Pet Shop Days, la recensione: Olmo Schnabel e un vacuo esordio alla regia

La recensione di Pet Shop Days: l'esordio alla regia di Olmo Schnabel non funziona, sfruttando poco e male gli elementi a disposizione, e anzi aggiungendo temi che faticano a trovare una propria dimensione. Presentato a Venezia 2023.

Pet Shop Days, la recensione: Olmo Schnabel e un vacuo esordio alla regia

Avanti e indietro, temi che si incrociano, in un abbozzo che non va mai troppo in fondo, aggiungendo poco alla sceneggiatura, e poco in termini di struttura. Nonostante il materiale di partenza, e nonostante il bacio accademico di Martin Scorsese, che figura come produttore esecutivo. Eppure, Pet Shop Days, che nel titolo cita il gruppo britannico, ma anche la location da dove scaturisce poi l'azione (appunto, un negozio di animali del Bronx), non riesce a mantenere la giusta presa, sfilacciando le premesse. Insomma, canonicamente parlando, l'esordio alla regia di Olmo Schnabel non convince, e si ferma nell'accennata esplorazione della solitudine umana, tradendo le esaltanti aspettative.

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Pet Shop Days: una scena del film

Un accenno ancora più rumoroso, se pensiamo che il film, presentato a Venezia 2023 nella sezione Orizzonti Extra, ha New York come palcoscenico, senza che l'energia, l'esuberanza e l'invadenza di Manhattan prendano il giusto spazio e il giusto respiro cinematografico. Allora, Pet Shop Days sembra esaminare la precaria tenuta di una generazione schiacciata dalla disperazione e dal disagio, tuttavia i riverberi dell'isolamento emotivo, di cui il regista si fa portavoce, si allentano dietro una messa in scena palesemente già vista che ricorda lo stesso Scorsese, o i Safdie Bros, oppure Paul Schrader, senza mai toccarne la poetica, la visione e la potenza drammaturgica che si lega saldamente alle "sporcature", evitando i manierismi. Quei manierismi che invece Olmo Schnabel sembra preferire.

Pet Shop Days, uno scambio di solitudini

Il soggetto di Pet Shop Days parte dallo sceneggiatura firmato da Olmo Schnabel, Galen Core e Jack Irv, portando sotto la luce le irrequiete vite di due ragazzi diversi che, incrociandosi per caso, troveranno un appiglio per evadere. C'è Alejandro (Dario Yazbek), che scappa da Città del Messico dopo aver investito l'amata madre, come gesto di rottura verso un padre opprimente e spietato (gesto che cadrà poi nel nulla, finendo senza una vera chiusura); e c'è Jack (interpretato dallo stesso Jack Irv), che lavora in un negozio di animali di Manhattan, con una famiglia, potremmo dire, complessa. Tra i due si innesca una scintilla che li porterà ad ardere, e a scoprire, reciprocamente, un'attrazione in cui potranno essere liberi di esplorare la loro sessualità. Però, tra night club, disagi famigliari e notti brave, Jack e Alejandro, si lasciano dietro una scia di furti ed espedienti, arrivando inevitabilmente a scontrarsi con il destino.

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Poco coinvolgimento, poca struttura

Come scritto all'inizio della recensione, Pet Shop Days perde in fretta la propulsione, inserendo una quantità di backstory che faticano a reggere il ritmo, e senza che queste abbiano poi la giusta forza per essere sviluppate. Il tema della solitudine, e dello scambio della solitudine, è il centro nevralgico del film, ma la latente disperazione, che afferra le vita di Jack e Alejandro, non ha il riverbero necessario per incuriosire lo spettatore. O meglio, i protagonisti, nella loro delineata struttura, offrono poco: non siamo coinvolti emotivamente, né proviamo repulsione.

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Pet Shop Days: una foto del film

Non c'è un sentimento diretto verso di loro perché non c'è un pretesto che ci porta ad instaurare un rapporto con loro. Non troviamo nemmeno le sfumature, se di sfumature si tratterebbe. Ecco, le figure di Jack e Alejandro, rese ancora meno credibili dalle interpretazione di Dario Yazbek e soprattutto di Jack Irv, rispecchiano in pieno lo sviluppo vacuo della pellicola, che ammassa argomenti senza portarli mai davvero in superficie (il disaggio famigliare, la sessualità, l'utopia, la realizzazione personale, l'indipendenza), e di conseguenza dissipando il cast di contorno (ci sono Willem Dafoe, Emmanuelle Seigner, Peter Sarsgaard), il panorama geografico (New York non viene mai respirata, né prende parte all'azione), e i sussulti iniziali che avrebbero potuto far pensare al piccolo miracolo. Peccato.

Conclusioni

Manca di identità Pet Shop Days. Come scritto nella recensione, l'esordio alla regia di Olmo Schnabel sfrutta una messa in scena già vista aumentando i temi e le storie, senza mai dare profondità alla storia. Il problema maggiore, però, arriva dai protagonisti: una coppia per cui proviamo poco, lasciandoci sospesi in una dimensione vacua e poco strutturata.

Movieplayer.it
1.5/5
Voto medio
4.3/5

Perché ci piace

  • Il cast di contorno, da Willem Dafoe a Peter Sarsgaard.

Cosa non va

  • Troppi argomenti.
  • I due attori protagonisti, poco credibili.
  • Non sfrutta a dovere gli spazi geografici.
  • Una messa in scena senza una sua identità.