Fatih Akin difende Wim Wenders: "Non siamo politici, ma l'arte può cambiare la società"

Movieplayer ha chiesto al regista de L'isola dei ricordi (al cinema dal 12 marzo) un parere sulla polemica mossa dalle parole del presidente di giuria della Berlinale. E dice: "Forse ha sbagliato i modi, ma è vero: non possiamo scendere al livello dei politici".

Fatih Akin sul set

Le parole di Wim Wenders, pronunciate durante l'infuocata conferenza stampa d'apertura del Festival di Berlino (in breve "la politica deve star fuori dall'arte"), hanno suscitato un'accesa - per non dire esplosiva - polemica. Uno strascico che, a pochi giorni dalla conclusione, appare ancora abbastanza lungo.

Qualche esempio? Se Arundhati Roy, scrittrice indiana, ha annullato la partecipazione al festival (avrebbe dovuto presentare il restauro in digitale di In Which Annie Gives It Those Ones), fa decisamente rumore la lettera inviata alla Berlinale da diversi artisti stranieri - a firmarla nomi come Brian Cox, Javier Bardem, Lukas Dhont, Mike Leigh, Tilda Swinton -, che esprimono "profondo disaccordo con l'affermazione del presidente della giuria [...]".

Il parere di Fathi Akin sulle parole di Wim Wenders

Fatih Akin Set
Fathi Akin sul set di L'isola dei ricordi

Sull'argomento, si è espresso anche Fathi Akin, durante l'intervista rilasciata a Movieplayer.it in occasione della presentazione del suo nuovo film L'isola dei ricordi (Amrum) in uscita il 12 marzo. "Penso di dover difendere Wim Wenders, ha espresso il suo pensiero. Probabilmente, ciò che voleva dire è che noi, i registi, non siamo politici", spiega l'autore, nato ad Amburgo ma dal sangue turco.

"Merz è un politico. La Meloni è una politica. Trump è un politico. Rubio è un politico. Tutte queste persone sono politiche. Fidel Castro era un politico. Il Chè era un politico. Rosa Luxembourg era una politica. Ma noi non siamo come loro. E penso che se scendessimo al livello dei politici, finiremmo per corromperci. Credo che Wim [Wenders] volesse dire questo. Tuttavia, viviamo in un periodo di pressione politica. Anzi, no, viviamo in un periodo molto incasinato. Diciamolo così. E per cambiare il mondo, per cambiare la società, credo che il cinema possa essere un mezzo. La letteratura, l'arte in generale, possono essere un mezzo".

La Berlinale come presidio politico (pensando a No Other Land)

Il regista de La sposa turca, poi, prosegue citando il caso di No Other Land (a proposito, il co-regista Hamdan Ballal ha subito un'altra, ennesima aggressione nella sua casa a Masafer Yatta, Cisgiordania) presentato nel 2024 proprio a Berlino: "La domanda è: la Berlinale sostiene l'Ucraina e l'Iran e non sostiene la Palestina? Non credo. Guardate, No Other Land. Uno dei film più importanti, che non parla del genocidio a Gaza, ma del sistema di apartheid nella Cisgiordania".

Fatih Akin Set Film
Dietro le quinte con Fatih Akin

Del resto, "No Other Land è stato presentato alla Berlinale. Non è stato mostrato a Venezia né a Cannes. Ciò significa che gli viene concessa la libertà di espressione. Oppure, cito Tilda Swinton che ha ricevuto il premio d'onore lo scorso anno, nella serata di apertura, ha invitato al boicottaggio di Israele. Ha potuto farlo".

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La polemica? Questione di Stato

Fathi Akin continua, "Naturalmente, c'è stata una grande protesta da parte dei media di destra in Germania. Abbiamo un certo gruppo editoriale qui che è completamente filo-israeliano. E ogni critica a Israele viene etichettata come antisemita. Questa stampa l'ha attaccata, ma non è stata la Berlinale ad attaccare Tilda Swinton o i due registi che hanno realizzato No Other Land. Lo Stato tedesco ha fondato la Berlinale, ma lo Stato tedesco sostiene il genocidio a Gaza inviando armi lì. Tutto questo sta accadendo. Ma la Berlinale, come festival, non credo che sia soggetta a censura. E per ciò ripeto: Wim forse poteva esprimersi meglio, sì, ma non meritava la tempesta di merda che è appena scoppiata".