Dalle sale dei musei internazionali all'oscurità della sala cinematografica, il confine tra arte visiva e cinema d'autore è un territorio di continui incontri. Con Riverrun, Philippe Parreno fa un grande passo verso la settima arte con il suo debutto nel lungometraggio di finzione ponendosi a monte una domanda radicale: come si ritrae un interprete nell'atto stesso del suo mestiere? A chiarire le coordinate di un'opera pensata come una scultura temporale e un dramma psicologico sono lo stesso autore e la protagonista Charlotte Gainsbourg, testimoni di un processo creativo nato dalla sperimentazione e approdato a una fiaba moderna sulla fragilità dell'esistere.
La storia ruota attorno a Lucy H., una musicista che vive un profondo dolore esistenziale; la sua psichiatra, la dottoressa Cruz, le suggerisce così una clinica isolata in Spagna dove un periodo di osservazione e terapie innovative possono forse aiutarla. Un incontro fortuito con una donna di nome Tony sconvolge però la percezione che Lucy ha di sé, instradandola verso un viaggio che va oltre il percorso terapeutico.
Dal ritratto del gesto alla necessità della finzione
L'origine di Riverrun affonda le radici in uno dei lavori più celebri di Parreno, Zidane: A 21st Century Portrait, codiretto nel 2006 con Douglas Gordon. Se in quell'occasione la camera pedinava per novanta minuti un fuoriclasse del calcio sul rettangolo verde, il progetto attuale mira a catturare l'equivalente recitativo: il ritratto di un'attrice in azione.
La stesura del copione ha richiesto però un lungo lavoro di riscrittura, data la novità del mezzo per l'artista. Una transizione colta lucidamente anche da Charlotte Gainsbourg: "In realtà il copione si è evoluto perché Philippe ha iniziato ad andare in una direzione e poi ha cambiato. All'inizio penso che volesse un ritratto più simile a un'intervista, poi a poco a poco è andato verso una vera idea di finzione, sempre con questa idea del ritratto."
Alla proposta, Gainsbourg ha risposto accogliendo l'anomalia dell'esperimento: "Non sono entrata in queste riprese dicendomi che avrei fatto un film canonico o che il set sarebbe stato classico. Era proprio ciò che sognavo: avere un'esperienza molto diversa. Volevo essere uno strumento per lui, come si può esserlo con altri registi, ma c'era una precisa volontà di trasformare la realtà. Sapevo che ci sarebbe stato un lavoro di post-produzione importante, quindi la fase delle riprese era solo una prima tappa".
Sottrazione, silenzi e l'intesa sul set
Il cuore dell'opera si articola su una recitazione trattenuta, costruita su sguardi, pause e gesti condivisi. Un'intesa scaturita con naturalezza tra Charlotte e Vicky Krieps: "Ci siamo divertite, è stato molto leggero tra noi: era come se ci conoscessimo da sempre. Vicky ha una dolcezza così evidente; è nata un'amicizia molto semplice e continuiamo a scriverci. Non c'era nulla di artificiale".
La sfida centrale comunque risiedeva nel concetto di dissoluzione: per un'attrice il cui compito tradizionale è affermare una presenza distinta, l'evoluzione di Lucy esigeva l'annullamento nell'ambiente. L'interprete della protagonista ha quindi letto questa sottrazione attraverso la condizione emotiva del personaggio: "È qualcosa che capivo proprio nella terapia di questa donna. Era una risoluzione: viveva una tale incapacità di esserci in modo pacifico che la pace finisce per trovarla in ciò che la circonda, nella parte di natura che scopre. È stata quasi un'ovvietà, ma non lo mettevo in relazione con me come attrice: era il ruolo che aveva questa esigenza".
L'approdo al cinema
Sebbene Riverrun affronti il tema della depressione, questa tematica non è stata decisa fin dall'inizio, ma è affiorata organicamente durante le riprese: "Quando abbiamo iniziato a girare, Charlotte ha cominciato a dare quel tono al personaggio", racconta Parreno; "Quel tono è diventato in un certo senso malinconico, un po' per la sua indole e un po' per la mia. Ha iniziato a svilupparsi come quando cominci a cantare una canzone. Non era premeditato: sapevo solo fin dall'inizio, per ragioni concettuali, che era la storia di una persona che faticava a esistere, come tutti noi. Poi pian piano, grazie all'arte di Charlotte, questo è diventato una forma di depressione".
La scelta di abbandonare i formati museali a favore della sala cinematografica è scaturita dalla necessità di imporre all'idea un arco temporale chiuso: "Quando realizzi un film per una mostra non hai mai davvero un inizio o una fine. E io volevo raccontare una storia, cosa che non avevo mai fatto prima; quindi volevo avere un inizio e una fine. Per farlo necessitavo di un altro contesto: la sala cinematografica sarebbe stata ideale per raccontare una vicenda compiuta".