Deep State

2018 - ....

Deep State: spie, segreti e doppio gioco nella nuova serie targata Fox

Mark Strong interpreta il ruolo di Max Easton, ex agente dei servizi segreti britannici con un oscuro passato che si ripresenta all'improvviso a tormentarlo, in Deep State: le nostre impressioni su Vecchi fantasmi, episodio pilota della nuova serie di spionaggio Deep State, in onda dal 9 aprile su Fox.

Deep State: Mark Strong in una scena

È una cover di Once in a Lifetime, uno dei più famosi brani dei Talking Heads, ad offrirsi come sottofondo musicale alla sigla di Deep State, e i versi composti da David Byrne non potrebbero essere più adatti a definire la situazione d'apertura della serie: "And you may find yourself in another part of the world/ And you may find yourself in a beautiful house, with a beautiful wife/ And you may ask yourself: 'How do I work this?'/ And you may ask yourself: 'Well, how did I get here?'".

Max Easton, il personaggio principale di Deep State, sembra adattarsi alla perfezione al ritratto della vita moderna dipinto nella canzone dei Talking Heads: quando lo conosciamo, all'inizio dell'episodio pilota, Max si trova nell'idilliaca campagna francese presso i Pirenei, in una bella casa, accanto a una bella moglie e a una bella famiglia. Come è arrivato fin lì? Ma soprattutto, come si comporterà nel momento in cui, all'improvviso, la sua attuale esistenza rischia di essere spazzata via?

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Deep State: Mark Strong in una scena della serie

I fantasmi del passato

Deep State: Mark Strong in un'immagine promozionale

Vecchi fantasmi, titolo italiano di Old Habits ("vecchie abitudini"), è la prima delle otto puntate che compongono Deep State, nuova serie britannica prodotta dalla Fox, trasmessa dal 5 aprile in patria e dal 9 aprile in Italia. Creato da Simon Maxwell e Matthew Parkhill, con quest'ultimo nella veste di showrunner e di regista della seconda metà degli episodi, Deep State si propone come uno spy thriller ambientato in varie parti del mondo e ispirato alla complessa situazione sociale e politica in Medio Oriente. Parkhill, autore del pilot (diretto invece da Robert Connolly), ha dichiarato di aver cambiato il titolo della serie, da The Nine a Deep State, per fare riferimento allo "stato profondo", sommerso e semi-invisibile, in cui gli interessi della politica si intrecciano con quelli dell'alta finanza, generando talvolta pericolosi corti circuiti.

Deep State: un primo piano di Joe Dempsie

A tale rete di interessi è legato il passato di Max Easton, ruolo affidato al prolifico attore inglese Mark Strong (La talpa, Zero Dark Thirty, The Imitation Game). Nell'incipit di Deep State, Max si risveglia nella sua quieta abitazione, osserva dalla finestra il paesaggio circostante e poi accompagna in auto la figlioletta a scuola. Alla serenità del presente corrisponde però un background decisamente oscuro: fino a dieci anni prima, infatti, Max lavorava in Medio Oriente come agente dei servizi segreti per l'MI6, e all'epoca si era reso responsabile di un assassinio per eseguire ordini superiori. Il suo personaggio allude anche ad affari loschi (non meglio precisati) con una potente organizzazione di stanza in Libano: un'organizzazione che puntualmente si rifà viva per richiedere un'ingente quantità di denaro, denaro che Max sarà costretto a procurarsi in tutta fretta pur di proteggere la propria famiglia, mentre nel frattempo riallaccia i contatti con il suo ex boss dell'intelligence britannica, George White (Alistair Petrie).

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Gli ingredienti di uno spy thriller (troppo?) tradizionale

Deep State: Karima McAdams in una scena

Il tema di un passato ineludibile, pronto a riemergere per incrinare il presente, è dunque al centro di una serie che, attorno alla figura di Easton, impernia una struttura narrativa corale, con diversi personaggi distribuiti tra l'Europa, gli Stati Uniti, l'Iraq e il Libano; fra questi Harry Clarke (Joe Dempsie) e Leyla Toumi (Karima McAdams), ambigui comprimari anch'essi coinvolti nella delicata situazione mediorientale. E Deep State, almeno a giudicare dalle prime battute, recupera tutti i codici e le convenzioni di questo peculiare filone dello spy thriller: gli attentati, i complotti internazionali, le identità segrete, i doppi giochi, i dilemmi morali delle spie e tutto il resto del campionario tipico del genere d'appartenenza. In maniera fin troppo pedissequa, come nelle scene in cui la moglie di Max, Anna (Lyne Reene), fruga in cantina alla ricerca di un nascondiglio segreto, che la porterà fino alla canonica pen drive contenente clamorose rivelazioni sul marito.

Deep State: Alistair Petrie in una scena

Il lavoro di Matthew Parkhill, in pratica, si propone come un prodotto concepito e confezionato su misura per gli amanti delle serie e dei film di spionaggio: quasi un bignami del thriller spionistico, incluso il violento cliffhanger su cui si chiude la prima puntata. E la perplessità deriva proprio da questo approccio: in un panorama televisivo che di recente, dall'incisivo Homeland (il principale termine di paragone) al più sofisticato The Americans, ha ampiamente esplorato le potenzialità del genere, spesso con risultati eccelsi, Deep State appare invece come una serie dal taglio piuttosto tradizionale, con un pilot che procede lungo binari prestabiliti senza regalare autentiche sorprese né momenti davvero memorabili. Alcune buone premesse ci sono, almeno a prima vista, ma il confronto con serie di tipo analogo potrebbe rivelarsi, alla lunga, non proprio favorevole...

Deep State: spie, segreti e doppio gioco nella...
Stefano Lo Verme
Redattore
3.0 3.0
Cinecittà World
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