Stranger Things 3: la nostalgia non abita più ad Hawkins

Stranger Things 3 ci ha messo davanti al bisogno di guardare avanti, di andare oltre, lottando contro la stessa nostalgia che ci aveva fatto amare.

APPROFONDIMENTO di 12/07/2019
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Stranger Things: Millie Bobby Brown, Finn Wolfhard, Noah Schnapp in una scena della terza stagione

Sangue, mostri assemblati con resti umani, distruzione. Hawkins è di nuovo in pericolo. Poi, all'improvviso, ecco l'antidoto. Un ragazzino dal sorriso contagioso e la sua fidanzatina (non immaginaria) mettono da parte la paura e abbracciano un fugace attimo di spensieratezza. In Stranger Things 3 Dustin e Suzie cantano all'unisono di storie senza fine e fantasie volanti. Di colpo le note di Neverending Story cullano l'illusione che le cose non possano finire. Hawkins non può finire, perché a proteggerla ci sono dei ragazzini che i mostri li hanno sempre combattuti, immaginati, fatti entrare nella propria vita dalla porta dell'immaginazione. E invece, nonostante questo lampo di luce, questa scena cult di Stranger Things 3 è il preambolo di un lungo addio.

Dopo la colonna sonora de La storia infinita cantata a squarciagola, verrà il turno delle lacrime, dei saluti, della morte. Insomma di andare avanti, di crescere. Ecco che il duetto tra Dustin e Suzie diventa l'ultima ancora avvinghiata a quella nostalgia di cui Stranger Things si è sempre fatta fiera promotrice. Dal primo secondo della prima stagione, che si apriva con Mike e gli altri impegnati in una lunga sessione di Dungeons & Dragons, la serie dei fratelli Duffer ha sempre fatto del richiamo nostalgico il suo punto di forza, la sua sirena ammaliante, il terreno fertile dove accogliere spettatori accomunati dagli stessi riferimenti culturali. Adesso, però, dopo il finale della terza stagione, il vero obiettivo di Stranger Things diventa lampante. Ed è qualcosa di spiazzante e inaspettato, qualcosa di molto lontano da quanto seminato nel corso delle stagioni precedenti.

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Stranger Things: Caleb McLaughlin, Sadie Sink, Millie Bobby Brown, Finn Wolfhard, Noah Schnapp in una scena della terza stagione

Perché la serie tv Netflix - di cui abbiamo parlato nella nostra recensione di Stranger Things 3 - che ci ha coccolato con teneri ricordi di gioventù, con canzoni, film, giochi e riferimenti pop legati al passato mitizzato da molti, adesso ci sbatte la porta in faccia (non a caso l'ultima immagine della serie) e ci chiede di guardare oltre quello che siamo stati. Dopo tante carezze, ecco che i fratelli Duffer ci prendono a schiaffi, dicendoci che la vita non può essere vincolata soltanto ai ricordi, che la malinconia (a volte) è una gabbia da cui fuggire. Tra lettere sincere, partite a Dungeons & Dragons rimandate di continuo e traslochi inevitabili, ecco come Stranger Things 3 ha detto "addio" alla signora Nostalgia.

Il dolore della crescita

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Stranger Things: Caleb McLaughlin, Finn Wolfhard, Noah Schnapp in una scena della terza stagione

Ogni volta che Undici usa i poteri, un rigolo di sangue scende dal suo naso. Eppure, nonostante le narici sempre insanguinate, mai come in questa stagione sono state le sue lacrime a farci male, a ricordarci quanto crescere provochi dolore. Su diversi piani. Al di là della sofferenza, della violenza guardata in faccia come nelle fiabe più nere e delle ingenti dosi di body horror viste in Stranger Things 3, al centro del racconto c'è stata la metamorfosi dell'adolescenza. Una rivoluzione inevitabile, una fase di mutazioni psico-fisiche che non risparmia nessuno. Ecco, Stranger Things 3 è stata la stagione delle pene adolescenziali, la stagione che ha messo tutti (spettatori e personaggi) davanti all'ineluttabilità del cambiamento. Se ne sono accorti Lucas e Mike, ormai totalmente presi dai tormenti d'amore. Se ne sono accorte Undici e Max, alle prese con la loro curiosità, le prime ribellioni, i primi sussulti d'indipendenza. Senza dimenticare la perdita dei poteri di Eleven, richiamo esplicito al corpo in subbuglio di ogni adolescente. Se ne sono accorti più di tutti Will e Dustin, ovvero i due amici che hanno sofferto più di tutti lo scioglimento del loro mitico gruppo. Le avventure in bicicletta e le giornate passate assieme in cantina non fanno più parte delle loro vite. Le priorità sono altre. La spensieratezza più pura è svanita nell'arco di un'estate. Una mancanza avvertita dai ragazzi ma anche dal pubblico, sorpreso e spiazzato nel vedere quanto in fretta siano cresciuti tutti quanti. È vero: tagliare il cordone ombelicale con il passato richiede uno sforzo non indifferente. Ed è questo che ci ha chiesto Stranger Things.

La trappola anti-nostalgica dei Duffer

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Stranger Things: Maya Hawke, Gaten Matarazzo e Joe Keery in una scena della terza stagione

Li guardi e ti sembra di conoscerli da una vita. Mike, Dustin, Lucas, Will e Undici. Come fossero cugini cresciuti troppo presto. Come se quell'estate del 2016, in cui li abbiamo conosciuti, fosse lontana come il 1984. La grande profondità di questa stagione di Stranger Things è stata quella di combattere la nostalgia su più livelli, sia interno della storia sia scomodando il rapporto tra spettatori e protagonisti. La morale dell'andare avanti, quindi, diventa un efficacissimo espediente metanarrativo per sussurrare qualcosa nelle orecchie di un pubblico infarcito di nostalgia: "Fattene una ragione. Non rimanere fermo a crogiolarti nel passato. Anche i bambini di Stranger Things sono diventati grandi. Vai avanti come loro". La serie Netflix non ha rinnegato se stessa, anzi. I fratelli Duffer sono stati abili prestigiatori nel farci credere una cosa mentre ne stavano nascondendo un'altra. Abili nel tessere una tela con grande consapevolezza. Ci hanno prima ammaliati con la malinconia, e poi ci hanno raccontato quanto sia vitale non diventarne vittime.

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Imparare da Hopper

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Stranger Things: una scena della terza stagione con David Harbour

Ovviamente l'apice di questa morale anti-nostalgica arriva assieme alla bellissima lettera di Hopper. Affettuose, toccanti e paterne, le parole che lo sceriffo di Hawkins dedica a sua "figlia" sono impregnate di una grande lezione d'amore, ovvero "lasciare andare". Il burbero Hopper si guarda dentro, si fa un esame di coscienza e capisce che il possesso e il controllo non dovrebbero inquinare alcun sentimento. Una lettera dolce ma anche realistica e spietata nel dirci una grande verità: non c'è cosa più paurosa e destabilizzante di veder cambiare le persone che amiamo.

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Eppure quel cambiamento, assieme a tutto il dolore di chi lo vive (direttamente o passivamente), è il sintomo più vitale di tutti. E in quanto tale va accettato, incoraggiato persino. Perché la nostalgia è affascinante, ma puzza di chiuso e di stantio. La vita, per sua stessa natura, va avanti, ha fame di futuro. Questo Hopper lo ha imparato a sue spese, lo ha capito e lo ha insegnato a tutti. A Undici e a noi spettatori. Per cui, caro Demogorgone e caro Mind Flayer, fatevene una ragione. Perché la cosa più strana, misteriosa e imprevedibile non siete voi. Siamo noi.