The Last Black Man in San Francisco, la recensione: l'amore per una casa e per una città che scaldano il cuore

La recensione di The Last Black Man in San Francisco, colpo di fulmine tra i film in concorso di Locarno 2019.

RECENSIONE di 14/08/2019
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The Last Black Man in San Francisco: la casa del film

Arriva in concorso a Locarno 2019 la sorpresa del Sundance, come sottolineato nella nostra recensione di The Last Black Man in San Francisco, dirompente esordio nato dall'amicizia tra il bianco Joe Talbot e il nero Jimmie Fails. La storia è autobiografica, ma Joe Talbot, unico bianco del team, ha scelto di porre nel film un suo alter ego black, Monty, interpretato da Jonathan Majors, in quella che è una surreale buddy comedy, ma anche una storia struggente di amicizia e amore nei confronti di una casa, di un mondo e di una città.

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The Last Black Man in San Francisco: Jonathan Majors e Jimmie Fails in una scena

La gentrificazione del centro di San Francisco ha causato lo spostamento progressivo della popolazione afroamericana nella periferia inquinata e inospitale di San Francisco, città tra le più accoglienti e progressiste degli USA. Per colpa dei cambiamenti socio-economici, e di scelte sbagliate, la famiglia di Jimmie Fails ha dovuto vendere la grande casa vittoriana costruita dal nonno nel Fillmore District, area un tempo nota come la Harlem dell'Ovest, e l'uomo è finito a vivere sul pavimento dell'amico Monty, fanatico del teatro e della recitazione, e dell'anziano nonno cieco (Danny Glover). Ex tossico, badante in una casa di cura, ogni giorno Jimmie trascina l'amico Monty fino in centro, tra mezzi pubblici inesistenti e lunghi viaggi in skateboard, per recarsi alla casa, sua unica ragione di vita, aggiustandola e curando il giardino contro il volere dei nuovi proprietari. Un giorno Jimmie e Monty scoprono che, per una questione di eredità, la casa è rimasta vuota. Decidono così di occuparla, pronti a tutto pur di difendere ciò che gli spetta di diritto.

San Francisco: non puoi odiarla, a ameno che non la ami

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The Last Black Man in San Francisco: Jonathan Majors e Jimmie Fails in una scena

Con uno stile visivo abbacinante, Joe Talbot racconta l'evoluzione, o meglio, l'involuzione di San Francisco costruendo una fiaba nostalgica venata di humor e malinconia. L'uso di campi lunghi e lunghissimi, le affascinanti panoramiche, le carrellate in movimento, i ralenty, la fotografia che valorizza i colori accesi in una tavolozza che rievoca la San Francisco dei tempi andati, tutti gli strumenti tecnici che Joe Talbot sembra maneggiare con sicurezza servono ad avvincere lo spettatore in un film che rievoca una versione meditativa di Spike Lee in cui, alla vis polemica e alla ferocia, si è sostituita la rassegnazione. Ma è all'interno della casa che l'eleganza stilistica di Talbot raggiunge il picco, tra grandangoli e tagli atipici a esplorare il luogo del cuore di Jimmie in un tripudio di interni in legno, poltrone di velluto e stanze in penombra in cui risuonano gli echi di una famiglia ormai frantumata.

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The Last Black Man in San Francisco: Jonathan Majors, Danny Glover e Jimmie Fails in una scena

Jimmie e Monty sono una coppia decisamente atipica, due uomini adulti che vivono l'amicizia in modo totalitario, secondo un modello opposto alla virilità violenta delle gang afroamericane che li ghettizzano, ironizzando sulle loro eccentricità. L'ossessione di Monty per la drammaturgia lo porta a girare sempre con un taccuino rosso infilato nella cintura dei pantaloni, sotto l'impermeabile beige, trasformandolo in una sorta di novello Shakespeare di periferia alla ricerca perenne dell'ispirazione. L'ascendente che Jimmy ha su di lui lo trascina in improbabili imprese contro la legge e contro il buonsenso. Dal canto suo, Jimmy è troppo riflessivo e pacato per non distinguersi dai pittoreschi gangster del vicinato, anche loro decisamente fuori dal comune. Lo sguardo garbato di Joe Talbot racconta un mondo visto e rivisto sul grande schermo in modo completamente nuovo, reinventando e stravolgendo il canone attraverso il filtro dell'ironia e del distacco.

