The Last Showgirl e gli altri: come Hollywood ha riflettuto sul corpo delle attrici

Nel corso del 2024 sono usciti diversi film che hanno tentato di ragionare sulla maniera con cui ci approcciamo e pensiamo il corpo delle attrici.

Pamela Anderson in una scena di The Last Showgirl

Nel suo leggendario libro Hollywood Babylonia, il regista, sceneggiatore e scrittore Kenneth Anger si chiedeva a quale velocità bruciasse una starlet. In quello spietato quanto acre j'accuse al mondo del cinema statunitense dei ruggenti anni Venti, che avrebbero ceduto poi il passo ai rovinosi Trenta, Anger traeva una media di circa vent'anni. Un'età rapida a viversi e soprattutto a consumarsi nello splendore del sogno in celluloide, un tunnel di perdizione e dolore per molte e molti, raccontato con slancio scomposto ma di gran fascino nel Babylon di Damien Chazelle.

Pamela Anderson The Last Showgirl Immagine
Pamela Anderson in una scena di The Last Showgirl

Oggi, cent'anni dopo, in che condizioni resta una stella che sopravvive? Una domanda che l'industria del cinema hollywoodiano nel corso del 2024 sembra essersi posta in più di un'occasione, avendo visto convergere sugli schermi diverse opere che, direttamente o indirettamente, hanno discusso lo statuto del corpo attoriale e divistico femminile, in relazione anche a chi lo osserva e "consuma" mediaticamente.

The Last Showgirl e la liberazione di Pamela Anderson

Non abbiamo di certo scoperto negli ultimi 12 mesi di film l'ossessione del cinema, e di rimando della nostra società, per il corpo femminile. Al quale, nell'era della performance, è chiesto di essere prestante, attraente, agile, non troppo grasso non troppo magro. Ma pure accogliente, piacevole e sarebbe il caso non provocatorio, naturale se possibile e a un certo punto pronto al materno. Insomma, il corpo della donna è da sempre al centro dello sguardo (esiste un'ampia letteratura teorica che analizza sotto questo profilo in particolare il cinema classico hollywoodiano), deve rispondere a dei canoni ed alle aspettative altrui, spesso maschili.

Pamela Anderson The Last Showgirl Scena
Pamela Anderson nelle vesti di Shelly

Negli ultimi tempi si sono appunto avvicendate diverse pellicole che hanno messo a fuoco questa angosciosa pulsione, partendo dalla categoria più sovraesposta a questo indirizzo di giudizio: le attrici. Ponendole, attraverso lo studio sopra i loro personaggi e la riflessione sul tempo che passa, in una condizione di dialogo tra il dentro e il fuori lo schermo, tra le pagine del copione e quelle dei tabloid.

Il ritorno di Gia Coppola

L'ultimo film a farlo, in ordine di uscita, è stato The Last Showgirl di Gia Coppola (nipote di Francis Ford, di recente nelle sale con Megalopolis). Un'opera che ha preso Pamela Anderson e l'ha messa per la prima volta, all'età di 57 anni, al centro di una notevole performance drammatica. Un racconto di grande semplicità, eppure struggente, sullo spegnersi delle luci della ribalta, in cui Anderson indossa le vesti colorate e sfavillanti di Shelly, una showgirl che ha lavorato in uno spettacolo di Las Vegas per trent'anni e che adesso sta per chiudere, lasciandola nell'incertezza.

The Last Showgirl, la recensione: Pamela Anderson torna sul palco e si prende la scena The Last Showgirl, la recensione: Pamela Anderson torna sul palco e si prende la scena

Un ruolo con cui l'attrice riflette e risponde allo sciuparsi della bellezza, allo stereotipo della donna-immagine, ai compromessi della professione (anche riguardo la maternità) e di rimando alla sua intera carriera, in cui si è ritrovata relegata nello stereotipo della bomba sexy. Baywatch, che l'ha resa famosa per il suo aspetto, le apparizioni su Playboy, quindi una carriera proprio da showgirl tra spettacoli e programmi TV. Per vedersi, in tempi più recenti, anche ritratta in una serie come Pam & Tommy, incentrata a scandagliare il turbolento rapporto dell'attrice con il rocker Tommy Lee.

"Sono così grata di essere qui, perché non credo che le persone si aspettino da me l'essere una cinefila" afferma Anderson mentre arraffa DVD di Fellini e Godard durante il suo Closet Pick, la rubrica di The Criterion Collection in cui gli ospiti possono scegliere i loro film preferiti e portarseli a casa. D'altronde chi si aspetterebbe altro da una persona a lungo celebre solo per le sue forme e il suo sex tape rubato?

The Substance e la rivincita, a metà, di Demi Moore

The Last Showgirl Jamie Lee Curtis
Jamie Lee Curtis nel film di Gia Coppola

Ai fini di questo discorso non è certo casuale che in The Last Showgirl compaia anche Jamie Lee Curtis, altra attrice considerata da "popcorn" che con un popcorn movie in patina d'autore, Everything Everywhere All at Once dei Daniels, s'è aggiudicata nel 2022 un premio Oscar come Miglior attrice non protagonista. Un riconoscimento prestigioso da parte dell'industria di Hollywood, che per certi versi è apparso come una sorta di tardo attestato ad una carriera considerata a lungo di seconda categoria, nonostante alcuni ruoli leggendari.

