Friends è offensivo? La dittatura del politicamente corretto danneggia la commedia

Friends, ma anche How I met your mother e Seinfeld, con il loro arrivo sulle piattaforme di streaming, sono state rivalutate in chiave politicamente corretta e giudicate offensive: è la morte della commedia?

APPROFONDIMENTO di 16/04/2020
Un'immagine promozionale della sitcom Friends
Un'immagine promozionale della sitcom Friends

Dite la verità: quanti di voi, guardando Friends, serie andata in onda dal 1994 al 2004, a un certo punto hanno pensato: "è un po' come se Rachel (Jennifer Aniston), Chandler (Matthew Perry), Ross (David Schwimmer), Monica (Courteney Cox), Phoebe (Lisa Kudrow) e Joey (Matt LeBlanc) fossero amici miei?"
Quanto aspettavate quel momento in cui, rientrati da scuola, potevate sedervi su uno dei divani sgangherati del Central Perk (grazie alla Rai, mentre, più o meno alla stessa ora, su Mediaset si poteva andare a Springfield con I Simpson) e farvi due risate? Ebbene: secondo parte dei giovani d'oggi siamo cresciuti con una sit-com offensiva, misogina e omofoba.

Arrivata su Netflix nel 2018, la serie comica ideata da Marta Kauffman e David Crane è finita nel mirino del politicamente corretto soprattutto a causa del modo di approcciare le ragazze di Joey (il playboy del gruppo di amici) e della reazione di Ross alla notizia che la sua ex moglie lo ha lasciato per mettersi con una donna. Se presi fuori contesto, questi elementi potrebbero far sorgere dubbi sulle intenzioni degli autori: se non fosse che, in ogni singolo episodio, Joey viene additato come "il fesso" del gruppo, i suoi "metodi di rimorchio" vengono costantemente messi in discussione e, per quanto riguarda Ross, non raccontiamoci balle: essere mollati per una persona del sesso opposto sarebbe spiazzante per chiunque. Scherzarci sopra con frecciatine sarebbe una reazione umanissima, forse infantile, ma umana. Anche perché poi, nel corso della serie, Ross e l'ex compagna vanno d'accordo, educano insieme il figlio e non c'è alcun tipo di ostilità verso coppie di genitori dello stesso sesso, anzi.

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Matt LeBlanc in Friends
Matt LeBlanc in Friends

A rivederlo oggi, Friends colpisce non per queste presunte défaillance, ma per quanto fosse avanti per l'epoca: in una sit-com di primi anni '90 si parlava di coppie omogenitoriali, utero in affitto e omosessualità allo stesso modo in cui i sei protagonisti parlano di tagli di capelli, canzoni e televisione. Con ironia, cercando di dissacrare, ma senza offendere gratuitamente: in questo modo argomenti considerati allora scabrosi sono diventati avvicinabili, qualcosa sui cui riflettere e non da demonizzare, o peggio, ignorare soltanto perché "ci mettono a disagio".

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Paradossalmente, non poter scherzare su qualcosa lo rende "diverso", in un certo senso lo ghettizza: se, in quanto donna, gay, disabile, di religione o colore della pelle diverso, sono un essere umano come te, perché non posso essere protagonista di battute e ironia come tutti gli altri? Certo: bisogna saperlo fare. L'insulto gratuito, oltre che di cattivo gusto, è offensivo e basta: non è comico, non fa riflettere su nulla. Se scritta bene invece una battuta può arrivare a farci ridere di cose tremende, creando una vera e propria catarsi e, udite udite, farci porre delle domande, magari molto più di quanto non faremmo dopo un sermone sullo stesso tema.

