Ex Machina

2015, Drammatico

Ex Machina: quando la fantascienza racconta l’essere umano

Arriva al cinema l'acclamato thriller sci-fi che segna l'esordio alla regia dello scrittore e sceneggiatore Alex Garland: un'affascinante riflessione sul concetto di intelligenza artificiale, ma anche sull'umanità stessa, veicolata mediante il confronto fra un giovane programmatore informatico e una misteriosa donna robot di nome Ava.

Adesso sono diventato Morte, il distruttore di mondi.

Ex Machina

2015 – Drammatico
3.9 3.9

A pronunciare questa frase nel 1965, durante un'intervista televisiva, fu il fisico nucleare Robert Oppenheimer, direttore del Progetto Manhattan e fra gli artefici della prima bomba atomica, prendendo in prestito le parole del dio Vishnu. Una citazione ripetuta nel film Ex Machina per sottolineare il potenziale mortifero insito nel nostro percorso evolutivo, nel momento in cui il progresso scientifico e tecnologico rischia di sfuggire al controllo degli esseri umani e di provocare conseguenze impreviste.

Ex Machina: Alicia Vikander in una scena del film fantascientifico

Un timore ricorrente e ineludibile, a cui la letteratura e il cinema di fantascienza hanno saputo conferire un'angosciosa concretezza attraverso visioni distopiche neppure troppo lontane dalla nostra realtà: che si tratti di HAL 9000, l'infido super-computer partorito dalla fantasia dello scrittore Arthur C. Clarke e reso celebre da Stanley Kubrick nel capolavoro 2001: Odissea nello spazio, o del cyborg assassino di Terminator di James Cameron, in un'immaginaria guerra fra uomini e macchine. Eppure la minaccia della tecnologia, spaventoso Golem pronto a ribellarsi contro il proprio creatore, è solo una delle tematiche al cuore di Ex Machina, magistrale esordio alla regia del britannico Alex Garland, autore nel 1996 del best-seller The Beach e in passato fedele collaboratore di Danny Boyle, che dopo aver portato The Beach al cinema nel 2000 nell'omonimo film con Leonardo DiCaprio e Tilda Swinton aveva affidato proprio a Garland la sceneggiatura di due perle della fantascienza contemporanea, 28 giorni dopo e Sunshine.

Più umano dell'umano

Ex Machina: Domhnall Gleeson in una scena nei panni di Caleb

Caleb Smith (Domhnall Gleeson), un giovane programmatore informatico per l'azienda BlueBook, è il vincitore di una lotteria che gli permetterà di visitare la sede centrale della società: un luogo segretissimo, isolato fra i boschi e le montagne, in cui l'amministratore delegato della compagnia, il geniale ed eccentrico Nathan Bateman (Oscar Isaac), è impegnato a lavorare all'elaborazione di nuove forme di intelligenza artificiale nella più completa solitudine, affiancato soltanto da una silenziosa cameriera orientale di nome Kyoko (Sonoya Mizuno). Assolutamente entusiasta di prendere parte a un progetto tanto rivoluzionario, Caleb vince i propri timori e accetta di prestarsi a Nathan per un "test di Turing": sottoporsi a un confronto con una robot umanoide dalle sembianze femminili di nome Ava (Alicia Vikander), un avanzatissimo modello di intelligenza artificiale, affinché Nathan possa studiare le dinamiche della loro interazione.

Ex Machina: Domhnall Gleeson e Oscar Isaac in una scena del film fantascientifico

Intrigato dalla grazia e dalla dolcezza di Ava, Caleb inizia le sessioni che lo vedranno faccia a faccia con questo prototipo di androide, allo scopo di stabilire se egli sia in grado di relazionarsi ad Ava pur sapendo che la creatura di fronte a sé è un robot. Durante le loro conversazioni, tuttavia, nel resort/laboratorio si verificano dei brevi blackout, nel corso dei quali il sistema di video-sorveglianza dell'edificio cessa di funzionare; e Ava approfitta di uno di questi blackout per mettere in guardia Caleb, intimandogli di non fidarsi di Nathan. All'improvviso, il giovane si trova scisso fra due alternative: continuare a collaborare lealmente con il suo capo, un uomo per il quale Caleb prova un'ammirazione mista a soggezione, oppure indagare in segreto sulla natura degli esperimenti condotti in quel luogo. E mentre le sessioni procedono giorno dopo giorno, Caleb viene assalito da mille incertezze, fino a mettere in dubbio la sua stessa realtà...