Riconoscimento che sembrava potesse percorrere la stessa strada anche, e forse persino più in linea retta, nel caso di Demi Moore, protagonista dell'acclamato The Substance di Coralie Fargeat. D'altronde Moore, in occasione del discorso della vittoria ai Golden Globes 2025, parlava proprio di cosa significasse essere una popcorn actress: "Trent'anni fa, un produttore mi disse che ero un'attrice da popcorn. A quel tempo, ho pensato che ciò significasse che questo non era qualcosa che mi era permesso avere. Che potevo fare film di successo e che facevano un sacco di soldi, ma che non potevo essere riconosciuta."

The Substance Demi Moore
Demi Moore in una scena di The Substance

Ma l'Academy ha scelto differentemente, con la statuetta alla miglior protagonista finita tra le mani di Mikey Madison per Anora di Sean Baker. L'amara ironia di una sconfitta ad opera proprio di una collega molto più giovane, molto più prestante, subito più coccolata dai riflettori. Una dinamica che è sembrata ricalcare con esattezza il racconto di The Substance stesso, dove Moore interpreta Elisabeth, ex star prima amata e premiata, poi con l'avanzare dell'età degradata a oggetto non di rilievo nella teca di porcellane di una società che sull'idea di corpo delle donne ha impiantato a lungo il seme mentale di una obsolescenza programmata.

E che adesso, dopo l'assunzione di un farmaco che promette miracoli, vede Elisabeth confrontarsi con una versione di sé stessa più giovane e desiderabile. Un ruolo al quale Moore, che negli anni Novanta conobbe la sua massima fama per i thriller erotici che le valsero il soprannome di Demi goddess (un gioco di parole per semi-dea), si affida senza filtri e senza veli per assaltare l'ipocrisia del mondo dello showbiz e i dogmi delle aspettative, della performance e del sessismo sistemico.

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Babygirl e l'esorcismo attoriale di Nicole Kidman

A proposito di sostanze e operazioni, che non sempre però portano ai risultati sperati, non è complesso leggervi tra le righe metafore del botox e dei lifting. E se c'è un'attrice hollywoodiana che per anni è stata al centro di cicliche disamine su a quanti e a quali interventi si fosse sottoposta, quell'attrice è Nicole Kidman. Che non ha mai smesso di lavorare e che ha lavorato anche molto, ma che nel corso degli anni Duemila ha suscitato la morbosa curiosità degli "osservatori" su in che modo i suoi connotati stessero cambiando nel corso del tempo a seguito di più o meno speculate visite dal chirurgo. Che non si rassegni al passaggio del tempo?, si chiedevano in molti.

Nicole Kidman Babygirl
Nicole Kidman in una scena di Babygirl

Allora ecco che Babygirl di Halina Reijn è un altro film che trova nel doppio tra attrice e personaggia il connubio per raccontare qualcosa della prima tramite le pulsioni e le ossessioni della seconda. Kidman è Romy, una donna sposata e CEO di un'azienda dedita all'automazione che intesse una relazione con un sottoposto più giovane, Samuel (Harris Dickinson), in una tela di tensioni tra il ricatto e l'erotico destinata ad attorcigliarsi sempre di più. Ma l'intreccio è ben più denso di manifesta ironia e di propensione al gioco di quanti molti si aspettassero da un'opera simile.

E nel dipanarsi in questa maniera, come un atto di rovesciamento di dinamiche di potere a partire dall'inversione del gap d'età nella coppia, Babygirl è pure un film d'esorcismo per il corpo attoriale di Kidman. Che in Romy trova a tutti gli effetti una sorta quasi di alter ego, che si fa iniettare punture di botulino, si commenta insicura riguardo il proprio fisico e si lascia assaltare in proposito persino da Samuel - "Hai l'aspetto di una madre", le dice. Interessante è dunque che un'attrice dai trascorsi tali arrivi a mettersi in gioco così, per di più passando per una vibrazione, quella erotica, che Kidman conosce bene dai tempi di Eyes Wide Shut e con cui si riappropria definitivamente della propria immagine.

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Maria e la voce di Angelina Jolie

Parlando ancora di immagini e di specchi, c'è un quarto film che si inserisce in questo filone riflessivo. Che è anche l'unico diretto da un uomo, ovvero Maria di Pablo Larraín, che tuttavia nel fare ritratti al femminile è un esperto dal tatto fuori dal comune. È la storia delle ultime settimane della soprano Maria Callas, che ha 53 anni, ha perduto la voce e decine e decine di chili a seguito di drastiche diete seguite in maniera ferrea al fine di raggiungere un ideale di bellezza femminile snello e slanciato.

Angelina Jolie Maria Callas Larrain
Angelina Jolie è Maria Callas

Un ruolo per il quale viene ingaggiata Angelina Jolie, con cui innanzitutto riconferma la statura da diva, che le mancava in sostanza 2008, anno in cui uscì Changeling di Clint Eastwood. E che non può far che risuonare l'esperienza dell'esposizione pubblica di Callas su quella dell'attrice, anch'ella perseguitata lungo tutta la sua carriera dal gossip sulla sua eccessiva magrezza e sul suo stato di salute, del quale Jolie non ha mai parlato pubblicamente se non in relazione all'intervento di mastectomia al quale si sottopose nel 2013.

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Ma le dicerie l'hanno seguita sempre, da quelle legate ai disturbi alimentari di cui avrebbe sofferto in adolescenza, a quelle che volevano il padre Jon Voight e l'ex marito Brad Pitt impegnati nel 2016 nella riabilitazione di Jolie, per arrivare alle speculazioni sul suo pesare addirittura 35 kg durante la campagna promozionale di Maleficent - Signora del male, nel 2019. Una performance sontuosa con cui l'attrice si fonde alla sua interpretazione, riportando a sé quello che a lungo è stato dominio delle bocche altrui, magari non serrandole, ma di certo facendole balbettare.