How I met your mother: Barney Stinson alla gogna

Josh Radnor, Jason Segel, Neil Patrick Harris ed Alyson Hannigan in una scena di 'How I Met Your Mother'
Josh Radnor, Jason Segel, Neil Patrick Harris ed Alyson Hannigan in una scena di 'How I Met Your Mother'

Credevate che Joey Tribbiani fosse l'unica vittima del politicamente corretto? In quanto diretta erede di Friends, anche How I met your mother (andata in onda dal 2005 al 2014) è finita nell'occhio del ciclone: proprio in questi giorni sono spuntati in rete video contro la serie, accusandola di maschilismo, in particolare per l'episodio numero 9 della quarta stagione The Naked Man (L'uomo nudo). In questa puntata Robin (Cobie Smulders) ammette di essere andata a letto con un uomo che non trovava particolarmente attraente soltanto perché se lo è ritrovato davanti nudo. Riunita a un tavolo insieme agli altri protagonisti della serie Marshall (Jason Segel), Ted (Josh Radnor), Lily (Alyson Hannigan) e Barney (Neil Patrick Harris), la ragazza discute della cosa: Marshall, che è il bacchettone di provincia, è indignato; Lily, la più aperta mentalmente, si lancia in un elenco di motivi ancora più assurdi per cui si possa fare sesso. È chiaro che si tratti di una situazione paradossale, in cui ogni personaggio rappresenta un punto di vista diverso che gli autori fanno scontrare, così da poter parlare, in modo ironico, di un argomento importante come la sessualità dal punto di vista maschile e femminile.

Neil Patrick Harris e Sarah Chalke in una scena dell'episodio I Heart NJ della serie How I Met Your Mother
Neil Patrick Harris e Sarah Chalke in una scena dell'episodio I Heart NJ della serie How I Met Your Mother

Inutile dire che il protagonista più massacrato è Barney Stinson, che nella serie è volutamente ritratto come il "maschio, bianco, etero, cis" che pensa solo a rimorchiare e non ha nessun rispetto per il genere femminile: gli autori non stanno però approvando quel modello, ma, anticipando i tempi, hanno cominciato a metterne in luce i difetti già 16 anni fa. Barney, nonostante si dia costantemente un tono, è infatti additato continuamente come un sociopatico, una persona inaffidabile e, molto spesso, inquietante. Prendere il personaggio fuori dal contesto della serie significa non aver compreso bene gli intenti degli autori Carter BaysCraig Thomas.

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Seinfeld e Curb your enthusiasm: la strategia di Larry David

Un'immagine promozionale per la serie tv Seinfeld e i suoi protagonisti
Un'immagine promozionale per la serie tv Seinfeld e i suoi protagonisti

Se E alla fine arriva mamma è figlia di Friends, Seinfeld (creata da Jerry Seinfeld, anche protagonista, e Larry David, andata in onda dal 1989 al 1998) è la mamma di entrambe: anche qui i protagonisti sono di New York, anche qui si riuniscono ogni giorno in un caffè per parlare delle loro disavventure quotidiane e anche qui si scherza su tutto.

Seinfeld: una scena dell'episodio The Contest
Seinfeld: una scena dell'episodio The Contest

Arrivata in questi anni su Amazon Prime Video (che ha recentemente ceduto i diritti a Netflix per ben 500 milioni di dollari) anche Seinfeld è stata passata al microscopio e di "magagne" ne sono state trovate moltissime. Non c'è da stupirsi: se i protagonisti di Friends e How I met your mother vi sembrano cinici, quelli di Seinfeld sono praticamente dei mostri. Meno belli, vestiti peggio e senza nessun tatto, Jerry, Elaine (l'immensa Julia Louis-Dreyfus), Kramer (Michael Richards) e George (Jason Alexander) sono senza cuore. Soprattutto tra loro.

