Tra nostalgia e rigore creativo, Kevin Costner riapre alla possibilità di un nuovo film sportivo. L'attore-regista ripercorre i suoi classici, spiega cosa rende credibile il genere e chiarisce perché, senza il ruolo giusto, è meglio restare a bordo campo.
Il cinema sportivo secondo Kevin Costner
Quando si parla di cinema sportivo, il nome di Kevin Costner torna con naturalezza. Non per nostalgia, ma per una filmografia che ha inciso un solco preciso, capace di resistere al tempo. Durante un'intervista concessa a Entertainment Tonight al Fanatics Super Bowl Party di San Francisco, l'attore e regista non ha escluso un ritorno sul terreno di gioco.
Alla domanda se prenderebbe in considerazione un nuovo film sportivo, la risposta è stata semplice: "Lo farei". Subito dopo, però, ha aggiunto un dettaglio rivelatore, ricordando come un progetto fosse stato accantonato proprio quando i Chicago Cubs vinsero le World Series: "Ne avevo uno pronto, poi i Cubs hanno vinto. A un certo punto stavo davvero per farlo".
Costner ha citato titoli che definiscono un'epoca, da Bull Durham a Field of Dreams, passando per For the Love of the Game e Draft Day. Secondo lui, alcuni di questi film "si sono distinti" perché non erano costruiti come scommesse azzardate, ma come storie solide, fondate su personaggi credibili. In particolare, Field of Dreams e Bull Durham rappresentano un punto di equilibrio raro tra mito e quotidianità, tra romanticismo e sudore. Il suo criterio è netto: "Se non sei adatto a un film sportivo, non dovresti farlo. Non importa quanto ami quello sport". Una dichiarazione che racconta un approccio quasi etico al genere, lontano dalla celebrazione vuota.
Nel suo metodo, Costner parla spesso di allineare le proprie "sensibilità" a quelle del pubblico. Quando riconosce una grande sceneggiatura, lo sa subito: "Sapevo di avere tra le mani qualcosa di grande con Bull Durham. Lo stesso con Field of Dreams". Per lui, raccontare lo sport significa restituirne la verità emotiva e fisica: "Devi allo sport la realtà che puoi portare sullo schermo". Non è un caso che i suoi film non siano mai stati semplici storie di vittoria, ma racconti di attese, fallimenti, ossessioni e redenzione.
Dal Super Bowl ai ricordi privati
Sempre durante l'evento, Kevin Costner ha commentato anche l'halftime show del Super Bowl, esprimendo sostegno a Bad Bunny. Le sue parole sono state di incoraggiamento sincero: "Sono davvero felice che la gente gli sia rimasta accanto, che emozione per lui". E ancora: "Spero che non l'abbiamo rovinata per lui... ma quando la musica è dalla tua parte, è questo che ti spinge al successo". Anche qui emerge una visione empatica, attenta al percorso umano dietro la performance.
Il legame di Costner con lo sport, però, non si ferma al set. L'attore ha condiviso ricordi personali legati al basket, raccontando di partite private organizzate durante i weekend delle Final Four. "Per circa sei anni affittavamo una palestra", ha spiegato, ricordando come tutto iniziasse con figure leggendarie come Mike Krzyzewski e Rick Majerus, che arrivavano accompagnati da alcuni dei loro giocatori. Ciò che lo ha colpito di più non è stato il livello tecnico, ma l'accoglienza: "Vedere questi uomini, il modo in cui mi trattavano... era tutto così elegante, così rispettoso".
Questi aneddoti aiutano a capire perché il cinema sportivo, per Costner, non sia un genere come gli altri. È un luogo di incontro tra disciplina e fragilità, tra collettività e solitudine. Se davvero tornerà a raccontarlo, non sarà per replicare formule vincenti, ma per cercare ancora una volta quella linea sottile in cui lo sport diventa racconto universale.