Censor, la recensione: l'epoca (analogica) del Video Nasty per un convincente horror psicologico

La recensione di Censor, tra VHS e la coercizione espressiva portata avanti in UK dal Video Recordings Act 1984. Alla regia una esordiente di cui sentiremo molto parlare, Prano Bailey-Bond. In streaming su Prime Video.

RECENSIONE di 09/08/2022
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Censor: Niamh Algar in un primo piano

Il cinema e la serialità sembrano ormai aver riscoperto il fascino intramontabile dell'analogico. Nessun algoritmo, nessun contenuto suggerito, bensì la capacità individuale di scegliere in videoteca il film perfetto con cui passare la serata. Luoghi magici e mistici, che ricorderete custodivano anche VHS nascoste nei reparti off-limits. Da una parte i film classificati XXX e dall'altra, sotto il bancone, quei titoli ritenuti al limite del moralmente accettabile, pieni zeppi di violenza, di gore e di esasperata truculenza. Insomma, non gli horror veri e propri, ma opere low budget di dubbia provenienza e di dubbia fattura, così tanto violente e oscene da suscitare dibattiti tra il pubblico e gli appassionati. Questo, per introdurvi alla recensione di Censor, diretto e scritto dalla britannica Prano Bailey-Bond, regista esordiente che, però, ha ben impressa una lucida idea di cinema, tanto che il film (lo trovate su Prime Video) alterna in modo fluido le influenze thriller a quelle orrorifiche, finendo per poi essere un dramma psicologico in cui il cinema stesso si fonde con la realtà. Una realtà segnata da un'ossessione personale e dalle ossessioni puritane del Regno Unito, che negli Anni Ottanta diede il via - tramite il Video Recordings Act 1984 - ad un massiccio rastrellamento del mercato home-video, censurando e vietando opere che, secondo alcune teorie, spingevano all'emulazione.

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Censor: Niamh Algar in un'immagine del film

Gli Anni Ottanta e quei film maledetti

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Censor: Niamh Algar in una sequenza

Censor, in questo caso, parte proprio nel 1985, e ha per protagonista Enid Baines (Niamh Algar), una timorata e silenziosa addetta della British Board of Film Classification, con il delicato compito di visionare e supervisionare un'innumerevole quantità di B-Movie iper-violenti, provenienti sopratutto dagli Stati Uniti e dall'Italia (con tanto di velato riferimento ad uno dei oggettivamente più disgustosi e insani della storia, ossia Cannibal Holocaust di Deodato). Un compito delicato perché la politica conservatrice e puritana di Margaret Thatcher non lascia nulla al caso, ed è anzi pronta a puntare il dito contro bislacche opere ree, secondo i tabloid e l'opinione generale, di alterare la conoscenza del pubblico, facendo risvegliare in esso dei non meglio identificati istinti violenti. Enid svolge il suo lavoro in modo preciso e fin troppo diligente, fino a quando non si imbatte in Non Entrare in Quella Chiesa, diretto da un certo Frederick North. Durante la controversa visione nota che ci sono degli strani paralleli con la scomparsa di sua sorella Nina, avvenuta diversi anni prima. Questo spinge Enid ad investigare su chi sia davvero Frederick North, e da dove provengano le sue ambigue pellicole.

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Censor: Niamh Algar in una scena del film

La censura, strumento di coercizione?

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Censor: Niamh Algar in un'immagine

Censor, presentato con successo nella sezione Midnight del Sundance Film Festival 2021, e acquisito dalla Metro-Goldwyn-Mayer per la distribuzione mondiale casalinga, dietro l'allure analogico, che rende il tutto incredibilmente affascinante - è stato girato in parte in 35mm, con alcuni segmenti aggiunti tramite filmati in Super8 e da VHS -, nasconde un interessante spaccato su cosa fosse l'epoca del Video Nasty, esplosa con l'arrivo sul mercato delle videocasette e con la diffusione a macchia d'olio dei videonoleggi. Censor analizza, soprattutto nella prima parte (quella più riuscita) l'isteria sociale e politica attorno alla concezione che ogni essere umano, se messo nella condizione, può essere l'artefice di qualcosa di spaventoso. La condizione, in questo caso, è un film horror, registrato su di un malandato nastro. Una tradizione di capi espiatori molto lunga, se consideriamo che negli Anni Cinquanta la colpa la si dava ai fumetti, poi alla musica rock e, in tempi più recenti, ai videogiochi. La censura allora diventa sinonimo stretto di paura; la stessa paura sfruttata dalla politica per lavarsi la coscienza - negli Anni Ottanta il Regno Unito era afflitto da tassi di disoccupazione altissimi - e imputare le colpe a qualcosa di facilmente controllabile, instaurando una sorta di coercizione artistica.

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L'horror come evasione della realtà

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Censor: Niamh Algar in una scena del film horror

Per questo Censor diventa anche e soprattutto un film sulla potenza del cinema (gli horror e i b-movie, in particolare), capace di essere contemporaneamente divertimento, svago e rivelazione. Un cinema che oggi forse non esiste più, ma che agli albori del mercato home-video fu capace di sviluppare una sottocultura talmente potente da allarmare i governi più intransigenti, vedendo in loro una minaccia all'ordine costituito. Chiaro, un'elaborazione agghiacciante e un filo distopica (tanto che il film sottolinea quanto ci siano palesi contraddizioni in questa teoria), ma comunque perfetta per un film che non vuole spaventare bensì affrontare di petto e di pancia le assurde limitazioni sociali e politiche di un mondo libero solo all'apparenza. In questa ottica, il viaggio da incubo di Enid Baines si trasforma in una catarsi psicologica e fisica che la renderà l'esempio perfetto di una società votata ad una malsana perfezione, ritrovandosi ad essere lei stessa la protagonista di un horror subliminale, dai colori vividi e accesi, contrapposti ad una realtà grigia e rigorosa. Allora Censor, oltre a farci conoscere il talento di una grande regista, sfrutta un'estetica cool e le analog vibes per riportarci indietro in un tempo che sembra non essere molto lontano, facendoci vivere i tormenti di una donna sperduta tra il suo bisogno di verità e i tormenti di una realtà schizzata. Una realtà non meno assuefatta e violenta di quella ritratta in assurde, strampalate e innocue pellicole (semi) amatoriali.

Conclusioni

Chiudiamo la recensione di Censor sottolineando la bravura della regista, Prano Bailey-Bond, capace di dare al film un umore inquietante, affascinante e a tratti onirico. Notevole la trasformazione psicologica e fisica della protagonista, Niamh Algar. Dall'altra parte, l'ultima mezz'ora sembra girare su se stessa, trovando un punto d'incontro solo durante gli ultimi secondi di un rivelatorio finale.

Movieplayer.it

3.0/5

Voto medio

3.6/5

Perché ci piace

  • Un Interessante spaccato su cos'era la Video Nasty nel Regno Unito.
  • La regia di Prano Bailey-Bond, che sfrutta la potenza analogica delle VHS.
  • Un horror che non è un horror, filtrato dal dramma di una protagonista convincente.

Cosa non va

  • L'ultima mezz'ora poteva essere sviluppata in modo un filo più approfondito.
  • La colonna sonora, forse avrebbe aiutato e suggellato i momenti più creepy.