Un altro cinema è possibile. Non solo all'estero ma anche qui in Italia. Di esempi ce ne sono tanti. Pensiamo a Le città di pianura di Francesco Sossai, che ha superato 1.5 milioni di euro di incasso e le 220mila presenze (dato del 25 novembre 2025; fonte: Cinetel); all'horror di Paolo Strippoli, La valle dei sorrisi, o a Testa o croce? di Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis, che ha riabbracciato il genere western e l'ha fatto suo, adattandolo tanto alle necessità del racconto quanto, poi, alle possibilità produttive. Ma pensiamo anche, per andare sulla stretta attualità, a Orfeo di Virgilio Villoresi, al cinema dal 27 novembre con DoubleLine, e a Il rapimento di Arabella di Carolina Cavalli, in sala dal 4 dicembre con PiperFilm. L'anno prossimo, poi, toccherà a Un anno di scuola di Laura Samani, distribuito da Lucky Red.
Che cosa intendiamo quando parliamo di "un altro cinema"? Innanzitutto, parliamo di un cinema nuovo, anagraficamente più giovane, che nasce da necessità specifiche che appartengono agli autori che raccontano queste storie e, indirettamente, al pubblico che poi decide di andare a vederle. "Un altro cinema", però, si riferisce anche alla voglia di trovare un'alternativa all'offerta più mainstream, o comunque più diffusa, dell'industria italiana. Senza doversi per forza rifare a canoni e stilemi ampiamente rivisti e accettati. Le città di pianura di Sossai, per esempio, fa due cose. Racconta il Triveneto e, soprattutto, racconta la storia di tre uomini - due più grandi, uno più giovane - che si incontrano per caso e che, con la scusa di voler bere l'ultimo bicchiere prima di andare a dormire, cominciano a muoversi insieme, a viaggiare, a visitare tombe e a mangiare in piccole trattorie di provincia.
L'importanza della forma e non solo del contenuto
Da un punto di vista puramente narrativo, ne Le città di pianura non sembra succedere niente di eclatante. Eppure la trasformazione - non esteriore ma interiore - che colpisce i protagonisti, interpretati da Filippo Scotti, Pierpaolo Capovilla e Sergio Romano, è palpabile. C'è, poi, una sorta di sospensione nel tono del racconto: tanti ricordi, tanti discorsi, tanti ragionamenti. Chi siamo, chi eravamo; chi potevamo essere. La valle dei sorrisi di Strippoli offre una riflessione attuale sul rapporto tra il singolo e la società e soprattutto sulla forza in divenire, con i suoi cambiamenti e le sue sfide, dell'adolescenza. Testa o croce? di de Righi e Zoppis comincia in un modo, e cioè come una sorta di spaghetti western, e diventa, verso la fine, un viaggio onirico, fatto di incubi e di violenza, che parla di emancipazione femminile e di rivalsa ma pure di potere e di società.
Orfeo di Villoresi è tratto da Poema a fumetti di Dino Buzzati, pubblicato da Mondadori, ed è un film ibrido, pieno di linguaggi, tra riprese dal vivo e animazione, e di intuizioni registiche. In poco più di un'ora e venti, ci viene presentata una storia d'amore che è, poi, "la" storia d'amore: un viaggio all'Inferno - letteralmente - per provare a salvare l'altro, per non rinunciare in modo definitivo alla propria idea di felicità. Il rapimento di Arabella, rispetto ad Amanda, il primo film di Cavalli, è ancora più estremo e sperimentale. Si affida completamente alle sue due protagoniste, Benedetta Porcaroli e Lucrezia Guglielmino. Ed è, come Le città di pianura, un road movie dove non sembra succedere niente. Il vero viaggio avviene altrove, non all'esterno; avviene nella testa del personaggio di Porcaroli.
Infine, Un anno di scuola di Laura Samani è un coming of age che parla di giovani, di adolescenza, di scuola, di che cosa vuol dire inserirsi in un mondo diverso, a tratti alieno, senza però rinunciare a sé stessi. Un'altra cosa che hanno in comune questi film, a parte la forte autorialità, è che quasi tutti - tranne, forse, Il rapimento di Arabella - sono profondamente radicati nel territorio: Le città di pianura nel Veneto, Testa o croce? nel Lazio; La valle dei sorrisi nella zona alpina; Orfeo nel milanese; Un anno di scuola a Trieste. Giocano un ruolo fondamentale la musica e la recitazione, affidata in alcuni momenti alle reazioni, più che alle azioni, degli attori. E c'è anche una certa vicinanza con un altro tipo di cinema, questo sì estero, che si è fatto notare - e apprezzare - negli ultimi anni. Due esempi su tutti: Perfect Days di Wim Wenders e La persona peggiore del mondo di Joachim Trier.
