Lavoreremo da grandi è un film del 2026 diretto da Antonio Albanese con Antonio Albanese e Giuseppe Battiston. Durata: 90 min. Distribuito in Italia da PiperFilm. Paese di produzione: Italia.
La storia è ambientata in una piccola città e segue le vicende di tre amici di lunga data, uniti da percorsi di vita disastrati. C'è Umberto, un musicista fallito che ha sperperato il patrimonio paterno e affrontato due divorzi; Gigi, che ha ricevuto da poco la notizia di essere stato escluso dall’eredità della zia ed è in aperto conflitto con la propria famiglia; Beppe, un idraulico scapolo che vive ancora con la madre, una donna opprimente. Il trio si riunisce per celebrare Toni, il giovane figlio di Umberto, appena rilasciato dal carcere dopo l'ennesima condanna per reati minori.
Dopo una serata di eccessi alcolici nel bar locale per festeggiare TonI, mentre il gruppo sta rientrando a casa in auto, avviene un incidente stradale: la vettura colpisce una persona. Un disastro inaspettato, ma invece di prestare soccorso e chiamare le autorità, i quattro - in preda al panico e all'alcol - decidono di fuggire dalla scena del crimine, rifugiandosi nella vecchia residenza di Umberto. Questa scelta dà inizio a una "reazione a catena" di decisioni sbagliate e paranoie crescenti che trasforma la loro notte in una serie di situazioni ridicole e paradossali che sfuggono a ogni loro controllo. La lunga notte di follia trova la sua risoluzione solo alle prime luci dell'alba quando, dopo una serie di colpi di scena finali, i protagonisti giungono a una soluzione del tutto imprevedibile che cambierà il loro legame per sempre.
Scritto e diretto da Filippo Maria Corticelli, Lavoreremo da grandi è un film che esplora la precarietà giovanile, un tema ricorrente nelle opere del regista. Una sorta di Coming of age la cui struttura narrativa, come rivelato dallo stesso Corticelli, è fortemente influenzata dal realismo magico della letteratura sudamericana, trasposto però nel contesto grigio e industriale della periferia urbana italiana. Il film è stato presentato al Festival di Roma nella sezione "Alice nella Città", dove ha ricevuto una menzione speciale per la sceneggiatura.
Il tema è quello del lavoro e il titolo stesso è una promessa ironica e amara visto che il film esplora la "sindrome dell'eterno tirocinante". Attraverso il personaggio del Professor Moretti, la pellicola mette in luce il distacco tra la generazione dei "padri", che ha costruito il sistema, e quella dei "figli", che ne subisce il collasso. "Volevo raccontare - ha detto Corticelli - quel momento esatto in cui smetti di sognare cosa farai e inizi a chiederti chi sei diventato mentre aspettavi che la vita iniziasse".
Per l’occasione Corticelli, che appare in un breve cameo come passante durante la scena finale in stazione (un omaggio ai registi della Nouvelle Vague), torna a collaborare con la montatrice Simona Paggi, con l'obiettivo di dare al film un ritmo che rifletta l'attesa e la sospensione temporale vissuta dai personaggi. Il regista utilizza una regia molto "osservativa", con lunghi piani sequenza che evitano il montaggio frenetico. La sua estetica si basa sull'uso della luce naturale, curata dal direttore della fotografia che ha scelto di utilizzare lenti vintage per dare un'aura di nostalgia a una storia ambientata nel presente.
La fase di pre-produzione è durata circa due anni. Corticelli voleva inizialmente girare un documentario sui giovani laureati che svolgono lavori non qualificati, ma ha poi deciso di trasformare il materiale raccolto in una sceneggiatura di finzione per avere maggiore libertà espressiva sui temi della "stasi emotiva". Tra l’altro la pre-produzione ha subito rallentamenti dovuti alla ricerca di un cast che potesse bilanciare volti emergenti (come Ludovica Coscione ed Emanuele Palumbo) con pilastri del cinema italiano (Margherita Buy e Francesco Pannofino). La musica è stata composta da un collettivo indie-pop italiano.
Margherita Buy ha lodato la scrittura del regista definendola "un'indagine spietata ma gentile sulle generazioni a confronto", mentre la Coscione per descrivere il suo ruolo ha detto che "Giulia è un personaggio che vive in un costante stato di apnea. Per prepararmi, Filippo mi ha chiesto di non leggere i giornali per un mese, per isolarmi e sentire quella solitudine che il film vuole raccontare". Nel cast è presente anche Giuseppe Maggio che ha descritto il processo creativo sul set come "molto collaborativo, quasi teatrale. Abbiamo passato settimane a fare prove prima di toccare la macchina da presa".
Il film è stato girato prevalentemente a Torino e nelle zone industriali di Rivoli. La scelta delle location è funzionale al tema: gli spazi ampi e semivuoti delle ex fabbriche servono a sottolineare il senso di smarrimento dei protagonisti di fronte a un futuro lavorativo incerto.
Lavoreremo da grandi di Antonio Albanese è un film illuminante nella sua decadente ma bellissima parabola umana, in un riflesso che diventa metafora di una "generazione sconfitta". In mezzo, la ricerca esatta dell'assurdo, bagnata (anzi, inzuppata) nell'acqua dolce - la citazione al suo esordio registico, …