In quest'ultimo periodo, spettatori, critici, giornalisti si sono trovati spesso ad interrogarsi su un quesito che è diventato quasi esistenzialista, invasivo sia della sfera emotiva di ognuno di noi ma anche segno di un cambiamento culturale in atto: qual è la funzione del cinema? Ed ancora più ampiamente, dell'arte in generale? Molti film che approderanno in sala nel 2026 proveranno a rispondere indirettamente a questa domanda mentre uno di loro conferma definitivamente una delle più potenti abilità della settima arte: medicare se non guarire del tutto una ferita che tutti ci portiamo dentro, per quanto personalissima sia, semplicemente raccontando la storia, altrettanto personalissima, di un personaggio che prova a ricucirla quella crepa, ad andare avanti.
È ciò che fa Sorry, Baby, film di debutto alla regia dell'attrice e sceneggiatrice Eva Victor che, traendo spunto da un'esperienza personale, mette in scena una donna, Agnes, da lei interpretata, nel tentativo di riprendere in mano veramente il suo cammino di vita, bloccato da un'esperienza traumatica vissuta in passato. Distribuito negli Stati Uniti dalla virtuosa A24 e in uscita il 15 gennaio in Italia grazie alla lucidità di I Wonder Pictures, dopo il trionfo al Sundance Film Festival con il Waldo Salt Screenwriting Award e il passaggio di successo a Cannes 78 nella Quinzaine Des Cinéastes, Sorry, Baby è prodotto dal premio Oscar Barry Jenkins e la sua Pastel.
A lui si deve l'aver convinto Victor a fare il passaggio dietro la macchina da presa per un film che già nella sceneggiatura racchiudeva il potere di sublimare un dolore personale in rito collettivo. Scrive Victor infatti nelle sue note di regia: "Mi sono ritrovata a scrivere il film di cui sentivo di avere bisogno quando mi sono ritrovata in una crisi simile a quella di Agnes. Ho iniziato a scriverlo per la persona che ero un tempo".
Sorry, Baby: la trama del film
Nel film Victor è una professoressa universitaria di una cittadina del New England, la stessa dove ha svolto il dottorato e dove ha subito la violenza che le ha impedito di spiccare il volo, impiantandola in modalità sopravvivenza. La visita di Lydie, sua migliore amica dai tempi dell'università, nel pieno della vita sentimentale e famigliare, scuoterà il terreno sotto i piedi di Agnes, decisa, con un po' di aiuto, a sbloccarsi. Grazie anche ad un cast eccezionale di comprimari composto da Naomi Ackie e Lucas Hedges e l'apparizione breve ma catartica di John Carroll Lynch, Sorry, Baby è delicato ma pungente e ironico percorso di rinascita e di ritorno alla vita, cucito addosso alla sua regista e protagonista, che con una schiettezza disarmante, si confronta con la non linearità del processo di guarigione dal trauma.
La guarigione non è un processo lineare: la potenza del film
A differenza di tanti altri film che hanno raccontato cosa succede dopo un evento traumatico in maniera lineare, ascendente, come se ci fosse sempre e necessariamente un picco di dolore e poi un lento ma costante miglioramento, Eva Victor, forse perché mossa da ispirazione autobiografica, sa bene che non esiste alcuna linearità nel processo di guarigione e sulla base di questa consapevolezza, struttura il suo film. Divide in 5 capitoli, che fanno salti temporali e li dedica ad anni significativi dentro questo percorso.
Inizia dunque il film e il racconto della sua Agnes, con l'anno in cui la giovane professoressa si rende conto che la sua vita è bloccata e non procede in nessuna direzione mentre attorno a lei tutti si muovono alla "normale" velocità impazzita di quell'età. Lydie ormai sposata e in procinto di mettere su famiglia (il capitolo si intitola The year with the baby) torna a trovare Agnes nella casa che durante il college avevano condiviso insieme, la stessa che le ha viste affrontare le ore dopo la violenza subita da Agnes e che le ha rese ancora più unite di prima, nonostante le vite a distanza.
