Robert De Niro al Cinema in Piazza è solamente amore

La presenza di una leggenda di Hollywood è un miracolo tutto romano che restituisce l'arte alla gente, premiando l'impegno militante delle ragazze e dei ragazzi del Piccolo America.

De Niro al Cinema in Piazza. Foto di Claudia Rolando

Ogni tanto ci vuole, bisogna andare dritti al punto: una delle più grandi cavolate che si sente ripetere riguarda lo stato del cinema. "Il cinema è morto", qualcuno dice, diffondendo la fuorviante idea che la settima arte sia ormai questione di algoritmi e di piattaforme. Ecco, dispiace per voi, ma siete fuori strada. Basterebbe aprire gli occhi, e pure il cuore.

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Direttamente dal palco del Cinema in Piazza. Foto di Claudia Rolando

Da giugno a luglio, tra i gabbiani e i Super Tele, basterebbe affacciarsi a San Cosimato (fin su a Monte Ciocci, e poi fino a Cervelletta) per capire quanto invece il cinema sia - nonostante tutto - materia d'aggregazione, di dibattito, di vivacità, di rumore. E se di passione si parla, l'arrivo a Roma di Robert De Niro, a chiudere la rassegna del Cinema in Piazza, organizzata dai ragazzi del Cinema Troisi, altro non è che un gesto d'amore di vendittiana memoria.

Robert De Niro, Bertolucci e il cinema come spazio sociale

E allora le parole del cantastorie romano tornano precise, di quando cantava di "quella strada", della "gente che correva", che "gridava insieme a noi". Sì, a San Cosimato, gremita e bollente fin dal pomeriggio, c'era "solamente amore". I giovani e gli anziani, i cani e i gatti (e pure qualche topo), i bambini e le mamme, i furfanti, i poeti, gli operai, i sognatori, gli illusi. Insomma, quelli che meritano "un'altra vita più giusta e libera".

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Da sx: Valerio Carocci, l'interprete Bruna Cammarano, Robert De Niro, Antonio Monda. Foto di Luca Dammicco.

Quella vita che solo il cinema può suggerire attraverso l'incontro e lo scambio generando un salvifico dialogo, compensando le macroscopiche mancanze di una politica che vuol azzerare gli spazi sociali. Perché la socialità fa paura, il risveglio della coscienza intacca i potenti, di cui parlava già Bertolucci. E lì, se di cinema assoluto si scrive, colti dall'entusiasmo (magari troppo, ma ogni tanto è bello così), al centro del palco, accolto come se fosse il papa, Robert De Niro.

Le parole di De Niro

Una toccata e fuga per l'attore di Taxi Driver. Arrivo a Ciampino con jet privato alle 19.30, secondo fonti, con ripartenza alle 22.45. Ad aspettarlo, nell'hangar privato, una nutrita delegazione del Cinema in Piazza, oltre a una manciata di addetti dello scalo romano. Polo azzurra e scarpe comode, gentile, affabile e disponibile con tutti. Cavolo, sì, è proprio Bob. Prima di abbracciare Trastevere, come da rito un veloce break tra gli spazi sempre aperti del Cinema Troisi, giusto il tempo di autografare, come fosse un tennista a Wimbledon, l'obiettivo della reflex di Tahir Hussain.

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De Niro firma la reflex di Tahir Hussain

"Pensavo sarebbe stato un incontro intimo", scherza l'attore, affiancato da Valerio Carocci, presidente della Fondazione Piccolo America, dalla traduttrice Bruna Cammarano e da Antonio Monda, che ha accompagnato De Niro nel dialogo con il pubblico, partendo da Novecento di Bernardo Bertolucci prima di guardare in faccia quella fiumana di ragazze e ragazzi, spronandoli a prendere in mano il futuro. "Fidatevi del vostro istinto", dirà De Niro, "fidatevi delle vostre sensazioni, e quando sentite che qualcosa non va bene, prendete una decisione e combattete. Lo stesso vale per le cose positive. È fondamentale in questo periodo".

La militanza cinematografica come miracolo pagano

Eccolo, quindi, il miracolo pagano che torna a compiersi: il cinema che incontra la gente. Niente barriere, niente distanza. La concezione (o forse potremmo dire la speranza) che sia ancora un'arte in grado di scuotere, meravigliare, ispirare. Un miracolo, di quelli che illuminano l'eternità di Roma.

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De Niro e Carocci. Dietro Bruna Cammarano, Mariella Lazzarin e Federica Zerbo. Foto di Claudia Rolando

Sopra e sotto il palco, quella luce che si riflette negli occhi di chi ha avuto il coraggio e la follia di fare, e non solo di provare. I ragazzi del Piccolo America, a cui Valerio Carocci s'affida, elevando la forza del gruppo: Federico Croce, direttore generale; Mario Dante, vicepresidente; Giacomo Stroppa, responsabile dello sviluppo economico; il reparto programmazione e talent, ovvero Mariella Lazzarin, Pier Giovanni Adamo, Stella Franceschino, Federica Zerbo, Laura Pecchioni, Elena Avigliano; il team della comunicazione composto da Federica Guzzon, Letizia Yacoub, Federico Codacci Pisanelli, Chiara Torella, Andrea Bosco, Chiara Del Zanno; Agnese Rampini responsabile degli spazi del Troisi e Jacopo Troiani responsabile proiezionista.

Sì, li citiamo tutti, perché senza di loro non ci sarebbe potuta essere nessuna liberazione, nessuna primavera. Una militanza cinematografica che, cinquant'anni dopo l'enorme bandiera rossa che garriva in Novecento, torna a essere il seme di una rivoluzione, finalmente democratica e popolare.

Foto in cover di Claudia Rolando

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