"Credete di conoscere mia figlia, ma c'è molto di più" dice la madre di Amy Winehouse in apertura del documentario Anima ribelle di Marina Parker, in prima visione su Sky e in streaming su NOW. Ed è la sensazione che un po' tutti abbiamo per una figura complessa che viene spesso sintetizzata concentrandosi su alcuni aspetti specifici della sua personalità, carriera e vita. Ci viene in soccorso Janis Winehouse-Collins, madre di Amy, narratrice del documentario realizzato nel 2021 in occasione del decennale della morte della cantante e mandato in onda per i 15 anni dalla scomparsa, che ci propone una visione diversa, più completa, onesta, di quello che la figlia è stata nella sua vita privata e artistica.
La necessità di ricordare Amy Winehouse
"Difficile imporre limiti ad Amy, come domare una creatura imprevedibile" dice Janis Winehouse-Collins in un momento del documentario Anima ribelle che ha, in tal senso, un titolo perfetto. Ma è altresì perfetto anche quello originale, "Reclaiming Amy", che incarna la voglia e necessità di sua madre Janis e suo padre Mitch di far proprio il racconto di quello che la figlia è stata, perché spesso raccontata in modo parziale e scandalistico. Una necessità, quella di Janis, non dovuta solo all'esigenza di far luce su quella che era la complessa personalità della figlia, ma anche alla malattia di cui è affetta: la sclerosi multipla che rischia di privarla dei ricordi di Amy.
Per questo si è avvalsa anche dei ricordi di chi la conosceva, oltre se stessa e il padre Mitch, affidandosi agli amici Naomi, Chantelle, Catriona e Michael, dai cui racconti viene fuori Amy come "una forza della natura" in grado di portare gioia e allegria in chi la circondava, dotata di una curiosità incredibile che le forniva una spinta a esplorare e sperimentare.
L'elaborazione del lutto
Quelli che guardiamo e ascoltiamo sono documenti preziosi, che ci permettono di capire più a fondo un'artista incredibile che ci ha lasciati troppo presto e che ancora rimpiangiamo. Ma se è difficile per i fan, per gli estimatori dell'opera di Amy Winehouse, lo è ancor di più per familiari e amici. Si parla in Anima ribelle, infatti, anche della difficile elaborazione del lutto per la sua scomparsa, con gli effetti personali di Amy riposti in un deposito dopo la sua morte. Un luogo privato che Janis ha riaperto solo 5 anni fa, in occasione delle riprese del documentario di Marina Parker, per aiutare a ricostruire aspetti della sua vita e personalità che sono stati poco documentati. Immagini che aggiungono profondità alla dimensione privata e hanno un incredibile valore anche per gli appassionati dell'artista.
Ferita ma autentica
"Solo ora, guardando indietro, capisco quanto poco sapevamo" dice ancora la madre Janis e ci riconosciamo in quelle parole, perché è facile giudicare senza conoscere a fondo e limitandoci a quel poco che sappiamo. Si parla delle dipendenze di Amy Winehouse, quella dalla cocaina durata poco più di un anno, da cui è riuscita a uscire, e quella che poi l'ha portata alla fine per l'alcol. Ma la sua famiglia ci tiene a sottolineare un aspetto: "Amy non ha sprecato la sua vita", come tanti dicono e accusano, perché la sua breve carriera ha lasciato un segno, le sue canzoni sono note e apprezzate oggi, a 15 anni di distanza, quanto e più di prima, ha conquistato 5 Grammy e tanti altri premi nel mondo.
Resta in rammarico per quelli che avrebbe potuto vincere a seguire, per le canzoni che avrebbe potuto regalarci e che non ascolteremo mai, ma l'impronta di Amy Winehouse resta. Forte e autentica come lei è stata in vita.
Conclusioni
Amy Winehouse - Anima ribelle (Reclaiming Amy) non è il documentario definitivo sulla carriera musicale dell'artista, ma è forse quello umanamente più necessario. A 15 anni dalla sua tragica scomparsa, l'opera di Marina Parker funge da delicato atto riparatore. Grazie alla voce rotta ma ferma di madre Janis, il film restituisce ad Amy la sua dimensione più vulnerabile, spogliandola dell'aura da 'rockstar maledetta' imposta dai media. Un'opera imperdibile per chi vuole oltrepassare il mito e comprendere la ragazza di Camden Town, ricordandoci che dietro l'enorme talento c'era una donna complessa, luminosa e, purtroppo, irrimediabilmente fragile.
Perché ci piace
- Il racconto intimo e onesto affidato alla madre Janis, lontano dal sensazionalismo dei tabloid.
- L'utilizzo di ricordi personali, testimonianze di amici stretti ed effetti privati rimasti chiusi per anni.
- L'attenzione posta sulla donna, sulla sua curiosità e sulla sua autenticità, piuttosto che esclusivamente sulle sue dipendenze.
Cosa non va
- Essendo un'operazione voluta dalla famiglia (come suggerisce il titolo originale Reclaiming Amy), il racconto tende naturalmente a proteggere l'immagine privata.
- Il lato prettamente tecnico e creativo dell'artista rischia di passare in secondo piano rispetto alla ricostruzione umana ed emotiva.