Eva Victor parte da quel legame con Lydie per procedere poi indietro nel tempo all'anno in cui è successo ciò che ormai la tiene ancorata al passato. Non si ferma e passa in rassegna gli alti e bassi del percorso di Agnes anche quelli in cui condivide, con uno sconosciuto ( John Carroll Lynch) davanti a un sandwich, qualcosa che chiunque abbia subito una perdita, un trauma, sa bene: a volte il dolore ha l'intensità del primo momento, a volte invece, ti senti in colpa perché non ci pensi. Sorry, Baby è la lettera di Eva Victor a tutti coloro che si sono sentiti come lei, come Agnes, fermi allo stesso punto mentre gli altri correvano spediti in avanti.
Una composizione di scene
Chi scrive, Sorry, Baby lo ha visto a Cannes, nel marasma di un festival che per un programma fitto e una vita lavorativa frenetica, lascia poco spazio alla riflessione, all'assorbimento di quanto visto. L'opera prima di Eva Victor è riuscita a insinuarsi invece sotto la pelle e risultare, a distanza di 7 mesi, indelebile. Lo si deve soprattutto alla cura con cui Sorry, Baby è costruito, una composizione di scene memorabili, piccole, a volte piccolissime ma fondamentali per lo sviluppo del film. Le migliori, i cui dialoghi rimangono nell'aria come citazioni che risuonano in maniera personale, sono quelle che Victor condivide con i tre attori a cui ha regalato dei ruoli che sono possibilità di crescita, personale e attoriale.
Per due momenti, la regista sceglie la vasca da bagno che diventa luogo e mezzo di connessione. La prima volta, quella vasca è testimone di una cruda e incredibilmente dettagliata confessione, quella in cui Agnes racconta a Lydie ciò che le è appena accaduto e ne prende coscienza. Naomi Ackie è l'empatia fatta persona, è quella presenza quasi silente che accoglie e incamera sofferenza. La seconda volta invece, la vasca ritrova Agnes alle prese con un maldestro tentativo di condividere un momento intimo con Gavin ( Lucas Hedges), vicino di casa e possibile compagno. "Pensi di volere le stesse cose che vogliono tutti?" gli chiede Agnes. Chi non se l'è chiesto almeno una volta?
Il potere della commedia
Sorry, Baby è stata definita una commedia nera ed Eva Victor paragonata a Phoebe Waller-Bridge per l'ironia caustica che hanno in comune. Tutto vero ma l'unicità di Victor sta nel suo riuscire a rispettare quel dramma, quella violenza, la sua pervasività senza perdercisi dentro. Agnes e con lei anche Lydie, non si arrendono mai a questo, usano l'ironia come arma o come scudo per difendersi da chi le sminuisce e invalida i loro sentimenti. La commedia è potere nelle mani di Eva Victor per scoprire ogni sfumatura della sua Agnes, capace di fare battute amare mentre si fa visitare dopo la violenza o dalla invidiabile faccia di bronzo mentre nasconde palesemente un gattino sotto la maglia, in un supermercato. Si ride spesso in Sorry, Baby, con e grazie ad Agnes, mentre il film ci ricorda quanto possa essere, paradossalmente, anche bello ritrovarsi davanti una vita diversa da quella che avevamo pianificato.
Conclusioni
Dopo il passaggio al Sundance e Cannes, l’opera prima di Eva Victor, Sorry, Baby, prodotta da Barry Jenkins arriva nelle sale italiane con I Wonder e ci regala il racconto ironico e delicato di una giovane donna nell’altalenante percorso di guarigione da un trauma subito. Un film lucido, snello e intelligente sulla possibilità di accogliere una versione di se stessi, restaurata e diversa da ciò che si sognava ma altrettanto valida.
Perché ci piace
- Tratta con autenticità il difficile percorso di guarigione da un trauma, fatto di blocchi e riprese.
- Si compone di scene che toccano per emotività, sofferenza e ironia e che rimangono indelebili.
- Ha un casting perfetto, dalla stessa regista nel ruolo della protagonista agli ottimi Naomi Ackie e Lucas Hedges.
Cosa non va
- Alcune situazioni sono un po’ troppo esasperate così come alcuni personaggi di contorno, inutilmente sopra le righe.