Don't Say Good Luck, recensione: un dramedy sincero ed emotivo

Quando la bellezza riesce a smussare il dolore. Sunny Sandler (figlia di Adam) è la splendida protagonista del film diretto da Julia Hart. Su Netflix.

Sunny Sandler in Don't Say Good Luck

Cuore, sentimento, sincerità. Tanto basta, e visti i tempi assai magri, avanza pure. In mezzo, quella sfumata verità che esce fuori dal perimetro narrativo, arrivando a sfiorare le corde delle emozioni, intaccando così la nostra memoria emotiva. Come dire, è questo che differenzia un buon film da un film dimenticabile. Ecco, proprio per questo Don't Say Good Luck di Julia Hart funziona, e funziona bene. Un teen-drama, oppure un dramedy a tinte musicali. Fate un po' voi, se siete avvezzi alle etichette, e se queste hanno ancora senso d'esistere.

Dont Say Good Luck
Sunny Sandler nel film

Generi e sottogeneri dunque, in cui la brava Hart - abituata a certi schemi cinematografici dai colori leggeri ma dirompenti - gestisce al meglio la sceneggiatura firmata insieme a due pregevoli penne come quelle di Laura Hankin e Jordan Horowitz (lo stesso autore dietro La La Land), e poi prodotta intelligentemente da Adam Sandler e sua moglie Jackie. Nemmeno a dirlo, Don't Say Good Luck è uno dei migliori titoli che fanno parte del sodalizio tra Sandler e Netflix.

Don't Say Good Luck, la storia di una mamma e di una figlia

Essenzialmente, il film è la storia di una madre e di una figlia. C'è un tratteggio semplice e per questo efficace nel riflettere una forte e coesa sincerità d'intenti che va ben oltre la più classica delle maturazioni post-adolescenziali. Del resto, in Don't Say Good Luck c'è un doppio percorso che, tra smorfie e sorrisi, si restringe e s'allarga come se fosse un cuore stretto tra mille emozioni diverse. La protagonista è Sophie interpretata da Sunny Sandler che, sì, sarà pure "figlia di", ma è anche molto brava.

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Foto di famiglia

Ha 16 anni, ama il teatro e, andando contro ogni previsione, ottiene la parte principale per lo spettacolo studentesco di fine anno, Waitress. Ma si sa, la vita non presenta mai il pacchetto migliore: impegnata nelle prove, Sophie deve confrontarsi anche con il cancro di mamma Elizabeth (Melanie Lynksey), che sembra tornato a chiedere il conto.

Un film sincero

Insomma, in Don't Say Good Luck c'è luce, c'è verità, c'è poesia, c'è la musica che conforta e ispira. Soprattutto, c'è la ricerca della bellezza ben oltre il sintomo della morte. A proposito, senza essere banale, e anzi cogliendo al meglio certe regole e certi personaggi, il film di Julia Hart non urla e porta in scena il tumulto e il conflitto di una sedicenne goffa e bellissima che ha tutto il diritto di vivere la propria vita da teenager. Sbagliare, provare, sognare. Resistere alla tempesta, affrontando le conseguenze dell'inevitabile senza guardare l'orologio. Ecco, il tempo, altro elemento che tiene unito Don't Say Good Luck.

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Sunny Sandler e Melanie Lynksey

Come riempire il tempo che resta, si chiede Sophie. Come si smussa il terrore, come si può quietare il vento? Magari vivendo l'attimo, liberando gli abbracci, le lacrime, le parole. Forse, tornando a essere leggeri, facendo fluire ciò che si prova, costi quel che costi. Perché il legame tra una madre e una figlia va oltre qualsiasi cosa. Addirittura, va oltre il dolore più ingiusto che possa esserci.

Tuttavia, in un'ora e mezza appena - oggi fare un film da 90 minuti è una dote rara -, la lacrima non è mai indotta o scontata, lasciando che la commozione ragioni per sottrazione, liberandosi poi in un finale caldo ed empatico, in cui Sophie canta sul palco She Used to Be Mine di Sara Bareilles, brano cardine del musical Waitress. Un momento di grande cinema, oltre a essere un momento di estrema e riconoscibile umanità, mai sottolineata né ridondante, e proprio per questo meravigliosamente folgorante.

Conclusioni

Don't Say Good Luck di Julia Hart è un ottimo dramedy capace di raccontare al meglio il complicato momento vissuto di una teen-ager. La sceneggiatura, luminosa e mai ridondante, esalta la bellezza come viatico capace di smussare, addirittura, il dolore. Un film sulla consapevolezza, sui sogni, sull'accettazione e sull'empatia. E attenzione alla brava Sunny Sandler (figlia di Adam) nel ruolo della splendida protagonista.

Movieplayer.it
3.5/5
Voto medio
N/D

Perché ci piace

  • La protagonista, Sunny Sandler.
  • Il finale.
  • Il tono mai eccessivo.
  • Semplice e sincero.

Cosa non va

  • Non sempre ci sono lati negativi da dover sottolineare.
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