Il gatto, il topo e l'androide

Ex Machina: Domhnall Gleeson osserva le facce dei robot in una scena del film

Svelare ulteriori dettagli sulla trama di Ex Machina priverebbe i lettori del piacere di lasciarsi irretire, sorprendere e meravigliare da un'opera in cui gli elementi canonici della fantascienza sono sviluppati quasi come in una pièce teatrale. Dall'arrivo di Caleb, in elicottero, nel quartier generale della BlueBook, il film si svolge interamente nello spazio circoscritto della villa di Nathan Bateman: un'inquietante prigione in vetro e acciaio, tanto iper-tecnologica quanto gelidamente impersonale (eccezionale l'apporto della scenografia di Mark Digby, ma anche della fotografia fredda e asettica di Rob Hardy). È in questo scenario vagamente futuristico e dall'atmosfera claustrofobica che si consumerà la 'sfida' fra i tre protagonisti del film: un film che avanza secondo una struttura essenzialmente dialogica, innervato da una tensione destinata a crescere gradualmente, fino a sfociare in un autentico senso di paranoia. Come in un dramma di Harold Pinter, o in un esempio del cosiddetto "teatro della minaccia", la pellicola di Garland focalizza tutta l'attenzione sui reciproci rapporti di forza fra i tre personaggi in scena, in quello che si rivelerà essere un crudelissimo gioco fra il gatto e il topo.

Ex Machina: Domhnall Gleeson e Oscar Isaac in una scena del film

E proprio in tale aspetto risiede gran parte del perverso fascino di un film come Ex Machina: sottrarre la fantascienza al profluvio di azione roboante di remake e reboot (spesso discutibili, come il recente Terminator: Genisys) per recuperarne invece la componente più strettamente psicologica, e insieme con essa una suspense sottile quanto tagliente, capace di toccare in profondità le corde dello spettatore. Perché Alex Garland, pur nei limiti di un budget volutamente contenuto, compie un'operazione di rara e preziosa acutezza: cimentarsi con il genere fantascientifico, con i suoi temi chiave e perfino con i suoi termini di paragone (in primis i già citati 2001: Odissea nello spazio e Blade Runner), per parlarci invece dell'essere umano; di sentimenti, di speranze, di paure iscritti in maniera indelebile nel nostro codice genetico di individui smarriti e con un costante bisogno di rassicurazioni. Il tutto aggiornato all'era dei social network e dei motori di ricerca, delle informazioni personali fagocitate da entità virtuali sterminate e tentacolari, come nella più spaventosa - e nella più prossima - fra le distopie ipotizzabili.

A prova di errore, e incapaci di sbagliare

Ex Machina: Sonoya Mizuno e Alicia Vikander

Ava, donna robot che ha il candore e la bellezza diafana dell'attrice svedese Alicia Vikander (sovrana di Danimarca in A Royal Affair e prossimamente in concorso a Venezia con The Danish Girl), è la femme fatale attorno alla quale si innescano tutti i conflitti al cuore della vicenda. La creatura apparentemente impeccabile di un dottor Frankenstein, Nathan Bateman, di cui Oscar Isaac mette in luce il carisma da elusivo genio sregolato e la sprezzante arroganza, ma anche e soprattutto quell'accenno di "delirio di onnipotenza" (nell'antica Grecia l'avrebbero definita hybris) che trapela dai dialoghi fra lui e Caleb. La sudditanza psicologica provata dal ragazzo nei confronti del portentoso scienziato è espressa magistralmente dall'irlandese Domhnall Gleeson, già bravissimo protagonista di Questione di tempo e Frank e qui all'ennesima conferma del proprio talento: il suo Caleb, oltre ad offrire il punto di vista privilegiato e il veicolo di immedesimazione per lo spettatore, costituisce il modello dell'everyman, il tipico "bravo ragazzo" alle prese con una difficile scelta morale.