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Jerry Seinfeld, Julia Louis-Dreyfus e Jason Alexander in una scena dell'episodio The Chinese Restaurant di Seinfeld
Jerry Seinfeld, Julia Louis-Dreyfus e Jason Alexander in una scena dell'episodio The Chinese Restaurant di Seinfeld

Le battute scorrette di questa sit-com si sprecano (l'episodio 9x06, The Merv Griffin Show, è stato messo praticamente al rogo: pur di giocare con i giocattoli vintage della ragazza che sta frequentando, Jerry le dà dei sonniferi), ma partono tutte da un presupposto: i protagonisti sono persone piene di difetti, nel caso di George quasi spregevoli dal punto di vista umano, eppure sono estremamente veri. A quanti è capitato di avere l'amico taccagno? O quello che cercava di sfruttarvi in ogni modo? Seinfeld fa ridere perché mette in luce la parte più oscura e cinica degli esseri umani che, rivelazione, non è stata inventata dalla tv, ma esiste da sempre. La vediamo tutti i giorni: imparare a riderne vuol dire riconoscerla e magari cercare di tenerla a bada.
Se in Seinfeld è rimasto (quasi sempre) dietro le quinte, in Curb your enthusiasm (finta serie documentario sulla sua vita) Larry David si è scatenato: auto dipingendosi come la persona più insopportabile del mondo, che infatti in ogni episodio viene evitata e giudicata male da tutti, il comico si è permesso di sparare a zero su chiunque, in primis se stesso, contrapponendosi costantemente alla mentalità, spesso ipocrita, del "politicamente corretto". Sì, ancora lui.

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In onda su HBO dal 2000, Curb Your Enthusiasm è arrivata quest'anno, dopo un'interruzione di tre anni, alla decima stagione. Tra la nona e la decima in America sono però arrivati due enormi cambiamenti: Donald Trump è diventato presidente degli Stati Uniti ed è esploso il movimento #MeToo. Nonostante in passato abbia scherzato su terrorismo e religione senza pensarci due volte, in questi nuovi episodi Larry David ha cambiato strategia: nella prima puntata ha indicato immediatamente i due elefanti nella stanza, ammettendo candidamente che, soprattutto a Hollywood, il Presidente e il #MeToo sono diventati, a volte, la scusa per crearsi un'identità politica e dare il via a "una caccia alle streghe", che, nonostante le buone intenzioni di partenza, finisce per svilire le vere vittime, sia uomini che donne (il caso di Amber Heard e Johnny Depp è emblematico).
Qual è stata quindi la protesta di Larry David a questo atteggiamento ipocrita? Improntare tutta la stagione su un argomento assolutamente neutro: ovvero il commercio di caffè. Eppure, da vecchia volpe qual è, anche nell'affrontare un tema apparentemente innocuo, è stato in grado di sparare a zero sulle idiosincrasie della società americana. Potendo contare tra l'altro su una schiera infinita di guest star di lusso, da Sean Penn a Jon Hamm.

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I Simpson, South Park e "PC Principal"

Un caso a parte lo svolgono serie animate come I Simpson e South Park (no, non nomineremo I Griffin, che, come dicevamo in apertura, alla scrittura di fino preferisce insulti gratuiti e gag estemporanee, che vanno più di pancia e gas che non di cervello, criticata infatti dagli stessi colleghi di cui invece andiamo a parlare): nel 1989 Matt Groening, grazie agli abitanti di Springfield, ha rivoluzionato la tv.

La famiglia Simpson al completo nell'episodio Dalle stalle alle stelle della stagione 10
La famiglia Simpson al completo nell'episodio Dalle stalle alle stelle della stagione 10

Grazie al fatto di essere una serie animata, I Simpson inizialmente ha potuto farla franca: Homer, Marge, Bart, Lisa e Maggie si sono presentati come una classica famiglia media americana, e in effetti lo sono, ma senza nessun filtro da "Baci Perugina". Scorretti, cattivissimi, dicono e fanno cose che lasciano a bocca aperta ma, se ci riflettiamo, centrano il punto. Razzismo, misoginia, alcolismo, l'educazione dei bambini affidata alla tv: tutti temi su cui I Simpson si sono interrogati per anni. Il linguaggio è forte, ma il messaggio lo è altrettanto. Eppure, perfino loro, elevati da tempo allo status di icone pop, oggi sono stati messi sotto accusa: il personaggio di Apu, immigrato indiano che possiede un supermarket (tra l'altro uno dei pochi personaggi positivi, duro e onesto lavoratore) è stato giudicato come offensivo, perché doppiato con un accento indiano.

