Tin & Tina, la recensione: una favola horror dalle radici germaniche

La recensione di Tin & Tina: riprendendo in parte la tradizione folkloristica tedesca, il film di Rubin Stein tende al soprannaturale, con parecchi spunti che si traducono in un tradizionalismo limitante.

Tin & Tina, la recensione: una favola horror dalle radici germaniche

Tin & Tina è il recente film diretto e scritto da Rubin Stein (Bailaora, Nero) che trae ispirazione dal suo omonimo cortometraggio del 2013. Nel passaggio verso un altro medium, la terrificante storia di due gemelli fanatici cattolici si colora di rosso sangue, trasformando l'elegante bianco e nero dell'opera originale in un trionfo di pura luce e dove l'ossessione religiosa viene approfondita in modo più puntuale.

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Tin & Tina: una foto del film

Il film, disponibile dal 26 maggio 2023 su Netflix, è un horror vecchia scuola che propone un concept intrigante ma che non riesce mai a compiere il salto qualitativo giusto, rimanendo ancorato ad una trama fin troppo scontata con una continua oscillazione tra realtà e irrealtà che confonde eccessivamente gli spettatori (soprattutto nel finale). Nella nostra recensione di Tin & Tina, approfondiamo l'affascinante background di partenza del lungometraggio, andando poi a spiegare come mai tale approccio si riveli solo in parte riuscito, perdendosi qualche elemento lungo la strada della redenzione.

Dai fratelli Grimm a Midsommar

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Tin & Tina: un'immagine del film

Con una scritta in pieno stile Von Trier su schermo, il lungometraggio apre le porte di una chiesa in festa: ci troviamo in Spagna, negli anni Ottanta, e il matrimonio di Adolfo (Jaime Lorente) e Lola (Milena Smit) riempie l'aria di felicità e speranza, finché la trascinante magia nuziale viene interrotta da un terribile evento. Lola, infatti, subisce un aborto spontaneo non avendo tra l'altro più la possibilità di avere figli. Dopo sei mesi dalla tragedia, la giovane, ancora distrutta psicologicamente, va con il marito in un convento dove decide di adottare due gemelli, Tin (Carlos González Morollón) e Tina (Anastasia Russo), che hanno una strana ossessione per il cattolicesimo. Osservando più da vicino i macabri giochi dei bambini, sempre a tema religioso, viene subito da pensare a molte delle fiabe raccolte e rielaborate dai fratelli Jacob e Wilhelm Grimm, noti filologi e linguisti tedeschi che nell'Ottocento diedero una nuova luce a tanti racconti folkloristici della tradizione germanica.

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Tin & Tina: una scena del film

Nelle favole restaurate dai Grimm, spesso i bambini sono protagonisti di malefatte violente e brutali, "giustificate" dalla scarsa conoscenza dei piccoli per l'etica e la moralità. Un monito popolare per tutti i giovani lettori di questi racconti che potevano apprendere con efficacia la differenza tra bene e male ed il concetto di giustizia. In Tin & Tina è chiaro il richiamo a questo tipo di letteratura, con un ammiccamento evidente allo studio mitologico e folkloristico del background, ispirandosi a horror come Midsommar - Il villaggio dei dannatie The Lighthouse dove l'impianto antropologico-simbolico è parte dell'esperienza visiva. Rubin Stein si appropria quindi di un linguaggio non originale, ma prova in tutti i modi a modellarlo secondo il suo gusto registico e narrativo, usando queste imponenti basi contenutistiche per sviluppare tematiche molto importanti come il fanatismo religioso, la fragilità di una vita di coppia e il dolore della perdita di un figlio. Nell'affrontare queste importanti riflessioni, il film-maker non riesce sempre a fornire gli spunti adeguati, sfociando, in alcuni passaggi narrativi, in un trash involontario che fa strappare qualche risata. Ma si tratta comunque di piccole onde in un oceano contenutistico ricco e variegato, che sorprende a più riprese.

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Un ritorno alla tradizione che maschera una confusione di fondo

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Tin & Tina: una sequenza del film

Se quindi, a livello concettuale, Tin & Tina ha veramente molto da dire, tale abbondanza tematica non è ugualmente accompagnata da una regia e una trama adeguate. La storia, infatti, salvo alcuni guizzi sparsi qua e là, è lineare e telefonata a tal punto che molte implicazioni narrative si prevedono con abbondante anticipo. Non vi è inoltre uniformità nel racconto, con diverse parti della pellicola che sembrano in qualche modo fortemente slegate fra loro, specialmente nella parte conclusiva del lungometraggio. La macchina da presa, invece, non riesce ad afferrare le tante occasioni estetiche fornite dalla particolare fotografia di Alejandro Espadero (Jaulas, El Plan) che illumina le sequenze con una forte saturazione così aggressiva da rendere i colori chiari stranianti e irreali. In questo viaggio di candore e purezza, la regia poteva osare decisamente di più, mentre al contrario preferisce lasciarsi trascinare dalle suggestioni visive, limitandosi ad un citazionismo non sempre centrato al massimo.

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Tin & Tina: un frame del film

Il tutto si può riassumere con un problema di fondo che porta, poi, di conseguenza, agli ostacoli sopracitati: Tin & Tina non riesce in modo esauriente a sviluppare il concept folkloristico, ricadendo in un tradizionalismo che maschera una confusione d'intenti piuttosto evidente. Proprio in mancanza di un'evoluzione del tema favolistico trattato (e al conseguente ritorno su binari già tracciati del genere horror), la natura della pellicola risulta ambigua in più di un passaggio, non scegliendo una posizione netta tra realtà e irrealtà dei fatti narrati. Chiaramente questa oscillazione può anche essere vista positivamente, come un gioco illusorio tra l'autore e gli spettatori, ma poiché sembra derivare per l'appunto da una standardizzazione della materia narrativa e del background, si fa caso più al caos che genera che ai possibili dubbi logici che instilla.

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Locandina di Tin & Tina

La confusione maggiore viene raggiunta nel finale del film, dove il pubblico è messo davanti ad una scelta: se si riflette bene, la strada giusta è costellata di indizi palesi, di conseguenza questo dubbio sembra essere frutto di un'incertezza progettuale che va a creare, in parallelo, ancora più domande. In mezzo a questo disordine, gli interpreti del cast, però, ne escono vincitori: Milena Smit e Jaime Lorente, con estrema chiarezza, danno forma ad una coppia instabile che rivela a mano a mano le proprie fragilità, mentre i piccoli Carlos González Morollón e Anastasia Russo sono dei folgoranti talenti da tenere d'occhio.

Conclusioni

La nostra recensione di Tin & Tina dimostra, a conti fatti, che l’originalità di un concept non basta per la riuscita di un lungometraggio, schiavo fin troppo del canone e non audace abbastanza da poter gestire con intelligenza la materia narrativa trattata. L’horror di Rubin Stein è quindi un’opera molto coinvolgente sul piano tematico e contenutistico, ma la regia e il copione non vanno di pari passo con il background di riferimento che prende a piene mani dalla tradizione folkloristica germanica. Mentre è importante elogiare le ottime interpretazioni del cast, il risultato del film è appena sufficiente, ma solo grazie al turbino trascinante dei viaggi favolistici dei fratelli Grimm.

Movieplayer.it
3.0/5

Perché ci piace

  • Il cast al completo.
  • La fotografia: pura e irreale.
  • La matrice folkloristica che richiama le fiabe dei Grimm...

Cosa non va

  • ... che però non si sviluppa adeguatamente.
  • Un tradizionalismo che maschera una confusione di fondo.
  • Una regia che poteva osare di più.