A Knight of the Seven Kingdoms, la recensione: torniamo nel mondo del Trono di Spade, ma con più intimità

Un cambio di tono importante per il mondo di Game of Thrones: il nuovo spin-off della serie nata dalla penna di George R.R. Martin racconta le gesta di Dunk ed Egg. Dal 18 gennaio su HBO Max.

Un'immagine di A Knight of the Seven Kingdoms

Tra gli universi narrativi che hanno segnato il nuovo millennio, un posto di rilievo lo occupa sicuramente Il trono di spade e il mondo fantasy-storico creato da George R.R. Martin con la sua serie di romanzi ancora in via di completamento. Non stupisce, quindi, che HBO si sia affidata al nuovo spin-off della serie, A Knight of the Seven Kingdoms, per accompagnare il lancio della piattaforma nel nostro paese.

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Peter Claffey nei panni di Dunk

E va detto subito che la serie co-creata da Ira Parker insieme all'autore dei romanzi, disponibile su HBO Max dal 18 gennaio, è riuscita a convincerci pur dopo averci inizialmente spiazzati per come si pone in quanto a tono e approccio in modo differente sia da Il trono di spade che House of the Dragon: leggera, (auto)ironica e piccola rispetto ai titoli che l'hanno preceduta, _A Knight of the Seven Kingdoms riesce mostrare un grande cuore e a bilanciare tutti i suoi ingredienti, permettendoci di affezionarci a una improbabile coppia di protagonisti.

La storia di Dunk ed Egg

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Dunk ed Egg in una scena di A Knight of Seven Kingdoms

Dal punto di vista cronologico, siamo quasi un secolo prima degli eventi narrati ne Il trono di spade, quindi a metà strada tra la serie madre e il primo spin-off House of the Dragon che si pone invece un ulteriore secolo prima. È un periodo della storia di Westeros in cui i Targaryen detengono ancora il trono e il ricordo dell'ultimo drago è ancora vivo... ma questa è una storia diversa, più piccola e intima: al centro del racconto troviamo, infatti, una intrigante quanto bizzarra coppia di eroi, l'ingenuo ma coraggioso Ser Duncan l'alto, o Dunk, e il suo giovane scudiero Egg. Se il primo ha origini umili e viene da Fondo delle Pulci, la baraccopoli di Approdo del Re, il secondo è invece di origini ben diverse, anche se le tiene nascoste, e insieme vanno a creare delle dinamiche interpersonali che funzionano e conquistano lo spettatore di episodio in episodio.

Duncan l'alto, l'eroe di cui avevamo bisogno

Pur sapendo che le novelle a cui si ispira Il cavaliere dei Sette Regni è una parentesi più leggera dell'opera di George R.R. Martin, il primo impatto con la storia e Dunk che ci introduce a essa è spiazzante: per tutto il primo episodio ci siamo domandati se fosse quello che il pubblico di Game of Thrones si aspettava da questo secondo spin-off/prequel della serie, se fosse in grado di parlare a chi aveva amato l'epica cruda e potente che ci è stata raccontata dal 2013 al 2019 e alla quale anche House of the Dragon si allinea.

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Una scena dello spin-off de Il trono di spade

Ma sequenza dopo sequenza, Dunk e il suo ottimo interprete Peter Claffey riescono a scardinare le nostre resistente e perplessità e conquistarci, tanto da arrivare a pensare che forse era proprio il tipo di storia che serviva alla saga per spezzare il ritmo e proporre qualcosa di nuovo, più piccolo, più intimo, più caloroso. Ci riesce per la sua abilità nel tratteggiare la purezza del suo Ser Duncan, per la scrittura che lo supporta, per l'assistenza preziosa dell'altrettanto bravo, nonché giovanissimo, Dexter Sol Ansell che porta su schermo il fido scudiero Egg.

L'intimità e il calore di A Knight of the Seven Kingdoms

Non ci sono draghi in A Knight of the Seven Kingdoms, non c'è la portata tragica e la magnificenza delle due serie precedenze, ma c'è una pari attenzione ai dettagli che pian piano ci rassicura sul mondo in cui ci muoviamo: Westeros emerge con la stessa profondità, e gli stessi usuali valori produttivi di casa HBO, ma al servizio di una storia più piccola, intima, che riesce sia a divertire che emozionare con brillantezza e umiltà. Un mondo che viene sì tratteggiato dal lavoro certosino su scenografie, ambienti e costumi, ma anche dalla composizione di un cast vario e credibile che sa accompagnare e assistere i protagonisti nel loro percorso.

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Un momento di A Knight of Seven Kingdoms

E va detto, e non è trascurabile, che per la sua natura può essere fruita anche da chi è ancora a digiuno delle due serie che l'hanno preceduta: si perderanno riferimenti a personaggi, luoghi e dettagli che gli amanti del mondo di Martin possono riconoscere e apprezzare, ma non sono fondamentali per godersi la storia di questa coppia di nuovi eroi, di cavalieri erranti di Westeros, a cui abbiamo imparato a voler bene.

Conclusioni

Dopo un iniziale, breve, perplessità, ci siamo lasciati conquistare dal tono più intimo di A Knight of the Seven Kingdoms e dai suoi protagonisti, perfettamente interpretati da Peter Claffey e Dexter Sol Ansell, abili nel delineare le dinamiche tra Dunk ed Egg. Pur in una storia più piccola, i valori produttivi HBO sono evidenti e il mondo di Westeros vive di scenografie e costumi che contribuiscono a renderne dettagli e profondità visiva, ma è anche la qualità di Ira Parker come showrunner che riesce a bilanciare tutti gli ingredienti e le diverse sfumature con equilibrio.

Movieplayer.it
3.5/5
Voto medio
N/D

Perché ci piace

  • Dunk ed Egg, le loro dinamiche e i loro interpreti Peter Claffey e Dexter Sol Ansell.
  • Il solito valore produttivo HBO che si traduce in scenografie e costumi di grande ricchezza e qualità.
  • La scrittura di Ira Parker, che riesce a bilanciare tutti gli ingredienti.
  • Il cast in generale, che riesce a risultare credibile anche quando ha poco spazio a disposizione per farsi notare...

Cosa non va

  • ... al netto di qualche eccezione che risulta troppo poco approfondita.
  • Può spiazzare chi si aspetta toni e portata pari a Il trono di spade o House of the Dragon.