45 Seconds of Laughter, la recensione: Tim Robbins porta la Commedia dell'Arte in prigione

La recensione di 45 Seconds of Laughter, documentario diretto da Tim Robbins presentato a Venezia 76 che racconta l'attività della sua compagnia teatrale nella riabilitazione dei detenuti.

RECENSIONE di 05/09/2019

Dopo 15 anni, Tim Robbins torna alla Mostra di Venezia con un nuovo documentario di cui parleremo in questa recensione 45 Seconds of Laughter, un film dedicato all'attività della Actors' Gang, la sua compagnia teatrale. Nel 2004 il regista premio Oscar presentò al Lido Embedded,/Live documentario dedicato allo spettacolo teatrale satirico sulla Guerra in Iraq andato in scena a Los Angeles. Stavolta il lavoro è incentrato sul progetto di riabilitazione attraverso i corsi di recitazione portato avanti dalla Actors' Gang nelle carceri di massima sicurezza della California. Progetto che vede coinvolti solo soggetti difficili e non detenuti modello, leader di gang rivali, nemici da unire in una presa di coscienza che passa attraverso il teatro.

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45 Seconds of Laughter: il gruppo di detenuti in maschera

Il gesto teatrale e il corpo dell'attore sono al centro di 45 Seconds of Laughter. Gli attori in questione sono i membri della Actors' Gang, guide d'eccezione, ma anche i detenuti pronti a mettersi in gioco, a esplorare le proprie fragilità attraverso la scoperta dell'altro e dunque di se stessi. E proprio i detenuti, con le loro remore, la loro durezza e i loro imbarazzi, sono il focus di 45 Seconds of Laughter. Dopo un rapido intro in cui viene localizzata la prigione prescelta, la Calipatria State Prison, e le voice over dei detenuti descrivono la vita in carcere usando termini come 'triste' e 'violenta', entriamo nel vivo e facciamo il nostro ingresso all'interno del penitenziario, nella sala in cui la Actors' Gang conduce laboratori periodici con i detenuti. Nel corso dei 95 minuti di durata del documentario assistiamo a esercizi di fiducia, giochi e improvvisazioni teatrali illustrati dagli operatori e adeguatamente motivati. Lo scopo? Insegnare ai carcerati a controllare il sentimento dominante in carcere, la rabbia, aprendo loro nuove prospettive.

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45 Seconds of Laughter: Tim Robbins in una scena del film

Negli anni, la Actors' Gang ha compiuto un lavoro capillare con le autorità per mettere a punto un programma adeguato ai detenuti, correggendo in corsa gli errori. Di questo lavoro non viene fatto cenno in 45 Seconds of Laughter (titolo che richiama il modo in cui si conclude ogni sessione). Non vi sono aperture verso l'esterno né divagazioni di sorta. Ciò che sta a cuore al regista è mostrare i risultati del lavoro della compagnia con i detenuti raccontandone l'evoluzione nell'arco di sei mesi. Tim Robbins ha filmato ogni lezione con tre telecamere arrivando ad avere un totale di oltre 130 ore di girato ridotte poi, con un radicale lavoro di montaggio, a un'ora e mezza. A livello stilistico, 45 Seconds of Laughter è un lavoro scarno, essenziale, lontano dalle suggestioni barocche di Cesare deve morire dei fratelli Taviani, film con cui condivide lo stesso sub-genere. L'obiettivo di Robbins segue i suoi attori/operatori nel loro lavoro di guida, ma soprattutto si sofferma sui partecipanti al laboratorio in una serie di primi piani che ne indagano reazioni, imbarazzi, divertimento.

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45 Seconds of Laughter: una scena del film

Se Cesare deve morire affondava le radici nell'universo shakespeariano, 45 Seconds of Laughter guarda alla Commedia dell'Arte di italica tradizione. Attraverso l'uso di maschere e make-up improvvisati, i detenuti - che nei titoli di coda vengono chiamati solo col nome di battesimo - vengono introdotti alla serie di personaggi archetipi che popolano la Commedia, Pulcinella, Arlecchino, Pantalone e così via, e al loro rappresentare sentimenti primari come rabbia, tristezza, gioia, paura. Concetti tanto universali da permettere a chiunque di relazionarvisi. Come vediamo dal documentario, la Actors' Gang non fa distinzione di cultura, religione o tipo di reato commesso dai detenuti, ma applica il suo programma, indistintamente, a chiunque sia interessato a farne parte. La crescita passa attraverso la partecipazione attiva dei carcerati che vengono invitati, a turno, a guidare gli esercizi teatrali al posto degli operatori in una sorta di responsabilizzazione. Nel film, Tim Robbins riduce la propria presenza all'osso dando spazio ai suoi attori, anche se vi sono un paio di estratti delle sue lezioni che ne mostrano lo spessore.

Il teatro come presa di coscienza

L'ultima parte di 45 Seconds of Laughter, la più toccante, è quella in cui viene mostrato l'arrivo delle famiglie. Genitori, figli, mogli, fidanzate fanno il loro ingresso in carcere e partecipano al laboratorio che mette in luce i passi in avanti e i cambiamenti dei loro cari. Per molti di loro è l'occasione di riabbracciare i propri cari dopo anni, occasione nata proprio grazie al Prison Project. L'atto teatrale e il travestimento permettono ai detenuti di superare timori e imbarazzi mostrandosi ai familiari in veste inedita. Grazie a un attento montaggio, Tim Robbins si sofferma a lungo anche sui controcampi per indagare le reazioni divertite e commosse delle famiglie. La star de Il miglio verde e Dead Man Walking non può certo lasciare fuori dal quadro le guardie carcerarie che, nel suo documentario, si dimostrano partecipi e collaborative, parte integrante di un progetto che sembra funzionare a dovere.

Conclusioni

Come raccontiamo nella recensione di 45 Seconds of Laughter, Tim Robbins torna alla regia per promuovere il resoconto di un progetto che gli sta molto a cuore, un percorso di riabilitazione dei detenuti nelle carceri di massima sicurezza metto in atto con la sua Actors' Gang. Il documentario, scarno ed essenziale a livello stilistico, illustra sei mesi di lavoro svolti coi detenuti mettendone il luce i loro progressi e l'evoluzione compiuta nel tentativo di migliorare le loro esistenze.

Movieplayer.it

3.5/5

Voto medio

3.5/5

Perché ci piace

  • Tim Robbins si dimostra ancora una volta un autore appassionato e attento ai problemi sociali.
  • Il documentario illustra con passione un lavoro minuzioso di presa di coscienza di sé che passa attraverso la conoscenza degli archetipi teatrali.
  • E' affascinante vedere la dedizione messa dalla Actors' Gang nel loro progetto.
  • L'ultima parte del film, che vede l'arrivo delle famiglie in carcere, è molto coinvolgente.

Cosa non va

  • Il film sceglie di non mostrare il rovescio della medaglia, le difficoltà coi detenuti e con le autorità per mettere a punto il progetto.
  • Essendo un documentario molto specifico, potrebbe non coinvolgere chi non è sensibile alla tematica.