La vicenda giudiziaria di Jafar Panahi torna a intrecciarsi con la sua carriera internazionale, in un momento in cui il regista iraniano è al centro dell'attenzione mondiale per Un semplice incidente, film con il quale ha conquistato la Palma d'Oro a Cannes nel 2025. Il tribunale rivoluzionario di Teheran ha infatti confermato la condanna a un anno di carcere nei suoi confronti, respingendo le obiezioni presentate dalla difesa dopo il nuovo processo legato all'accusa di "attività di propaganda contro il regime".
Jafar Panahi, confermata la condanna in Iran
A comunicare l'esito del procedimento è stato l'avvocato Mostafa Nili, che domenica ha spiegato come il giudice Iman Afshari del tribunale rivoluzionario di Teheran abbia confermato integralmente la sentenza pronunciata in assenza del regista. Secondo quanto riferito dal legale in un'intervista a Emtedad, la decisione sarebbe stata motivata anche dal riferimento a un film considerato "underground e problematico contro l'establishment".
"Secondo il verdetto iniziale, Jafar Panahi era stato condannato a un anno di carcere con l'accusa di propaganda contro la Repubblica Islamica dell'Iran", ha dichiarato Nili, chiarendo che la sentenza non si limita alla sola detenzione. Il provvedimento comprende infatti anche un divieto di espatrio della durata di due anni e l'impossibilità di aderire ad associazioni politiche o sociali.
Resta però aperta la strada del ricorso. La difesa, ha spiegato l'avvocato, ha 20 giorni di tempo per presentare appello. Una finestra breve, ma decisiva, in una storia che da anni vede Panahi muoversi tra set clandestini, riconoscimenti nei festival più importanti e un confronto durissimo con le autorità del suo Paese.
Il caso Panahi e il peso di Un semplice incidente
Il tempismo della sentenza non passa inosservato. La condanna era arrivata mentre Jafar Panahi si trovava all'estero per presentare Un semplice incidente, film che ha riportato il suo nome al centro del dibattito internazionale sul cinema iraniano. Un successo artistico che, invece di chiudere una stagione complessa, sembra aver riacceso l'attenzione sul rapporto tra il regista e il potere politico.
Panahi, del resto, è da tempo una delle figure più influenti e discusse del cinema iraniano contemporaneo. La sua filmografia è spesso letta come un gesto di resistenza civile, anche quando affida il proprio sguardo a storie intime, frammenti di quotidianità e narrazioni sottili, preferendo l'osservazione alla denuncia esplicita. È proprio questa capacità di trasformare il cinema in spazio di libertà ad averlo reso un autore amatissimo nei festival e, allo stesso tempo, un nome scomodo per le autorità più rigide della Repubblica Islamica.
Il precedente più recente risale al luglio 2023, quando il regista 65enne venne arrestato dopo essersi recato nel carcere di Evin per chiedere informazioni sui colleghi Mohammad Rasoulof e Mostafa Al-Ahmad, fermati pochi giorni prima. In seguito, le autorità iraniane decisero di riattivare una condanna a sei anni che risaliva al 2010, accompagnata da un divieto ventennale di girare film e lasciare il Paese.
Le accuse del 2010 erano legate alla partecipazione di Panahi al funerale di uno studente ucciso durante la Rivoluzione Verde del 2009 e al suo successivo tentativo di realizzare un film ambientato sullo sfondo di quella stagione di proteste. Il regista era stato poi rilasciato nel febbraio 2023, dopo sette mesi trascorsi nel carcere di Evin e uno sciopero della fame che aveva suscitato forte preoccupazione nel mondo del cinema.