Diabolik sono io

2019, Documentario

Diabolik sono io, la recensione: dietro la maschera del mito

La recensione di Diabolik sono io: il docufilm di Giancarlo Soldi esplora il mistero sull primo disegnatore di uno dei personaggi più iconici del fumetto italiano.

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Occhi di ghiaccio, geniali colpi pianificati in modo maniacale, un amore viscerale per i diamanti, il crimine e per l'unica donna in grado di scardinarne il cuore. Se siete qui a leggere la recensione di Diabolik sono io è molto probabile che siate tra le vittime di quel fumetto "a forma di pugnale" che dal 1962 a oggi ha trafitto il petto di milioni di lettori. Affascinante perché sfuggente, leale perché fedele alla sua etica da criminale, Diabolik è tra le icone più affilate e pungenti della nona arte italiana. Se Tex è la certezza e Dylan Dog è il dubbio, Diabolik oscilla come un abile funambolo tra il Bene e il Male, perché non è un uomo privo di valori, ma sa anche essere spietato quando qualcuno si interpone tra lui e il suo obiettivo da raggiungere a tutti i costi.

Il personaggio iconico creato dalle sorelle Angela e Luciana Giussani e pubblicato dalla casa editrice Astorina, è un antieroe di cui non si conosce davvero il nome e del quale è difficile prevedere scelte e mosse. Un'icona fumettistica talmente condannata al mistero da covare un arcano dedicato alla sua stessa creazione. Il primo numero di Diabolik, intitolato Il Re del terrore e arrivato in edicola nel novembre 1962, fu disegnato da un uomo che, dopo aver consegnato l'ultima tavola del fumetto, scomparve letteralmente nel nulla. Nessuna traccia, nessuna intervista, nessun nuovo lavoro. Niente di niente. Colui che era conosciuto come Angelo Zarcone, noto anche come "il Tedesco", evaporò. Diabolik sono io si rimette sulle sue tracce, e lo fa attraverso un docufilm che immagina il risveglio di un ipotetico Zarcone nel mondo di oggi.

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Immemore e spaesato, cosa ricorderebbe di sé indagando sulla figura di Diabolik? Ritroverebbe qualcun altro o se stesso dentro quegli occhi vitrei? La risposta è un film appassionato, diretto da un Giancarlo Soldi ormai diventato esperto di focus fumettistici. Dopo Tex Nessuno Mai e Nessuno siamo perfetti (dedicati a Dylan Dog), adesso è il turno del Re del Terrore e del suo disegnatore scomparso nel nulla come fosse un personaggio delle sue storie.

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Sorelle e coltelli: il paradosso Angela e Luciana Giussani

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L'assurda sparizione di Zarcone è solo il collante di un film che approfondisce anche la figura di Diabolik e ripercorre le tappe fondamentali della sua storia editoriale. Questo rende Diabolik sono io accessibile sia ai fan di vecchia data, sia a coloro che conoscono il ladro mascherato solo per sentito dire e ne vogliono approfondire succosi retroscena. Amico delle sorelle Angela e Luciana Giussani, che negli anni Ottanta si aggiudicarono all'asta il primo albo di Diabolik per un milione di lire, Giancarlo Soldi ha recuperato del materiale inedito (risalente agli anni Sessanta), grazie al quale ci mette davanti al paradosso delle mamme di Diabolik. Se in Tiziano Sclavi è facile trovare tracce delle zone d'ombra e dei malesseri di Dylan Dog, dalle alto-borghesi Angela e Luciana Giussani, donne miti, raffinate e chic, non ti aspetti la genesi di un violento fumetto noir capace di scatenare scalpore. Questo contrasto tra la disinibizione criminale di un uomo e la ricercata finezza delle sue autrici che sorseggiano thè in salotto è forse una delle sorprese più spiazzanti per tutti i novizi del Re del Terrore.

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Tutti gli altri, invece, sorrideranno nel ritrovare due donne lucide, fantasiose e coraggiose, in grado di scardinare con garbo il conformismo del fumetto popolare. Senza dimenticare la grande eccezione rappresentata da una redazione quasi tutta al femminile in cui due sorelle si dividevano soggetti e sceneggiatura, distribuendo con metodo l'ideazione dei colpi e la progettazione delle fughe, mentre altre redattrici si occupavano di lettering e retini con cura artigianale. Il fascino di Diabolik nasce soprattutto dalla fascinazione che le stesse Giussani hanno provato nei confronti della loro oscura creatura. Come se il suo pugnale insanguinato fosse l'emblema della loro ribellione verso tutta l'educazione e il perbenismo dell'ambiente in cui vivevano. Diabolik ed Eva Kant sono figli di una trasgressione femminile sublimata attraverso un fumetto diventato cult.

Antieroe o criminale?

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Il vagabondare di Zarcone alla ricerca della sua identità è un espediente originale. A lungo andare, però, la ricostruzione diventa un po' ridondante e ripetitiva, anche per la scelta di inserire testimonianze di personaggi immaginari, che risultano troppo artefatti. Molto più riusciti e interessanti, invece, gli interventi spontanei di autori, scrittori, disegnatori ed editori che Diabolik lo conoscono davvero. Da Tito Faraci a Carlo Lucarelli, da Milo Manara all'editore di Diabolik (oltre che co-sceneggiatore del film) Mario Gomboli. Non emerge mai un ritratto edulcorato e glorificante, ma un intrigante dibattito sulla moralità grigia di questo personaggio a tratti indecifrabile. Cosa sarebbe disposto a fare quest'uomo? Cosa rappresenta Eva per lui? È possibile tifare per l'ispettore Ginko? A questo si aggiunge anche una non banale riflessione sul mondo in cui si muove e agisce Diabolik. Clerville è uno Stato ibrido, un incrocio di tanti immaginari, è un luogo concreto e astratto allo stesso tempo. Astratto come quel Zarcone svanito nel nulla quasi sessant'anni fa, più di 800 numeri di Diabolik fa. La sua mano è stata la prima a delineare i tratti e i connotati di un personaggio in perenne bilico tra stima e condanna, ribellione sociale ed egoismo personale. Un personaggio che non smette di sequestrare lettori almeno una volta al mese. Per tre volte alla settimana lo farà anche al cinema.

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Giuseppe Grossi
Redattore
3.5 3.5
Cinecittà World
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