Warrior, la recensione: la serie tratta dagli scritti di Bruce Lee

La recensione di Warrior: la serie su Sky Atlantic dal 15 luglio, tratta dagli scritti di Bruce Lee e ambientata a fine '800 a San Francisco, tra arti marziali e politica corrotta.

RECENSIONE di ALESSIO ALTIERI 15/07/2019
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Warrior: Jason Tobin, Rich Ting in una scena della serie

Siamo in un periodo storico in cui, lo sappiamo, letteralmente ogni settimana escono nuove serie, e capita sempre più spesso che siano nella maggior parte dei casi tutte molto interessanti. L'effetto è duplice: gioia di poter godere di cotanta abbondanza ma al tempo stesso frustrazione per non riuscire a tenere il passo. Questa recensione di Warrior, la nuova serie Cinemax basata sugli scritti di Bruce Lee che in Italia sarà trasmessa su Sky Atlantic dal 15 luglio, parte proprio da questa consapevolezza, e avrà innanzitutto l'intento di spiegare in cosa questo prodotto televisivo si differenzi dai tantissimi altri che ci tentano, quali sono i suoi punti di forza e le sue debolezze e se valga la pena di intraprenderne la visione.

Un'ambientazione che diviene protagonista

Già dalla scena iniziale, Warrior innesta una sensazione che rimarrà viva per tutte e dieci le puntate da circa cinquanta minuti che compongono questa prima stagione: siamo di fronte a delle dinamiche che già conosciamo, ma narrate da un punto di vista, se non inedito, decisamente poco battuto. Vediamo infatti una massa di migranti che approdano negli Stati Uniti, scendono da una sudicia nave e si dirigono verso i primi controlli doganali nella nuova terra. Ma subito ci rendiamo conto che quella non è Ellis Island, non siamo a New York, ma esattamente dall'altra parte del continente: a San Francisco, in California, a ovest.

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Warrior: Joe Taslim, Dianne Doan in una scena della serie

Quello che vediamo è il porto che accoglie chi viene dall'Oriente, dalla Cina, non a caso quella di San Francisco è infatti la comunità asiatica più popolosa fuori dall'Asia: chi cercava l'America, arrivava li. Ed è su questa falsariga che si prosegue. Gli immigrati protagonisti, stavolta, non sono gli italiani, e quindi non c'è la mafia ma i tong, e Little Italy lascia il posto a Chinatown. Proprio il quartiere è un protagonista silente ma assoluto: da una parte è stato fatto un grande lavoro di ricostruzione, dall'altra è stato scelto di riprenderlo principalmente di notte, tra i vicoli minuscoli e fagocitanti.

Una trama complessa e ricca di spunti

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Warrior: una scena con Olivia Cheng

La trama di Warrior si apre con l'arrivo di Ah Saham, un prodigioso combattente cinese di arti marziali, negli Stati Uniti di fine Ottocento per cercare la sorella Xiaojing, che due anni prima aveva compiuto il viaggio verso San Francisco, e da allora non ha fatto più sapere nulla di sé. Dopo il suo immediato sfoggio di forza, Ah Saham viene assoldato dal tong Hop Wei, in un contesto particolarmente caldo a Chinatown: la pace tra tong che vige da anni è infatti sul punto di crollare. Accanto a questa linea narrativa principale ce ne sono molte altre (almeno cinque molto importanti) che si intrecceranno tra di loro, andando così a comporre un quadro piuttosto complesso ma mai confusionario.

Gli scritti di Bruce Lee e le spettacolari scene di combattimento

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Warrior: Hoon Lee, Andrew Koji in una scena della serie