Elegia malinconica per la Golden City

"Non puoi odiarla, a ameno che non la ami" sentiamo dire a Jimmy Fails, riferendosi a San Francisco. La città multietnica per eccellenza, la capitale degli omosessuali, degli hippie e della controcultura adesso respinge ai margini chi non è bianco, benestante e wasp, come denuncia un'ironica sequenza di The Last Black Man in San Francisco in cui Jimmie Fails è alla fermata dell'autobus e vicino a lui si siede un uomo completamente nudo che contempla gli atteggiamenti sguaiati dei turisti rimpiangendo il passato. Questa dimensione surreale accompagna anche la denuncia - con toni tra l'ironico e il post-apocalittico - con cui Jimmie e Monty commentano l'inquinamento della Bay Area le cui acque ormai avvelenate causano malattie e decessi nella popolazione black e povera relegata in periferia.

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The Last Black Man in San Francisco: Jonathan Majors e Jimmie Fails per le strade di San Francisco

Storia d'amore atipica, tra un uomo e una casa, The Last Black Man in San Francisco cattura lo spettatore con una trama decisamente sottile, dominata da un climax rappresentato da una pièce teatrale abborracciata nella soffitta della casa di Jimmy a cui partecipano vicini, amici e parenti. Il legame con le proprie radici, le proprie origini e la propria città viene celebrato in un'elegia malinconica ed esistenzialista da un regista radicato a San Francisco da cinque generazioni e da un attore come Jimmy Fails, a San Francisco da tre generazioni. L'amore per la propria terra si riflette nell'amore per l'arte e per il suo potere didattico, se non salvifico, come dimostra lo spettacolo teatrale di Monty che fa aprire gli occhi ai vari personaggi, il tutto supportato dall'incredibile fotografia di Adam Newport-Berra e dalla vibrante colonna sonora di Emile Mosseri. Il finale, intelligentemente, è aperto. La storia di Jimmy Fails non finisce, anzi, con la maturazione il destino potrebbe offrigli nuove opportunità. Quel che è certo è che, dopo quanto vissuto, niente per lui sarà più come prima.

Conclusioni

Storia d'amore, elegia del tramonto di una città, denuncia socio economica, la recensione di The Last Black Man in San Francisco mette in luce le molteplici anime di un'opera prima sospesa tra passato e presente che stupisce per la qualità estetica e l'eleganza visiva, ma anche per il sottile humor che la pervade . Quella di Jimmie Fails è una storia come tante, ma la passione e la nostalgia che trapelano dal film catturano e commuovono lo spettatore in quella che è un'immensa dichiarazione d'amore nei confronti di una città, di un mondo, ma soprattutto nei confronti dell'arte.

Movieplayer.it

4.0/5

Voto medio

2.5/5

Perché ci piace

  • E' un film di strabiliante eleganza visiva in cui immagini, suono, colori, musiche e fotografia contribuiscono a narrare un mondo che va scomparendo.
  • E' una dichiarazione d'amore nei confronti di San Francisco e del suo mood unico.
  • Un plauso la cast, capitanato da Jimmie Fails, che sa essere vero e toccante.
  • Il finale aperto tocca e commuove...

Cosa non va

  • ...spingendoci però a porci delle domande sul futuro del protagonista, ma anche su noi stessi.
  • A tratti la narrazione rallenta lasciando che sia pochi tratti evocativi a portare avanti la storia, troppo poco per alcuni.