C'è un dato sempre più importante preso in analisi dai colossi streaming, e che ormai condiziona l'evoluzione della serialità televisiva: il progressivo declino della soglia di attenzione dello spettatore. In un panorama in cui il consumo visivo è dettato dallo scorrimento verticale sempre più rapido e compulsivo delle piattaforme social, i trenta/quaranta/sessanta minuti di un episodio faticano a trattenere gli utenti senza che questi lo combinino con l'utilizzo dello smartphone.
Una realtà drammatica, quasi distopica, che ha a che fare con l'educazione visiva, ormai del tutto assente. Un tema visto e previsto addirittura dalla Disney Pixar, nel 2008, con Wall-E. Un'umanità seduta e impigrita davanti un device sempre acceso.
Nemmeno a dirlo, in questo contesto sociale, economico e culturale le produzioni destinate alle piattaforme giocano un ruolo primario. Così, un po' di sbieco e senza particolare clamore (in fondo l'Europa non è il target dello show in questione), su Netflix è arrivata Salcedo, cuoio e Boogaloo (Salcedo, Leather, and Boogaloo), serie colombiana che, all'apparenza, si presenta come spin-off di La primera vez (nota a livello internazionale come Eva Lasting), creata da Dago García e arrivata alla sua quarta stagione. L'attenzione, tuttavia, non deve fermarsi all'espansione di questo universo narrativo, bensì concentrarsi sulla struttura formale scelta per la distribuzione.
Salcedo, cuoio e Boogaloo: se gli episodi durano 4 minuti
Salcedo, cuoio e Boogaloo, con questo titolo così sexy e ritmato, è composta da dodici episodi con una durata dichiarata di circa sei o sette minuti ciascuno. Una volta sottratti i lunghi titoli di coda, la narrazione effettiva si riduce a segmenti di tre o quattro minuti a puntata. Colpo di scena. Netflix, zitta zitta, ha messo in atto un esperimento seriale che potrebbe presto essere replicato: applicare la logica del reel di Instagram o del video di TikTok a una produzione televisiva tradizionale, mantenendo però la composizione dell'inquadratura in orizzontale, pensata per il televisore domestico e non per la verticalità dello smartphone.
Ogni puntata, o forse sarebbe meglio dire ogni frammento, non segue la solita progressione strutturale di un episodio, ma si comporta come una scenetta autonoma, una traccia, che si unisce alle altre attraverso il montaggio. Ovvio quindi l'all-in di Netflix: sfruttare una serie che potrebbe passare inosservata per assecondare l'abitudine dello spettatore moderno a consumare contenuti brevissimi, testando poi l'architettura narrativa per mezzo di un imposizione strutturale: reggere l'urto di una frammentazione così estrema senza perdere la dignità del racconto.
Come essere credibili
Tuttavia, come si può essere credibili, in questo senso? La regia di Laura Tatiana Bohórquez, per quanto possibile, lavoro sugli elementi: le luci, il rumore del cuoio, i corpi sulla pista da ballo, i break della salsa brava e del boogaloo. Se la sceneggiatura è risicata, è anche relativo parlare della trama.
Il protagonista, Martín Salcedo (Sergio Palau), cliente del club Quiebra Canto, si invaghisce di una certa Verónica Pinilla (Paola González), che porta avanti strani giri criminali. Ecco, se non può essere valutata secondo i canoni della serialità classica, Salcedo, cuoio e Boogaloo mostra i limiti del suo formato: l'evoluzione dei rapporti, come la tensione iniziale tra Salcedo e Verónica, si dissolve rapidamente a causa del tempo assai ridotto.
Verticalità e durata: gli schermi stanno cambiando
Eppure, lo ripetiamo: un'opera del genere non può essere giudicata secondo certi schemi che, senza accorgercene, stanno per essere superati. Dalla verticalità alla durata, il modello dei reel ha ridefinito la fruizione video globale (pensiamo a Locker Diaries, serie in reel targata Disney+ o alle serie turche in verticale), e questo prodotto targato Netflix dimostra come l'industria dello streaming stia tentando di digerire e replicare quella stessa velocità. E sì, pure andando a tempo di uno scalmanato e allegro boogaloo, è indicativo di dove si stiano muovendo gli schermi che abbiamo (sempre) davanti ai nostri occhi.