Perché tradurre Zerocalcare al cinema non è facile

In occasione dell'uscita del film La profezia dell'armadillo, proviamo a capire perché la trasposizione delle opere di Zerocalcare è ardua impresa.

I trentenni non esistono più, come gli gnomi, il dodo e gli eschimesi. Adesso c'è l'adolescenza, la post-adolescenza e la fossa comune. I trentenni sono una categoria superata, a cui ci si attacca per nostalgia, come il posto fisso.

Macerie prime: la copertina del nuovo fumetto di Zerocalcare

Non più. Non ancora. Non più ragazzi, non ancora adulti. È lì che sono incastrati i trentenni. Il loro è un eterno limbo in cui sguazzare tra delusioni, speranze e illusioni. Un limbo che, ogni tanto, assomiglia a delle sabbie mobili fatte di pece. Però, nonostante questa terra di mezzo sia così melmosa, c'è sempre qualcosa a cui aggrapparsi per riprendere ossigeno: un amico, un film, un fumetto, una serie tv, una passione, un amore. Sospesa tra ironia e amarezza, dedicata a sognatori affetti da ansia, la poetica agrodolce di Zerocalcare ha carpito l'anima inquieta di una generazione instabile. Quella degli eterni nostalgici, quella delle nottate davanti alla PlayStation in attesa di quel bonifico, quella per cui il posto fisso è solo un parcheggio familiare, quella che per prima han fatto di Star Wars e Il Signore degli Anelli seri argomenti di conversazione, quella costretta a scendere a patti con la signora Precarietà. Colei che sa essere ovunque: sentimentale e lavorativa, esistenziale e artistica. Così, dando voce e forme bizzarre a un'età intera, Michele Rech, l'autore di La profezia dell'armadillo, non ha solo creato un personaggio diventato un icona del fumetto italiano, ma è stato capace di sdoganare il fumetto all'interno del mercato editoriale italiano.

Senza Zerocalcare (e Gipi) i fumetti non avrebbero invaso le librerie e non sarebbero best seller da centinaia di migliaia di copie in cima. Per cui, se negli ultimi anni quello stupido pregiudizio che vede nei fumetti dei giornaletti per ragazzini è stato ridimensionato, il merito è anche suo. Grazie alle sue storie in bilico tra l'intimo e il sociale, il personale e il generazionale, Zerocalcare non ha solo creato nuovi lettori. Zerocalcare ha formato dei lettori con un sentire comune; persone che si sono riconosciute nelle sue storie dotate di un tono ben preciso, di un tatto ben riconoscibile.

La profezia dell'Armadillo: una foto dal set

A conferma dello straordinario successo di un autore dotato di una sensibilità autoriale complessa ma assai accessibile, ecco arrivare in sala il primo adattamento cinematografico di uno dei suoi fumetti più amati: La profezia dell'armadillo. Non staremo qui ad approfondire i meriti e difetti del film diretto da Emanuele Scaringi, né analizzeremo il suo travagliato processo produttivo. Siamo qui per provare a capire perché portare al cinema un fumetto di Zerocalcare non è facile impresa. Perché il processo di traduzione dalle vignette al grande schermo è proibitivo. Lungi da noi far salire l'ansia a produttori, registi, attori e fan sfegatati in attesa di altre pellicole, però se un armadillo gigante dovesse bussare alle vostre spalle, sapete a chi dare la colpa.