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I Simpson, stagione 27: Speciale Halloween
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Chi combatte da sempre contro "la dittatura del politicamente corretto" è però South Park: creata da Trey Parker e Matt Stone, la sit-com è in onda dal 1997, ma a ogni episodio ha rischiato di chiudere i battenti. Nata tenendo bene a mente I Simpson, South Park è andata ben oltre: il linguaggio è scorrettissimo, le parolacce scorrono a fiumi, le situazioni in cui i bambini protagonisti si ritrovano sono spesso surreali, ma colpiscono al cuore di temi scabrosissimi, come la pedofilia, non risparmiando nessuno, nemmeno celebrità, politici e cantanti, di cui si fanno nomi e cognomi (e per cui a volte gli autori hanno ricevuto anche denunce). I modi di South Park sono brutali, ed è comprensibile che per alcuni siano eccessivi, ma in 23 stagioni (che, incredibilmente, non hanno mai subito un calo qualitativo) hanno sempre parlato senza ipocrisia, e in modo geniale, di tutto.

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Se c'è infatti una cosa che agli autori di South Park proprio non va giù è la disonestà intellettuale: riempirsi la bocca di belle parole e poi agire in modo opposto, prendersela con chi dice una parolaccia di troppo e poi magari essere più cattivi delle persone contro cui ci si scaglia. Tutto questo non ha sconti in South Park, che vive con un unico credo: il diritto di espressione. Tutti devono essere liberi di esprimersi come vogliono: sta poi al pubblico giudicare.

Una scena dell'episodio Pandemic di South Park
Una scena dell'episodio Pandemic di South Park

Proprio per questo hanno creato il personaggio di PC Principal (preside del Politicamente Corretto) apparso per la prima volta nel primo episodio della 19esima stagione Stunning and Brave: nuovo preside della scuola di Cartman, Kyle, Stan e Kenny, si batte perché tutti parlino e si comportino in modo politicamente corretto. Peccato che, per far rispettare questo principio, metta in atto metodi violenti, urlando in faccia ai bambini, punendoli. Senza però dire mai una parolaccia. Il personaggio va poi presto in contraddizione con se stesso quando si innamora di una collega di lavoro: tutto ciò in cui crede gli impedisce di provare quei sentimenti, ma lui non può farci nulla. Matt Stone e Trey Parker hanno centrato il punto: il politicamente corretto può andare bene sul posto di lavoro, nella politica, in luoghi istituzionali. Ma non nel campo dell'arte che, da sempre, ha lo scopo di raccontare l'essere umano. E l'essere umano è tutto fuorché politicamente corretto: questo non vuol dire che "allora vale tutto", ma che, almeno nella commedia, bisognerebbe essere liberi di esprimersi, anche in modo forte, purché non si arrivi all'insulto gratuito.

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Golden Globes 2011: Ricky Gervais sorride sul red carpet
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Arriviamo infine alla stand-up comedy, forse il massimo punto d'espressione della comicità moderna, nonché fonte inesauribile di incazzature e pubblica indignazione. Nei loro show i comici non guardano in faccia a nessuno: parlano di sesso, politica, religione, dicono parolacce, mimano atti sessuali. Per molti sono dei geni, o semplicemente dei performer, che regalano risate liberatorie, per molti altri invece sono Satana incarnato. Vi siete chiesti perché?


