Dal Festival di Torino alla sala, passando per l'evento di Baaria, il cammino di Avemmaria lo porta finalmente a incontrare il pubblico nei cinema italiani. E siamo sempre curiosi quando arriva questo momento per un film di questo tipo, un debutto alla regia che si dimostra coraggioso nella voglia di cercare strade poco battute, ma allo stesso tempo sentito e carico di emotività e passione.
Si tratta infatti dell'esordio alla regia di Fortunato Cerlino, che ricama il suo primo film partendo dalla sua autobiografia "Se vuoi vivere felice" edita da Einaudi nel 2018. Un primo passo dietro la macchina da presa per il quale si è affidato a delle sicurezze sul fronte del cast, dal compagno di avventura di Gomorra, Salvatore Esposito a Marianna Fontana, fino al giovane protagonista Mario Di Leva. Una storia di formazione che parte dal dolore e vola verso la Luna e i sogni.
Storia di un bambino "troppo fragile"
"Troppo fragile". Così è Felice, il protagonista di Avemmaria, troppo fragile per il contesto in cui si trova a vivere, il quartiere di Pianura a Napoli, dove cambiare il proprio destino non è semplice. Anzi, forse impossibile, come sottolinea il detto "chi è nato tondo non pò morì quadrato". Lì, Felice vive tra violenza e povertà, in due stanze poco illuminate insieme al padre Raffaele, che ha appena perso il lavoro, la madre Antonietta, troppo giovane per crescere una famiglia numerosa, la nonna Filomena e i fratelli, con un altro in arrivo.
Fragile. Non solo perché bambino, che già di per sé sarebbe una grave macchia in quel contesto, ma anche perché sensibile e sognatore. Una duplice condizione che lo mette davanti a un difficile bivio: soccombere e allinearsi a un mondo in cui non si riconosce, o avere la forza di perseguire i propri sogni.
Di fantasie non si vive... ma senza si muore
È importante, emozionante, ammirevole questa ode della fantasia che rappresenta per Cerlino "l'altra faccia di Gomorra". Perché è vero, come si dive in Avemmaria, che "di fantasie non si vive", ma chi è sognatore sa che senza, invece, si muore. Dentro, almeno. Ci si spegne, ci si lascia andare a un mondo che giorno dopo giorno finisce per inglobarci nella sua grigia realtà, cupa e spietata. È una scelta, non cedere alla cattiveria e il male che ci circonda, una scelta difficile ma perseguibile che permette di andare oltre la condizione di miseria in cui, nostro malgrado, possiamo trovarci. Questo ci racconta Fortunato Cerlino portando in scena e rincontrando il suo bambino interiore.
La costruzione coraggiosa di Avemmaria
È evidente che per Cerlino questo incontro con il sé bambino è stato necessario, per permettergli di fare i conti con il passato e guardare al futuro, ma è ammirevole la capacità di costruire una messa in scena ambiziosa, non banale, che cerca quella poesia che è nutrimento dei sogni. Suoi così come di Felice. Non è da tutti, non è scontato, osare e azzardare, ma Cerlino lo fa costruendo un film che prova a costruire qualcosa di diverso senza adagiarsi sul compitino. A costo di qualche inevitabile imperfezione, che non solo perdoniamo ma accogliamo come naturale calore dell'emozione infusa nell'opera. Un esordio riuscito, che ci immerge in una Napoli del passato ma fuori dal tempo, in una Pianura che è specchio di tutte le province immutabili, che alterna la durezza della vita quotidiana alla purezza dei sogni. Per inseguire i sogni e la Luna.
Conclusioni
Avemmaria si dimostra un esordio caloroso e pulsante, capace di trasformare la materia autobiografica in un racconto universale sul potere salvifico dell'immaginazione. Fortunato Cerlino evita le trappole del già visto nel genere drammatico-adolescenziale, scegliendo una via visivamente ambiziosa che predilige la poesia alla cruda cronaca. Non tutto è perfetto, e alcune ingenuità di scrittura emergono nella gestione dei tempi narrativi, ma il cuore del film batte forte, sostenuto da un cast in stato di grazia, in cui brilla la giovane promessa Mario Di Leva. Un'opera prima coraggiosa che ci ricorda come, anche nei contesti più difficili, conservare la capacità di sognare rimanga l'atto di resistenza più rivoluzionario possibile.
Perché ci piace
- Cerlino non fa il "compitino" e sperimenta con una messa in scena ambiziosa e poetica.
- Ottima l'alchimia tra i protagonisti, con un eccezionale Mario Di Leva.
- Un'ode potente e commovente alla fantasia come strumento di sopravvivenza.
Cosa non va
- Qualche ingenuità tipica dell'opera prima nella gestione del ritmo.