Enzo D'Alò: "Il mio Pinocchio nato con Mattotti e rallentato da Benigni. Disney? Troppo tirolese"

Enzo D'Alò e l'omaggio a Collodi a Pesaro: "Pinocchio non è un bugiardo, è un ingenuo". I retroscena sul film del 2012, il ricordo di Lucio Dalla e il mito di Comencini.

Un'immagine del Pinocchio di Enzo D'Alò

Per fare un film d'animazione serve un lavoro di cesello lungo anni, fatto di passione, pazienza e imprevisti colossali. Lo sa bene Enzo D'Alò, che al Festival di Pesaro 2026 ha riavvolto il nastro dei ricordi legati al suo straordinario Pinocchio del 2012. Una pre-produzione pionieristica avviata insieme a Lorenzo Mattotti sulle coste della Toscana, bloccata bruscamente per dieci lunghi anni dalla Rai per non sovrapporsi al live-action di Roberto Benigni, e infine difesa strenuamente per preservare lo spirito anarchico e filologico del testo originale.

Pinocchio: una scena del film animato diretto da Enzo D'Alò
Una scena del film animato di Enzo D'Alò

In occasione della proiezione nell'ambito dell'iniziativa del Pesaro Film Festival Circus per omaggiare i 200 anni dalla nascita di Collodi, il regista ci guida alla riscoperta di "un burattino nel mondo di umani che è metafora eterna del bambino nel mondo degli adulti", regalandoci retroscena imperdibili e riflessioni pungenti su come il cinema mondiale, da Hollywood a Tokyo, ha digerito e talvolta stravolto la favola italiana più famosa di sempre.

L'archetipo di Pinocchio secondo Enzo D'Alò

Il fascino immortale della favola di Carlo Collodi risiede nella sua natura puramente archetipica. Non è un caso che, a distanza di un secolo e mezzo dalla sua scrittura, il burattino di legno continui a essere plasmato da registi con visioni diametralmente opposte, da Matteo Garrone fino all'adattamento firmato da Guillermo del Toro. Per Enzo D'Alò, l'opera si presta a queste continue metamorfosi proprio come i grandi classici di Shakespeare: ogni autore può proiettarvi le proprie esperienze e consapevolezze, trovando una chiave di lettura sempre nuova ma incredibilmente coerente.

Pinocchio: Mangiafuoco e Pinocchio in una scena del film di Enzo d'Alò
Una scena del Pinocchio di D'Alò

Al centro del film del 2012 c'è una profonda decostruzione del mito del Pinocchio "bugiardo". "In realtà è solo un ingenuo", ci ha spiegato il regista, "è l'unico bugiardo a cui cresce il naso, il che lo rende un bugiardo svelato immediatamente"_. La vera critica sociale di Collodi si muove su un altro binario: i veri ingannatori sono il Gatto e la Volpe, che infinocchiano il protagonista senza che il loro naso si muova mai, lasciando il burattino del tutto inerme davanti alla complessità e alle ipocrisie del mondo degli adulti.

La genesi interrotta: il ruolo di Mattotti e lo "stop" per Benigni

Il cammino che ha portato alla nascita del film è stato una vera e propria avventura artigianale e geografica. Il punto fermo, per D'Alò, era la straordinaria impostazione grafica di Lorenzo Mattotti: "ero innamorato del libro che Mattotti aveva realizzato proprio su Pinocchio, anche se poi gli ho chiesto di togliere un po' di cupezza dalle sue immagini e di darmi un Pinocchio più colorato, più solare" anche perché "il solare funziona anche in funzione della tenebra."

Pinocchio: il gatto e la volpe in una scena del film di Enzo d'Alò
Il Gatto e la Volpe secondo Mattotti e D'Alò

Insieme all'illustratore, il regista ha letteralmente setacciato i luoghi cari a Collodi, viaggiando tra l'entroterra toscano e la costa livornese, fino a Bolgheri, per assorbire i paesaggi reali che avevano ispirato il romanzo, "perché sapevamo che Collodi frequentava quei luoghi." L'obiettivo era chiaro: spogliare le tavole di Mattotti della loro naturale cupezza per abbracciare una solarità cromatica accesa, un'esplosione di colori capace di far risaltare, per contrasto, le tenebre della storia.

Il rinvio di dieci anni impostato dalla Rai

Pinocchio: orecchie grandi per Pinocchio in una scena del film
Una scena dell'adattamento animato di Pinocchio

Nonostante un trailer folgorante nei primi anni 2000, che valse al progetto il prestigioso Cristallo al Festival di Annecy, la macchina produttiva subì un arresto drammatico. La Rai, che gestiva il progetto prima della nascita di Rai Cinema, impose una "doccia fredda": fermare tutto per non sovrapporsi all'imminente e mastodontico live-action di Roberto Benigni. Quello che doveva essere un breve rinvio si trasformò in un limbo lungo dieci anni: "Abbiamo dovuto rimettere in piedi l'équipe da zero", ha ricordato D'Alò, "quando ti fermi per così tanto tempo perdi i co-produttori e una macchina così complessa non è mai pronta a ripartire dall'oggi al domani".

