On Becoming a God, la recensione: l’empowerment al femminile di Kirsten Dunst

La recensione di On Becoming A God, la dramedy al femminile di Showtime che arriva dal 18 giugno su TIMVISION Plus a cadenza settimanale.

RECENSIONE di 18/06/2020

C'è un luogo potente e trascendentale dove il progresso è inevitabile. Dove la ricerca della felicità è una priorità e il diritto di sognare è garantito. Quel luogo si chiama America. E Dio ha creato questa grande nazione affinché tu e la tua attività poteste prosperare. Un futuro non solo per te ma per le persone che ami. Per la tua famiglia. Il successo è nel tuo sangue amico. Sta a te trovarlo. Mentre percorrerai il cammino davanti a te scoprirai esattamente di cosa sei capace.

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On Becoming a God: una scena della serie

Vogliamo iniziare con queste parole, l'incipit in voiceover, la recensione di On Becoming A God, per stabilire da subito il tono della nuova serie Showtime con protagonista Kirsten Dunst, disponibile con i primi due episodi dal 18 giugno su TIMVISION Plus e i restanti otto a cadenza settimanale. Un prodotto che da subito gioca a carte scoperte con lo spettatore sulla truffa in atto ai danni di Travis Stubbs (un quasi irriconoscibile Alexander Skarsgård) e della moglie Krystal (Dunst) da parte della Founders American Merchandise (FAM), un'azienda di marketing piramidale, ovvero che si basa sul reclutare costantemente persone a rinfoltire la catena di comando. Quando il reclutamento è arrivato al capolinea la maggior parte dei membri non è in grado di trarre alcun profitto, rendendolo un sistema non sostenibile e spesso illegale.

UNA GENESI TRAVAGLIATA

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On Becoming a God: Kirsten Dunst in una foto di scena

Nel presentare questo nuovo show non possiamo trascurare la genesi travagliata alle sue spalle. Inizialmente fu sviluppato nel 2017 da AMC con un pilot in cui tra i produttori figurava anche Yorgos Lanthimos, che avrebbe dovuto anche dirigerlo. Con la sua uscita di scena in favore del regista Charlie McDowell, On Becoming A God In Central Florida (questo il titolo originale) ricevette l'ordine diretto a serie da YouTube che voleva utilizzarlo come prodotto di punta per il suo servizio Premium nel 2018; salvo poi passare definitivamente a Showtime un anno dopo, che ha anche già rinnovato la serie per una seconda stagione. Tutti questi passaggi, per quanto la scrittura sia rimasta in mano ai due creatori Robert Funke e Matt Luske e tra i produttori esecutivi figuri George Clooney, hanno inevitabilmente influito sul prodotto finale.

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IL RITORNO DELLA DRAMEDY AL FEMMINILE

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On Becoming a God: un'immagine della serie

Kirsten Dunst torna in tv cinque anni dopo il ruolo di Peggy Blumquist nella seconda stagione di Fargo, che le era valso un Critics' Choice Award e una nomination a Emmy e Golden Globes, nei panni di Krystal Stubbs, un'altra sfortunata giovane donna che deve sbarcare il lunario e che le ha dato un'altra nomination ai Golden Globes. Proprio come per La fantastica signora Maisel, anche qui la macchina da presa si concentra inizialmente sui primi piani dell'uomo di casa fuorviando lo spettatore su chi sarà la vera protagonista della storia: la moglie. Non siamo negli anni '60 ma negli anni '90, in Florida, come da titolo originale della dramedy Showtime al femminile, che sembra continuare una tradizione iniziata anni or sono con Weeds, United States of Tara e The Big C. Proprio come Nancy Botwin, anche Krystal, semplice dipendente di un parco acquatico, deve far fronte a numerosi debiti causati dal marito e quindi decide, messa alle strette, di tentare l'impossibile: scalare la piramide economica della FAM per distruggere dall'interno la compagnia. Allo stesso tempo questo "prodotto finito" può risultare ostico alla visione e dal ritmo eccessivamente lento per chi predilige dramedy più leggere e immediate. È una serie che si prende il suo tempo per far accadere le cose, con un utilizzo originale del territorio che ricorda Ozark (siamo in Florida negli anni '90) e di una colonna sonora variegata che spazia da Self Control di Laura Branigan a Tarzan Boy dei Baltimora fino a Angel of the Morning.

TUTTO PER LA FAMIGLIA... O PER SE STESSI?

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On Becoming a God: una foto di scena

Dato che si tratta di una storia di presa di coscienza di se e del proprio talento nel far accadere le cose, di una scalata ai vertici, il percorso di Krystal e degli altri personaggi è inframezzato da costanti voiceover del fondatore della FAM e dei suoi discorsi motivazionali, che forse contribuiscono a rendere meno fluido il ritmo dello show. Il punto di vista è ancora una volta quello della povera gente, non esattamente ai margini della società come la famiglia disfunzionale di Shameless ma forse più vicina ai protagonisti "nel limbo" del nostrano Favolacce. È significativo in quest'ottica il personaggio del vicino di casa, amico e datore di lavoro di Krystal, Ernie Gomes (Mel Rodriguez), che continua a dire a tutti che possiede tutto ciò un uomo (mediocre come lui) potrebbe desiderare eppure è costantemente triste, una tristezza che turba il figlio. Cosa fa di una persona un vincente oppure un perdente? On Becoming A God è una storia di rivincita e rivalsa nello spirito del sogno americano e contemporaneamente contro quello stesso sogno; un dipinto grottesco di chi è stanco di subire e anche una metafora della ricerca incessante, spasmodica di alcuni esseri umani che sono eternamente insoddisfatti di ciò che hanno e agognano un piano più in alto nella piramide sociale.

Conclusioni

Ci ritroviamo alla fine della rocambolesca recensione di On Becoming A God con la consapevolezza dei meriti della serie, come una Kirsten Dunst a proprio agio, un uso riuscito del territorio e della colonna sonora per raccontare una metafora più grande; ma allo stesso tempo dei suoi limiti, come l’essere un po’ troppo “ingessato” nel genere di appartenenza – la dramedy al femminile – e nei discorsi motivazionali che va a criticare in modo grottesco e che inframezzano, forse un po’ troppo, la visione.

Movieplayer.it

2.5/5

Voto medio

2.5/5

Perché ci piace

  • Kirsten Dunst dimostra di essere a proprio agio nel ruolo della sfortunata povera ma caparbia di turno.
  • C’è un uso grottesco del territorio e un utilizzo funzionale della colonna sonora.
  • La serie si inserisce bene nelle dramedy al femminile di Showtime…

Cosa non va

  • …ma potrebbe risultare ostica e dal ritmo eccessivamente lento agli spettatori più smaliziati.
  • Viene dato forse troppo poco spazio ai comprimari lasciando tutta la scena alla Dunst.