Alla ricerca della propria identità
Si tratta di un cinema che esplora l'intimo, che parla di crescita, di trasformazione, che si affida più alla concretezza della vita, di ciò che succede, che alla sua ineluttabilità filosofica. Per tre dei film che abbiamo citato questo discorso è particolarmente vero (Le città di pianura, Il rapimento di Arabella e Un anno di scuola). Per gli altri tre, invece, meno (Testa o croce?, La valle dei sorrisi e Orfeo). E questo perché rimane sempre la questione del genere, che non va dimenticato né tantomeno sottovalutato. Testa o croce?, e lo dicevamo, è un western. La valle dei sorrisi un horror. Orfeo, invece, è sostanzialmente un fantasy. Eppure in questi tre casi il genere diventa uno strumento; non si limita a essere, per così dire, un esercizio di stile. Ha un suo peso e un suo valore. Ma se Orfeo, Testa o croce? o La valle dei sorrisi possono sembrare, e in parte sono, più sperimentali (e, per certi versi, lo stesso si può dire de Il rapimento di Arabella), Le città di pianura e Un anno di scuola sono estremamente radicati in un realismo immaginifico e riconoscibile.
Sono film veri, densi, molto più vicini di tanti altri al pubblico che li vede. In questo nuovo cinema, si fa notare anche un'altra cosa. E cioè il ritorno alla complessità della commedia all'italiana: dunque con personaggi che sono a metà, mai perfetti, mai invidiabili; personaggi grigi in un mondo di bianchi e di neri. E questa loro particolarità e questa loro caratterizzazione finiscono per risuonare con gli spettatori. Altro elemento da non prendere sotto gamba: quasi tutti questi film sono o esordi o opere seconde, quindi di autori piuttosto giovani. E ancora: in questo nuovo cinema è evidente la presenza crescente di registe (se andiamo un po' più indietro, possiamo citare Carolina Pavone, regista di Quasi a casa, o anche Alissa Jung, che ha esordito alla regia di un lungo con Paternal Leave, disponibile su Sky e NOW). Una cosa che in quello che, per una questione puramente temporale, potremmo definire "vecchio cinema" non è così comune.
Film capaci di conquistare i festival
Le città di pianura e Testa o croce? sono stati presentati in anteprima, nella sezione Un Certain Regard, al Festival di Cannes. Un anno di scuola e Il rapimento di Arabella, invece, sono stati in concorso (vincendo rispettivamente il premio per la miglior interpretazione maschile, andato a Giacomo Covi, e il premio per la miglior interpretazione femminile, andato a Benedetta Porcaroli) nella sezione Orizzonti della Mostra internazionale d'arte cinematografica. Orfeo e La valle dei sorrisi, invece, sono stati presentati fuori concorso a Venezia. Dunque, parliamo anche di film con un potenziale "festivaliero". E questo fondamentalmente per la loro attenzione sia a una certa estetica che a una sperimentazione costante con le immagini.
Intendiamoci: non c'è nessuna certezza sul fatto che questo "nuovo cinema" sia migliore, o addirittura superiore, rispetto ad altri tipi di cinema. Semmai, è importante provare a ribadire l'ovvietà di ciò che sta succedendo: il bisogno di potersi esprimere, di poter andare oltre determinate convenzioni e determinati linguaggi, alla fine ha trovato forma. Per ora, parliamo ancora di eccezioni - non c'è un sistema verticale del cinema più indipendente o più nuovo in Italia. Quando questi film escono, sono dei piccoli eventi. Che spesso, e bisogna dirlo, non vengono seguiti come si deve dalle distribuzioni. Questo "nuovo cinema", che c'è e che ha un peso, talvolta riesce in veri e propri miracoli, attirando in sala un pubblico non alternativo ma decisamente meno coinvolto da una particolare programmazione (di nuovo: pensiamo al successo de Le città di pianura, che è ancora nella top 20 del box office italiano dopo due mesi dalla sua uscita in sala).
Questo "nuovo cinema", insomma, può essere una risorsa. E va, pertanto, valorizzato. Quantomeno per dimostrare la presenza di un pluralismo di voci e di visioni, e anche la capacità di fare film sfruttando al meglio risorse e possibilità produttive. Oltre alle considerazioni più personali, che chiaramente variano di individuo in individuo e che seguono definizioni differenti, non assolute, di bello, il dato apprezzabile di questo "nuovo cinema" risiede nella sua freschezza e nella sua forza, nella sua capacità di non tradire il passato e una certa tradizione e di essere, allo stesso tempo, attento ai racconti del mondo. Un altro cinema, lo ripetiamo, è possibile. E meriterebbe molta più attenzione. Proprio per sostenere un cambiamento che non va interpretato come distruttivo ma rigenerante.