Il cesello filologico: la Balena non esiste e il Grillo parla troppo

Quando la produzione è finalmente ripartita grazie all'intervento di Max Gusberti, D'Alò ha voluto mantenere una promessa: l'assoluta fedeltà filologica al testo originale, ripulendo la narrazione dalle stratificazioni pop occidentali. La prima regola? Non chiamatela "Balena". "Quella è un'invenzione della Disney", puntualizza il regista, "in nessuna riga del testo di Collodi si parla di balena, ma sempre e solo di un Mostro Marino".

Pinocchio: un'immagine tratta dalla fiaba animata di Enzo d'Alò e musicata da Lucio Dalla
Una delle splendide scenografie del film

Questo rigore si riflette anche nella gestione dei comprimari. Il Grillo Parlante, ad esempio, subisce il suo destino letterario immediato, venendo tolto di mezzo all'inizio della storia (anche se D'Alò sostituisce la martellata con il crollo di una scaffalatura). Per il regista, il Grillo incarna perfettamente quella categoria di animali, e di persone, che "parlano tanto ma aiutano poco", contrapposti invece a figure silenziose ma solidali come Alidoro, il cane dei carabinieri che salva Pinocchio nel momento del bisogno primario, che "lo vede in difficoltà e lo aiuta", dimostrando il valore della vera amicizia.

Il ricordo di Lucio Dalla e la colonna sonora di Pinocchio

Uno dei cuori pulsanti del lungometraggio è senza dubbio la straordinaria colonna sonora, legata a doppio filo al genio di Lucio Dalla. Il cantautore bolognese non solo compose le musiche, vincendo un premio per esse, ma prestò la sua inconfondibile voce al Pescatore Verde. "Ci teneva moltissimo, si sentiva molto Pinocchio caratterialmente", ha commentato commosso D'Alò, rievocando l'entusiasmo con cui Dalla si propose per il ruolo.

Nell'animazione d'autore, il lavoro sulla musica non è un semplice riempitivo post-produzione, ma un processo di cesello parallelo alla sceneggiatura che si protrae per oltre tre anni, come ci ha spiegato Enzo D'Alò. Dalla e il suo team (tra cui Marco Alemanno e Roberto Costa) hanno lavorato fianco a fianco con i disegnatori, partendo da tracce elettroniche provvisorie per poi sostituirle progressivamente con strumenti veri, orchestrando il ritmo della musica sulle precise lunghezze d'onda e durate delle sequenze animate.

Da Comencini a Disney: il confronto con gli altri Pinocchio della storia

Enzo D Alo Pesaro
Enzo D'Alò al Festival di Pesaro 2026

Il Festival di Pesaro 2026 è diventato inevitabilmente il palcoscenico per un confronto tra le innumerevoli anime cinematografiche del burattino, incluso lo storico e pionieristico film animato di Umberto Cenci. Davanti a questa ricchissima filmografia dedicata al personaggio, Enzo D'Alò non ha nascosto le proprie preferenze, incoronando lo storico sceneggiato televisivo di Luigi Comencini del 1972 sul podio. Secondo il regista, la versione con il piccolo Andrea Balestri resta insuperata nell'immaginario italiano per la straordinaria capacità di bilanciare la natura da burattino in legno con l'umanità del bambino in carne e ossa.

La critica al classico Disney

Una scena del cartoon Pinocchio (1940)
Una scena del cartoon Pinocchio (1940)

Di segno opposto, invece, il giudizio sul celeberrimo classico d'animazione della Walt Disney del 1940. Pur riconoscendone lo status di "grande film" a livello tecnico, D'Alò rifiuta di considerarlo un vero adattamento di Collodi. "È un Pinocchio tirolese invedibile se pensi al libro", ha dichiarato apertamente, criticando la tendenza dell'industria americana dell'epoca a omogeneizzare le diverse culture europee in un unico grande e stereotipato blocco culturale, trasformando un falegname toscano indigente in un orologiaio alpino dalle atmosfere bavaresi.

Il futuro di Enzo D'Alò: "Oceani di carta" e il mito di Emilio Salgari

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Enzo D'Alò con il suo romanzo Oceani di carta

Inevitabile un'ultima curiosità sui prossimi progetti di D'Alò e un commento all'ultima creazione dell'autore che è di stampo letterario: il regista ha infatti pubblicato di recente la sua ultima fatica, il romanzo Oceani di carta, scritto a quattro mani con Giacomo Scarpelli. Al centro del libro c'è il mito intramontabile di Emilio Salgari, un autore che ha cullato l'infanzia di intere generazioni pur non essendosi quasi mai mosso dalla propria scrivania: "Abbiamo raccontato le ultime settimane di Emilio Salgari con il ricordo di quanto i nostri genitori erano affezionati a questo scrittore".

Per poi concludere che "ci affascinava l'idea romantica di un uomo che ha fatto viaggiare milioni di lettori solo grazie alla forza dell'immaginazione e dello studio in biblioteca". Il romanzo esplora le ultime, drammatiche settimane di vita dello scrittore piemontese, offrendo però un finale alternativo e poetico: un riscatto in cui la potenza della fantasia riesce finalmente a trascendere e sconfiggere la dura e tragica realtà quotidiana.