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Beverly Hills Cop Eddie Murphy Wuuwhtn
Eddie Murphy in Beverly Hills Cop

In Dark, show che si trova su Netflix, Daniel Sloss, classe 1990, racconta la sua vita in modo completamente aperto: il risultato è spiazzante. Da una parte ti fa ridere fino a farti sentire male, dall'altra ti scalda, ti prepara e BOOM! ti lancia una pugnalata che ti fa ammutolire. Bastone e carota: uno spettacolo che unisce la tragedia e la commedia, fa piangere e ridere. Nonostante sia pensata, scritta e recitata da un maschio, bianco, etero, che a un certo punto arriva a dire di essere dispiaciuto che i suoi genitori non l'abbiano mai molestato. Se presa fuori dal contesto, quella frase farebbe inorridire: ma nell'ambito del suo ragionamento ti fa ridere. E pure tanto. È matto uno che dice questa cosa? Sono matti quelli che ridono? O forse questa battuta parla apertamente di cose che ci mettono a disagio? E non è forse meglio parlare apertamente di qualcosa che ci fa paura, così da affrontarla e capire come agire di conseguenza, che non invece ignorarla o, peggio, accusare di essere delle persone orribili chi invece ha il coraggio di renderle argomento di discussione pubblica? In questo senso il politicamente corretto uccide la libertà, sicuramente artistica, ma anche quella di pensiero.

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E se puntare il dito senza cercare di capire, senza approfondire, contro film, serie e comici moderni suona, nel 2020, ridicolo, lo è ancora di più fare revisionismo: che senso ha condannare serie tv vecchie di 30 anni? Figlie tra l'altro di un'epoca e di una cultura diversa? Pensiamo a Raw e Delirious (che potete vedere su Netflix) di Eddie Murphy: oggi magari si potrebbe dire che siano troppo volgari, ma allora era un moto di ribellione, il simbolo della cultura nera che si ribellava a quella bianca dominante. E comunque, dopo più di 30 anni, a vederli c'è ancora da sentirsi male per le risate.

Friends: David Schwimmer e Courteney Cox nell'episodio L'armadillo natalizio
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È meglio studiarle queste serie, tenerle bene a mente, per capire così in che direzione bisogna andare. Altrimenti arriveremo al paradosso di bollare la tragedia greca, popolata di personaggi che si macchiano di azioni orribili: non ci hanno forse insegnato qualcosa proprio perché, facendo quelle cose tremende, raccontano qualcosa di noi stessi che non volevamo ammettere, o che comunque esiste nei bassi istinti di ogni essere umano? Ci ha riflettuto anche il filosofo David Hume nell'opera Sulla tragedia. La conoscenza non è mai sbagliata e l'arte è uno dei mezzi d'elezione per acquisirla: pensiamo, per rimanere sempre nell'Antica Grecia, alle divinità dell'Olimpo. Una serie di caratteri uno peggio dell'altro, meschini nonostante il loro esseri divini. Era un modo per raccontare il quotidiano.

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South Park: un wallpaper della serie
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La dittatura del politicamente corretto è arrivata dunque al paradosso di mettere alla gogna chi parla di argomenti controversi invece di affrontare alla radice quell'argomento controverso. Eppure, nonostante ultimamente abbiano vita difficile, i comici e le serie tv ci educano: Friedrich Schiller l'aveva già capito nel '700, quando scriveva L'Educazione estetica. L'arte aiuta l'uomo a capire la realtà che lo circonda e a sensibilizzarlo. Non perché lo spettatore emuli l'opera o il comico (sarebbe come dire che chi vede un film di supereroi improvvisamente pensi di avere poteri), ma perché grazie a un punto di vista diverso, magari con cui non è nemmeno d'accordo, può riflettere, ragionare e costruirsi un codice di valori. Lo dice anche Ricky Gervais nel suo show Humanity (disponibile anche questo su Netflix): ridere ci rende umani. Quindi non vi sentite in colpa se ridete per qualcosa di terribile: non c'è niente di più liberatorio del pianto e della risata. Le sit-com possono darvi entrambi: c'è quindi solo di che ringraziarle. A meno che non siano I Griffin.