Una stanza tutta per sé, la recensione: un film limpido ma poco coinvolgente

La recensione di Una stanza tutta per sé: l'israeliano Matan Yair porta in scena un'esperienza personale in un coming-of-age asciutto ma poco efficiente nell'originalità. Protagonista del film, il bravo Gilad Lederman.

Una stanza tutta per sé, la recensione: un film limpido ma poco coinvolgente

Un cinema come pensiero diretto del proprio autore, che ha lucidità di affrontare un discorso universale partendo dal proprio privato. E anche un cinema pulito, che asciuga i concetti e racconta solo ciò che merita di essere raccontato, e visto. Il dono della sintesi, potremmo dire. Una sintesi che mette in scena ansie, paure, inquietudini di una generazione sospesa, a cui la società - ogni giorni - chiede sforzi enormi, rigirando su di essa le proprie incapacità e le proprie inadeguatezze politiche. Niente fronzoli né giri di parole, Matan Yair, regista israeliano, per il suo Una stanza tutta per sé, che nel titolo gioca richiamando il saggio di Virginia Woolf (il titolo originale è A Room of His Own). Tuttavia, la stanza in questione, pur protagonista nella sua struttura, è un cosmo a parte, un rifugio ma anche una prigione.

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Una stanza tutta per sé: Gilad Lederman in una foto

Per questo, il film, davvero di poche parole, di poche scene, e di pochi personaggi, è molto più simile all'elaborazione postuma del regista in relazione al suo passato, e al passato del popolo ebraico. "Ci hanno massacrato e noi ci abbiamo fatto pace. Se abbiamo fatto pace con loro, possiamo far pace con tutti", il protagonista in una digressione all'inizio del film, prendendo di petto l'obbligo di andare in Polonia per far momentaneamente parte dell'esercito, come legge vuole in Israele. Ecco, prestando attenzione, Una stanza tutta per sé è colmo di sibillini accenni alla società israelita, ma ciò che poi resta preponderante, e centrale nella vicenda, è la traccia da coming-of-age seguita da Matan Yair, rintracciando i riverberi di un preciso momento della sua vita, ammettendo di averlo sentito vicino a sé "per anni".

Una stanza tutta per sé: il posto nel mondo di Uri

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Una stanza tutta per sé: Gilad Lederman in una scena del film

Dal punto di vista cinematografico, la figura del regista viene tramutata nel diciassette Uri (Gilad Lederman, che bravo). Va a scuola, ma si sta preparando alla leva obbligatoria (in Israele dura trentasei mesi...). Uri mostra una certa reticenza all'idea, allora durante il primo colloquio con l'esercito tira fuori la verità delle cose allo scrutinante: non si sente affatto adatto alla vita militare, pur transitoria. Non solo, ammette che nell'ultimo periodo sta condividendo la stanza da letto con sua madre. Il motivo? Suo padre se n'è andato di casa, e allora la donna non ha più voluto dormire nella stanza matrimoniale. Non ci sarebbe nulla di male, se non fosse che la società richiede ai maschi all'ultimo anno di liceo una certa maturità, una certa emancipazione e una rigidità emotiva con cui dovrà relazionarsi nell'imminente età adulta.

Sguardo asciutto ma poca originalità

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Una stanza tutta per sé: Gilad Lederman in una sequenza

Il pretesto narrativo, nella sceneggiatura firmata sempre da Matan Yair, è sì quello della chiamata militare, ma Una stanza tutta per sé diventa racconto quando frulla la stantia situazione del protagonista in uno script che segue il più classico dei romanzi di formazione. C'è una famiglia a pezzi, che sconta l'assenza di una figura paterna, riversando l'amore nei confronti di sua madre. C'è la paura per un futuro che incombe, c'è il retaggio stabile dell'Olocausto nella cultura ebraica, e solo alla fine c'è il reclutamento. Una serie di circostanze messe in fila dal regista, preferendo primi piani e dialoghi, senza fermarsi in uno stile compiaciuto o troppo estetizzante (tra l'altro il film dura appena un'ora e venti).

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Una stanza tutta per sé: Gilad Lederman, Yarden Bar-Kochba in una foto

Ciò che resta, è il profilo di un ragazzo, e il suo percorso per uscire dalla "stanza" trasformato in un cinema essenziale. Il percorso, però, ci dice il film, dovrebbe essere intimo e riservato, senza che sia il mondo esterno a dettare i tempi. Dall'altra parte, Una stanza tutta per sé, presentato al Jerusalem International Film Festival 2023 dove ha vinto il premio come Israeli Feature Films, si incastra nei cliché del genere, senza evitarli (anzi, quasi li sfrutta: esempio, il professore di educazione fisica, visto e rivisto), facendo perdere allo script il bagliore dell'originalità, e quindi scoperchiando una dimensione poco coinvolgente. Tuttavia, una scena vale da sola l'intera visione: parliamo della sequenza finale, poetica nello sguardo, efficiente nella sua dolce potenza. Proprio come l'amore perpetuo di un figlio per sua madre.

Conclusioni

Concludendo la recensione di Una stanza tutta per sé, rimarchiamo quanto il regista israeliano, Matan Yair, portando in scena un'esperienza personale, abbia dato vita ad un coming-of-age asciutto, lineare e pulito, ma forse poco efficiente nell'originalità e quindi nel coinvolgimento. Nota speciale per il bravo attore protagonista, Gilad Lederman.

Movieplayer.it
2.5/5
Voto medio
5.0/5

Perché ci piace

  • Gilad Lederman è molto bravo.
  • Asciutto e senza fronzoli.

Cosa non va

  • Un coming of age poco originale, e dunque poco coinvolgente.
  • Alcuni cliché, fin troppo marcati.