Raccontare la provincia, le sue miserie e contraddizioni, insieme alle anime che la abitano. Questo è l'obiettivo di Prima della guerra, il lungometraggio d'esordio di Tommaso Usberti, regista italo-francese che offre allo spettatore uno spaccato dei luoghi in cui è cresciuto. La sua Bassa Padana diventa così un microcosmo di frustrazioni e incertezze in cui è veramente difficile realizzarsi. Presentata alla Settimana Internazionale della Critica, nell'ambito dell'83ª Mostra del Cinema di Venezia, l'opera racconta un territorio e una generazione disillusa e, pur presentando profondi difetti narrativi, il film riesce a esprimere appieno la visione di Usberti, segnalandolo come uno dei nuovi talenti da tenere sicuramente d'occhio.
Notti brave, incontri e l'illusione del branco
Guido Kal è un ragazzo poco più che ventenne che vive in una piccola cittadina del Nord Italia. Di giorno lavora a un distributore di benzina o nell'officina della zona; di sera frequenta i suoi amici, un gruppo che ama spadroneggiare nei locali notturni tra alcol e violenza. Ed è proprio la violenza a farlo sentire integrato, complici anche alcune battute di caccia illegali condotte con armi decisamente sproporzionate e inadatte allo scopo.
Una sera, in discoteca, conosce Sonia, una giovane immigrata kosovara arrivata in Italia con la famiglia. Tra i due scatta un'intesa che si regge principalmente sull'incontro di due anime fragili, un evento che mostrerà a Guido che potrebbe esistere un futuro diverso da come lo ha sempre immaginato.
Mascolinità e fragilità: le ombre di una sceneggiatura imperfetta
Prima della guerra parte come un racconto di formazione giovanile per poi allargarsi e coinvolgere l'ecosistema di un'intera zona. Guido è un giovane convinto che, per contare qualcosa e per far parte di "quelli che ce l'hanno fatta", sia necessario conformarsi ai dettami di una mascolinità arcaica e prevaricatrice: un sistema che esalta la brutalità come sinonimo di forza e punisce le debolezze umane, considerandole inadatte a una vita di successo. A Guido viene persino proposto di entrare in una milizia privata, un impiego che gli garantirebbe indipendenza economica, una vita agiata e il libero esercizio di quella violenza che lo ha sempre esaltato in quanto membro di un branco.
Quando però le sue certezze vacillano, il protagonista entra in contatto con le proprie fragilità, affrontando una personalità soffocata che ora fatica a riconoscere. La sceneggiatura impiega molto tempo ed energia per trasmettere questo conflitto interiore allo spettatore, e in parte ci riesce. Allo stesso tempo, però, la scrittura arranca su diverse sottotrame che non trovano un vero compimento o una chiara ragion d'essere. Molti elementi e simbolismi rimangono a sé stanti, slegati dal racconto e incapaci di integrarsi a dovere, lasciando un persistente senso di incompiutezza. Dialoghi a tratti confusi e una gestione delle tempistiche non sempre centrata contribuiscono a rendere lo svolgimento del lungometraggio un po' troppo macchinoso e discontinuo.
La regia di Usberti: la provincia come specchio dell'anima
A funzionare egregiamente, invece, è il comparto visivo. Usberti conosce intimamente i luoghi che ritrae e ne sa cogliere l'essenza: i lati più selvaggi, desolati e malinconici vengono sfruttati a favore di una storia che appare quasi sospesa nel tempo e nello spazio. Il film parla dell'oggi, ma soprattutto di quella rabbia e di quel malessere nati dalla mancanza di opportunità e dall'obbligo di piegarsi a una rigidità sociale che sopprime ogni individualità. I campi di erba incolta, il cemento soffocante e i caseggiati in rovina diventano così il perfetto riflesso dell'interiorità dei personaggi. Pur con i suoi difetti e le sue ingenuità narrative, Prima della guerra si rivela quindi un'opera fortemente introspettiva: un esordio non pienamente riuscito, ma di sicuro promettente.
Conclusioni
Prima della guerra è un esordio imperfetto ma indubbiamente promettente, capace di evidenziare il talento visivo e la visione autoriale di Tommaso Usberti. Pur soffrendo per una scrittura a tratti lacunosa, caratterizzata da sottotrame irrisolte e da un ritmo non sempre centrato, la pellicola riesce a raccontare con profonda introspezione il malessere generazionale e le gabbie della mascolinità arcaica, trasformando la desolazione della provincia padana nel perfetto specchio emotivo dei suoi protagonisti.
Perché ci piace
- Le immagini e il comparto visivo in generale.
- Le tematiche e le atmosfere introspettive.
Cosa non va
- Una sceneggiatura sfilacciata e non pienamente riuscita.
- Il ritmo incostante.