Come spesso succede ai prodotti ambientati nel passato, anche in Warrior nella Storia che fu è possibile rintracciare i segni della Storia che è, con gli Stati Uniti che sembrano enormemente cambiati nella forma, ma non troppo nell'essenza: ostracismo all'immigrazione, polizia violenta, governanti demagoghi e approfittatori, Trump sarebbe arrivato solo molto tempo dopo, ma il parallelo è chiaro. L'idea originale per questa serie, come detto, è nata dalla mente di Bruce Lee, e, seppur ampiamente rivisitata e riscritta, una caratteristica riconducibile direttamente al maestro di Hong Kong è rimasta: in ogni puntata Warrior dedica moltissimo tempo alle spettacolari scene di combattimento.
Proprio questi passaggi di lotta sono un punto di forza per gli amanti del genere, perché le evoluzioni compiute dai lottatori sono riprese, specialmente nella prima parte della stagione, in modo mai uguale e sempre piuttosto virtuoso, con le "coreografie" degli scontri che presentano sempre soluzioni differenti. Con il progredire della serie, questa continua sorpresa va un po' scemando, ma comunque non si ha mai la percezione di assistere due volte allo stesso combattimento.

Bruce Lee: il mito e l'eredità, 40 anni dopo

A tratti Warrior ricorda The Knick, la serie con Clive Owen ambientata a New York nel 1900. Oltre che da un punto di vista puramente visivo, anche qui ci sono giochi di potere da parte di una politica sprezzante verso qualsiasi soluzione che non porti al profitto e anche qui sono presenti amori fuori dalle ristrette convenzioni sociali del tempo. The Knick, sempre troppo sottovalutata quando c'è da fare una panoramica sulle migliori serie degli ultimi anni, è stata cancellata dopo la seconda stagione per diversi motivi, ma fondamentalmente (e banalmente) per la graduale perdita di pubblico. Il punto è che, proprio a fronte di un'offerta così incredibilmente vasta, e dovendo far i conti con alcune produzioni già di per sé superiori (la recente uscita di Stranger Things 3 ne è l'esempio massimo) una serie come Warrior dovrebbe riuscire a dare molto in un periodo di tempo piuttosto circoscritto: nel contesto attuale, è difficile fidelizzare per cinque o sei stagioni una grande fetta di pubblico con una serie del genere.

Finale aperto per la seconda stagione?

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Warrior: una scena con Dean Jagger

E questa è proprio la più grande pecca di Warrior, che nelle prime cinque puntate crea tensione e intrighi e costruisce un'impalcatura perfetta per la risoluzione attesa nel finale, che però non arriva mai compiutamente. Tutto un insieme di elementi che erano stati cotti al punto giusto, invece di essere intavolati, vengono fatti rimanere sul fuoco in vista della seconda stagione, che è stata già annunciata. Chi ha tempo non aspetti tempo, e chi ha delle cose da dire non allunghi il brodo per dirle: Warrior sarebbe potuta essere un piccolo gioiello se si fosse conclusa entro le dieci puntate, ma così non è.

Conclusioni

Questa recensione di Warrior parte da due elementi fondamentali: l’effettivo valore del prodotto e la sua possibilità di imporsi. Warrior è una serie ben girata, ben scritta e ben interpretata, con un’ambientazione molto affascinante e inesplorata, la Chinatown di San Francisco di fine ‘800. Le dinamiche interne alle organizzazioni criminali cinesi, tra rispetto delle tradizioni e un nuovo mondo a cui si stanno affacciando, rappresentano un’inedita via per riprendere un topos della narrazione cinematografica: la guerra tra gang rivali e la sospensione della legge all’interno di alcuni territori, con polizia e politica pienamente immischiate nell’attività criminale.
Nella sua prima parte tutti gli elementi messi in campo creano suspense e convincono, ma è proprio quando ci si aspetta la loro risoluzione che arriva l’unica delusione per lo spettatore di Warrior: a fronte di alcune micro-conclusioni, con il rinnovo per una seconda stagione già annunciato, troppe vicende sono state lasciate aperte. Una singola stagione sarebbe stata la soluzione perfetta.

Movieplayer.it

3.0/5

Perché ci piace

  • L'ambientazione inedita: la Chinatown di San Francisco di fine '800 è rappresentata in modo affascinante, e alle solite battaglie tra gang si sostituiscono quelle tra tong.
  • Le scene di combattimento sono riprese con soluzioni sempre nuove.
  • Le molte linee narrative che si intersecano senza creare confusione.

Cosa non va

  • La scelta di aver lasciato troppe situazioni aperte in vista delle prossime stagioni e non aver concretizzato subito l'ottimo lavoro svolto nei primi episodi.