalgia, la parodia, il terrore

Comicon 2018: Frank Miller all'incontro con il pubblico

Sembra che la cultura pop non riesca ad andare avanti senza guardare indietro. Vecchie saghe rispolverate, brand rivitalizzati, continue citazioni e ammiccamenti all'immaginario degli anni Ottanta. Stranger Things, Alien, Star Wars, Blade Runner sono lì a dimostrarlo. Sulla nostalgia del passato, Miller afferma: "Ogni epoca è nostalgica. Credo che sia qualcosa di ciclico, una specie di abitudine generazionale. Il mondo è governato da uomini di mezza età che tendono a venerare il loro passato, spesso mitizzato. È facile rimanere legati a storie o personaggi con cui si è cresciuti, perché rievocano tempi spensierati. Potremmo definirlo un culto di se stessi, un atteggiamento molto egocentrico in cui spesso cado anche io, che sono nostalgico di epoche lontanissime, prima della nascita di Cristo. Se ci pensate, abbiamo vissuto la nostalgia degli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta e ora gli Ottanta. Direi in maniera quasi inspiegabile, perché quel decennio non mi è sembrato un granché".

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Si passa dai placidi ricordi della nostalgia alle veementi allegorie politiche dei suoi lavori spesso controversi: "Ho spesso parlato di estremismi nei miei fumetti, soprattutto in Holy Terror che è una storia particolarmente sanguinosa, scritta senza alcuna cautela. Ammetto che oggi, in questo periodo così delicato, sia molto più difficile uscire dalle righe e vincere la paura da cui siamo dominati. In generale, da autore, penso che quando valichi certi argini, accettare delle polemiche sia inevitabile". Se la violenza è bandita, è possibile schernire i mali del mondo grazie al potere corrosivo della parodia? Secondo Miller, celebre detrattore di Trump, no: "Sapete, è molto difficile prendere in giro qualcosa che è già ridicolo nella realtà. Come si può fare una parodia di una parodia? La presidenza di Trump è troppo spaventosa per scherzarci su". La nostra intervista finisce, tra immancabili selfie rubati e dediche su copie di Batman, Elektra e Ronin. Sembra proprio il destino di Miller, quello di essere ricordato sempre attraverso immagini e parole.

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