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Ogni maledetta citazione

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Leggere Zerocalcare equivale a staccare un biglietto per una strana montagna russa. Alti e bassi, lacrime e risate. Accelerazioni brusche prima di fermarsi a riflettere, una tavola comica che nasconde un colpo alla gola nella vignetta successiva. L'abilità con cui Zerocalcare riesce a variare il suo registro e cambiare il ritmo del racconto è senza dubbio uno dei suoi talenti più rari e evidenti. Lontano da qualsiasi linearità, le tavole di Rech sono una luna park di citazioni pop, un cortocircuito continuo tra realtà e fantasia, una tempesta continua di incursioni che spezzano ed esasperano la narrazione. Questo stile così citazionista e ipertestuale è quasi impossibile da rendere sul grande schermo. Al di là degli ovvi problemi di diritti (Ken Shiro, Yoda e Sirio il Dragone non potrebbero apparire come loro abitudine), immaginate la difficoltà nel gestire la marea di personificazioni tanto amate dal nostro. Lady Cocca, il coraggio sotto forma di leone affetto da alopecia, il nefasto Guardiano del Tempismo, la coscienza artistica col volto severo di Terrence Malick sarebbero molto difficili da mettere in scena. E lo sarebbe sia da un punto di vista estetico, ovvero di pura e semplice messa in scena (non a caso l'armadillo ha creato molte perplessità) che di gestione delle tantissime digressioni a cui Zerocalcare ci ha sempre abituati. Trovare un equilibrio difficile sarebbe. Non è vero, maestro di giapponese?

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L'alter ego di un alter ego

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A proposito di messa in scena, c'è un altro problema fondamentale che rende difficoltosa la creazione di una serie ispirata ai suoi fumetti: il suo protagonista Zero. Fronte larga, fisico gracile e un amore sconsiderato per i plumcake. Zero, ovviamente, è l'alter ego di Zerocalcare. Laddove altri grandi fumettisti come Leo Ortolani e Giacomo Bevilacqua hanno esorcizzato parti di sé dentro ratti gialli e panda, Michele Rech non ha mai nascosto di mettere tutto se stesso dentro le sue vignette. A confermare l'autoreferenzialità delle sue opere ci sono anche i continui riferimenti alle difficoltà dell'essere un fumettista in Italia, al farlo percepire come un lavoro vero agli occhi di tutti, con conseguenti paturnie e ansie da prestazione. Il fatto che Zero abbia già una controparte così riconoscibile nella realtà rende qualsiasi scelta di casting straniante. Lungi da noi pretendere che Zerocalcare si metta anche a recitare, ma è chiaro che questa sovrapposizione così netta non agevola certo il lavoro di un qualsiasi attore costretto a vestire i duplici panni di un personaggio e di una persona.

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Una voce (troppo) personale

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Non solo il suo volto e il suo mestiere. Non solo il suo divano, le sue notti passate sulle serie tv e l'amore per i videogame. Zerocalcare dentro le sue storie ci getta veri e propri macigni personali, facendo di se stesso la maceria prima di cui un racconto ha bisogno per scuotere, colpire, commuovere. Da La profezia all'armadillo a Dimentica il mio nome, Zerocalcare ha fatto della settima arte un mezzo attraverso cui sublimare lo spaesamento, la solitudine e il lutto. Vecchi amori persi e parenti fondamentali andati via sono stati i motori scatenanti di fumetti molto intimi. Questo fa di Zerocalcare un autore coraggioso, perché conferma che spesso il dolore è il migliore degli inchiostri e che esporre ferite così grandi agli occhi del pubblico è un atto di grande fiducia. Per fortuna ricambiata.

Il tatto con cui il fumettista romano riesce ad alternare ironia e profondità è qualcosa di unico e personale. Capite bene che riportare questo tocco intimo all'interno di una produzione cinematografica è del tutto impossibile. Per un autore unico come lui, abituato a gestire ogni parte del processo creativo (tra scrittura e disegno), delegare e cedere il controllo della storia e della messa in scena ad altre persone significa per forza di cose togliere autenticità e potenza al racconto. Sarebbe come un lungo gioco del telefono in cui, inesorabilmente, il messaggio finale tradisce la fonte originale. Al cinema succede spesso, è quasi una condanna a cui siamo abituati, e spesso è anche giusto che sia così, che ogni mezzo trovi la sua voce. Però, quando un fumetto è più di una storia ma una costola di una persona, allora bisogna semplicemente maneggiarla con cura. O forse lasciarla stare lì dov'è. Sullo scaffale di un lettore e non davanti a una platea. Il posto migliore per le cose intime.

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Cinecittà World
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