Keira Knightley, Andrew Garfield e Carey Mulligan insieme nel film Never Let Me Go

Come da tradizione, nei migliori prodotti della fantascienza di ogni tempo, la dimensione etica rappresenta infatti un piano non trascurabile, ma al contrario di importanza primaria all'interno del racconto. E in Ex Machina, gli interrogativi etici riguardano in primo luogo la presunta "perfezione" di un'intelligenza artificiale: Ava è solo uno strumento nelle mani del proprio artefice o risponde invece a impulsi, necessità e aspirazioni di un qualunque individuo? L'attrazione manifestata verso Caleb è spontanea e sincera o piuttosto il frutto di un obiettivo nascosto? Se Nathan si atteggia a divinità onnipresente, come il mago Prospero ne La tempesta di Shakespeare, Ava è un'androide intenzionata a ribellarsi contro il suo padrone, in virtù di un insopprimibile anelito alla libertà. Quella stessa sete di libertà che, in Blade Runner, spingeva Roy Batty ad accecare e uccidere il dottor Eldon Tyrell, l'ideatore dei replicanti, pur sapendo che la propria sorte era ormai segnata; la medesima libertà di cui erano tragicamente privati Kathy, Tommy, Ruth e gli altri giovani cloni di Non lasciarmi, il film del 2010 di Mark Romanek che proprio Garland aveva sceneggiato, adattando lo struggente romanzo di Kazuo Ishiguro.

Dei della biomeccanica e paradisi perduti

Ex Machina: Domhnall Gleeson nei panni di Caleb in un'immagine del film

Ma uno dei maggiori punti di forza di Ex Machina, uno dei motivi che lo rendono non solo la miglior opera di fantascienza degli ultimi anni, ma più in generale uno dei più meritevoli film del decennio, risiede nell'abilità di Alex Garland di utilizzare codici ed emblemi del genere sci-fi per muoversi in un'altra direzione: ovvero, per elaborare una riflessione incredibilmente pregnante e malinconica sulla natura umana - quella natura che tende addirittura a vedersi rispecchiata nel volto e nelle fattezze di un robot. Nathan Bateman, ennesima variante dell'archetipo faustiano, dotato di un potere quasi illimitato, riporta alla mente certi tratti del Charles Foster Kane di Quarto potere: un uomo intrappolato suo malgrado nel culto di se stesso, disposto a sacrificare ogni legame affettivo per rinchiudersi in una solitudine autoimposta, in una gabbia di vetro non così diversa dal sinistro maniero di Xanadu. Una solitudine che emerge anche da un semplice scambio di battute: quando Nathan, alle prese con i postumi di una sbronza, si sente chiedere da Caleb "Com'era la festa?", replicando in tono impassibile "Chi ha parlato di una festa?".

Ex Machina: Alicia Vikander nei panni del robot Ava in un'immagine del film

Come in parte il magnifico The Social Network di David Fincher, pure Ex Machina, in prossimità del finale (e consigliamo di non leggere oltre, se non a visione ultimata), si rivela pertanto una sinfonia della solitudine nell'epoca in cui internet e la tecnologia sembrano aver accentuato ancora di più il senso di isolamento di ciascun individuo; nonché un apologo sul sentimento amoroso come suprema forma di auto-illusione, laddove Caleb, orfano, single e assuefatto a un'esistenza nella "realtà virtuale", avverte un irresistibile trasporto emotivo per una donna robot costruita su misura per aderire alle sue fantasie romantiche. Ma Ava, in fondo, non è che la proiezione mentale di un desiderio e, in quanto tale, figura ambigua e ingannevole: come ogni simulacro adibito allo scopo di abbagliare i naviganti, per poi trascinarli verso la morte sulle note del canto di una sirena. E dunque il finale, doloroso e beffardo, ma anche perfettamente coerente con il percorso narrativo intessuto da Garland, suggella come meglio non si potrebbe un film di straordinario fascino e di rara profondità, da annoverare fin da ora fra le nuove, imprescindibili pietre miliari della fantascienza moderna. Quella fantascienza, e quel cinema, ancora capaci di evocare paradisi perduti per sempre, o forse soltanto sognati...

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